Rifugi alpini. Riapertura o tende, parliamone con Miotti

Giuseppe “Popi” Miotti

“La soluzione potrebbero essere le tende, come in un trekking su montagne lontane o come facevamo quando eravamo giovani”, ha ipotizzato il presidente generale del Cai. L’ipotesi delle tende per accogliere i turisti in quota in questa estate di pandemia non è però piaciuta in genere ai rifugisti, piuttosto decisi a riaprire nella Fase 3 con le dovute limitazioni e precauzioni  Quali siano le prospettive MountCity lo ha chiesto a Giuseppe “Popi” Miotti, storico della montagna, scrittore raffinato, memoria dell’alpinismo valtellinese e tra i maggiori esperti di rifugi sia per esperienza personale sia per l’attività di gestore del sito rifugi-bivacchi.com, tra i più informati e frequentati.

Secondi te, Popi, com’è possibile immaginare il turismo alpino al tempo del Covid19?

“Ho molti amici fra i gestori dei rifugi e questo di certo sarà uno dei settori maggiormente penalizzati. Si è detto e scritto molto, ma credo che realisticamente sia impossibile pensare a un adeguato servizio ricettivo soprattutto in quelle capanne che non godono di facili accessi: sanificare i locali ogni giorno, distanziare gli utenti come da consigli degli esperti, sarebbe un compito enorme che si aggiunge al già non facile lavoro del gestore”.

Ammesso pure che il rifugio riapra, non potrebbe limitarsi a funzionare come punto tappa per ristorarsi?

“Ma anche in questo caso, che fare se il tempo cambia? Se ci sono molte persone sulla montagna come si farà a rispettare le norme salvando il compito fondamentale del rifugio, cioè quello di accogliere e dare riparo?”

Punto dolente rimangono i pernottamenti. Si continua a parlare anche sulla grande stampa di nuove regole e meno posti letti e ricorre l’ipotesi di un uso di tende in appoggio ai rifugi o per compensarne la chiusura. Con quali prospettive?

“Credo che saranno ben pochi coloro che utilizzeranno questa soluzione specie se diretti in alta quota o a rifugi distanti ore e ore di cammino. Inoltre anche le tende andrebbero ogni volta sanificate. Vi immaginate il lavoro? Magari ci sarà qualche campeggiatore free lance: ci sono sempre stati appassionati di questo tipo di turismo alpino, basta educatamente porre la tenda a rispettosa distanza dal rifugio, ma si tratterà sempre uno sparuto gruppo di persone. Per un adeguato servizio di pernottamento in rifugio c’è da contare sulla capacità organizzativa e sulla creatività dei gestori, ma la situazione pare di difficile soluzione in molte capanne”.

 

Come giudichi la possibilità di organizzare accessi a numero chiuso come già avviene nei rifugi lungo le vie di salita al Monte Bianco?

“Può essere una soluzione di assoluto buon senso e fattibilità, salutare anche per l’ambiente e non solo per l’uomo. In ogni caso anche uno come me, tendenzialmente poco spaventato dall’eventualità di essere contagiato, non andrebbe mai in un rifugio a pernottare, neanche su prenotazione: non aver paura non significa andarsi a cacciare volontariamente in un potenziale guaio”.

Una soluzione, questa del contingentamento, che potrebbe comunque incidere negativamente sul fatturato…

“Da anni frequento le montagne fuori stagione e fuori dalle rotte comuni anche perché mi pare di tornare ai tempi in cui, dotati di scarsi mezzi economici salivamo ai rifugi dormendo nei locali invernali e ci portavamo la schisceta, pagando eventualmente solo un minestrone e un quartino di vino. Io mi posso permettere questo approccio alle montagne ma non per tutti è così. L’afflusso turistico diminuirà di sicuro e secondo me, per i rifugi più scomodi e lontani, si dovrebbe mettere in preventivo anche un indennizzo per il gestore che tornerebbe ad essere come un tempo indispensabile elemento di sorveglianza e presidio della montagna”.

Il problema che si pone è molto grave, ma non ti sembra che al momento attuale sia prematuro agire pensando di poter mantenere in toto quanto deciso a tavolino?

“L’eterogeneità delle capanne alpine consiglia scelte adeguate ad ogni tipologia, ma strumenti e metodi di gestione dovranno essere sperimentati e aggiustati nel tempo: non è possibile dire oggi con certezza quale strada imboccare e seguire. Se si vogliono fare proclami li si faccia, ma con l’idea di fondo che quasi certamente alcune regole dovranno essere modificate o persino cancellate. Ci vorrà elasticità e creatività da parte di proprietari (club alpini) e gestori, ma si dovrà puntare anche su una forte auto responsabilizzazione degli utenti”.

Per concludere, si prospetta secondo te un cambio di paradigma non indifferente in una società che ha fatto della sicurezza un suo cardine?

“Ne ho la certezza. E non mi addentro in altri aspetti delicatissimi che coinvolgono altre figure legate al turismo alpino come quella della Guida. E i corsi di alpinismo o scialpinismo? E le gite di gruppo?”.

Uno dei tradizionali attendamenti del Club Alpino Italiano. Sopra, nel testo, una soluzione ipotizzata il 25 aprile nelle pagine del Corriere della Sera.

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