Benedetta corsetta

Niente corsette per le strade, ci è voluta non poca pazienza. Ma ora, dal 4 maggio, via libera con i dovuti criteri all’attività motoria individuale. Alle corsette si dichiarò contraria, all’inizio della pandemia, l’arcigna Mara Venier, veterana delle maratone domenicali televisive (quelle sul divano di casa…): basta, disse, con queste corsette al parco. Contrario al divieto è sempre stato invece il professor Silvio Garattini, scienziato e farmacologo: non lo condivide perché “fare attività motoria, camminare o correre fa bene alla salute, rinforza le difese immunitarie”. Salvo errori, in Veneto il governatore decise a un certo punto che si tornava a correre. Ma con i dovuti criteri. Cioè nei pressi di casa. La faccenda della corsetta è stata piuttosto complessa in questo lockdown. C’è stata la circolare interpretativa del ministero degli Interni del 31 marzo dove si precisava che “l’attività motoria generalmente consentita non va intesa come equivalente all’attività sportiva (jogging)”, seguita dal comunicato stampa del 1° aprile, a chiarimento del chiarimento, così riassunto dal profilo Twitter dello stesso ministero dell’Interno: “È consentita l’attività sportiva (#jogging) e l’attività motoria (#camminata) nei pressi della propria abitazione”. In vista della fase 2, il governatore del Veneto Luca Zaia decise invece di largheggiare. “L’attività motoria e individuale deve svolgersi in prossimità della propria abitazione, nel rispetto della distanza di almeno 2 metri dalle altre persone”, spiegò. “Ho tolto il limite di 200 metri: questo è un atto di grande fiducia, ma utilizziamo il buonsenso. Non 4 o 5 chilometri ovviamente e nemmeno bisogna prepararsi per la maratona”.

Camillo Onesti

Ora tutto sta cambiando e non può che cambiare. Quelli che fanno sport amatoriale in Italia sono un esercito numeroso: quasi 21 milioni persone secondo la Gazzetta dello Sport. E sono altrettanto imponenti le strutture, i circoli, i negozi, i marchi che ruotano intorno alla voglia di corsa, bici, passeggiate in montagne, per non parlare dei vari calcio, pallavolo, basket, tennis, nuoto, rugby. Per molti italiani, ormai lo si sa, è impossibile rinunciare alla corsetta. Eppure, a ben guardare c’è stato un tempo, fino a una cinquantina d’anni fa, che tra le persone “normali” non correva nessuno. E non è che si stesse peggio in salute anche se poi la speranza di vita per varie ragioni si è allungata. Chi provava a correre senza averlo mai fatto si trovava di fronte a due spauracchi: quello di Dorando Pietri, miseramente crollato al traguardo della maratona olimpica di Londra nel 1908 quando era in testa, e quello di Jim Fixx, profeta della corsa e autore del best seller (un milione di copie!) “The complete book of running” stroncato a 52 anni da un infarto mentre correva. Il leggendario Jacques Mayol si affidava allo yoga per realizzare le sue prodigiose immersioni in profondità rifiutandosi di fare jogging perché – sosteneva – nel mondo animale non si corre se non in caso di necessità: quando si è inseguiti da un predatore o quando si insegue una preda, stop.

Poi negli anni settanta nuovi scenari si sono aperti per i cittadini imbruttiti. Nelle strade di Milano si riversò ogni mese di aprile la folla ansimante della Stramilano. Milanesi che per un giorno credettero nel moto come mezzo per combattere stress e depressione. Sul carro saltarono sponsor e politici e il fenomeno dilagò diventando un business redditizio con la disinteressata collaborazione di centinaia di volontari disposti a distribuire sostanze energetiche ai rifornimenti o a frenare gli impeti dei partenti formando una muraglia umana ai piedi del Duomo. Se per il resto dell’anno parecchi di questi “atleti” non andavano neanche dal tabaccaio senza l’automobile, poco importava. La colpa, si disse, non era soltanto loro, ma di una città che poco invoglia e che raramente induce al moto. Poi si è visto che era inutile trovare scuse. Importante, come osservò il professor Francesco Conconi, discusso luminare della fisiologia sportiva, è non diventare prigionieri di uno schema mentale che vuole tutti sedentari dopo una certa età, tutti schiavi di una vita frenetica che non concede spazi all’attività fisica.

Alberto Cova, un trascinatore per gli appassionati milanesi della corsa. In apertura jogging lungo il Naviglio Grande (ph. Serafin/MountCity)

Molti, tra i milanesi stufi “de laurà” senza alternative nel tempo libero, mostrarono fiducia nella panacea della corsetta. Costoro cominciarono allora, in quegli anni settanta, a cimentarsi al campo del XXV Aprile sotto lo sguardo severo del campione Alberto Cova che aveva un suo percorso personale sulla montagnetta. Un percorso in salita e discesa (vera rarità per Milano) riservato a pochi eletti. Classe 1958, mezzofondista di Inverigo, nella Brianza comasca, Cova trionfò nei diecimila metri agli Europei di atletica. Fu l’incipit di una tripletta straordinaria che lo portò a salire sul podio più alto al Mondiale di Helsinki nel 1983 e alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984. Figurarsi che gara si scatenò fra i milanesi più atletici per cercare di allenarsi al fianco di Cova, reggendo il suo ritmo per qualche oretta!

Scesero in pista i milanesi del miracolo economico dapprima quasi vergognandosi. Cominciarono a macinare goffamente giri su giri e si videro molti ultraquarantenni con la pancetta da mandar giù ballonzolare con aria guardinga. L’ingresso al XXV Aprile costava mille lire ed erano mille lire di salute, un’inezia in confronto ai piaceri offerti dalla corsa con relativo stretching appoggiandosi ai muretti e alle panchine. Il XXV Aprile fu anche la roccaforte di un’istituzione milanese della corsa amatoriale, il famoso Club de Mesdì. A mezzogiorno gli iscritti si ritrovavano in pista nell’intervallo mensa. Fra di loro c’era di tutto: maratoneti, alpinisti, subacquei. Camillo Onesti, reggente della società “Fior di roccia” e tra gli inventori della Stramilano, fu un leader indiscusso. Sulla rivista “Vai” (corri, cammina e scia…), il pilota di jet Giustino del Vecchio che ne era l’editore impartiva lezioni su come sfruttare al massimo il beneficio fisico della corsa. Puntualmente Giustino ripeteva il ritornello: la corsa è un ottimo mezzo per vincere lo stress, per allentare le tensioni di un sistema di vita inevitabilmente competitivo, per vivere meglio. Oggi Giustino avrebbe tante buone ragioni in più per affermarlo. Ma prepariamoci: a emergenza finita esploderà un’incontenibile voglia di correre all’aria aperta. (Ser)

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