Rifugi, modello unico di socialità. Niente scelte affrettate

Sull’importanza che i rifugi riaprano in un modo o nell’altro nella stagione estiva va segnalata l’opinione dell’architetto Luca Gibello presidente dell’associazione culturale Cantieri d’alta quota e autore, con i colleghi Roberto Dini e Stefano Girodo, dell’importante saggio storico-critico “Rifugi e bivacchi. Gli imperdibili delle Alpi” (Hoepli, 2018). L’articolo che pubblichiamo, significativamente intitolato “Rifugi, modello unico di socialità. Niente scelte affrettate”, è ripreso dal sito dell’associazione e sviluppato anche dal suo vicepresidente Roberto Dini in un una interessante analisi delle possibili mutazioni della ricettività alpina post-Covid .E’un invito, questo di non fare scelte affrettate, che traspariva anche dalle parole di Giuseppe “Popi” Miotti, gestore del sito rifugi-bivacchi.com, tra i più informati e frequentati, recentemente intervistato da mountcity. Sull’argomento sarà comunque il caso di raccogliere altre illuminate opinioni e l’invito è ovviamente rivolto a tutti gli amici che ci seguono. 

Intanto, permettete un paio di annotazioni in forma di premessa. 1. Non parliamo di guerra, per favore. Lasciando da parte il personale medico e sanitario che fronteggia in modo encomiabile e sacrificale l’emergenza, chi scomoda la metafora della guerra può farlo perché, grazie a Dio, non ha mai avuto la sventura di viverla. 2. Montagna magistra vitae. John Muir, padre dell’ambientalismo americano, affermava che mai, per quanto stanco, cadrà lungo la via colui che ha avuto la grazia di un giorno di montagna; quale sia il suo destino, lunga o breve la vita che gli è data in sorte, tempestosa o quieta, egli è ricco per sempre. Mi azzardo cioè ad affermare che, tendenzialmente, i veri amanti della montagna (gli alpinisti?) dovrebbero avere qualche buon “strumento” per affrontare la cattività. L’alta quota insegna infatti il senso del limite, della sobrietà, della responsabilità: tutti atteggiamenti utili per vivere con serenità le privazioni imposte dal confino domestico.

Luca Gibello

Ma veniamo ai rifugi (e ai bivacchi), il cui destino ci sta tanto a cuore. Gli scenari ai tempi della pandemia sono stati tracciati in Cantieri d’alta quota da Roberto Dini. Qui aggiungiamo qualche considerazione più generale. La rarefazione, che connota nel profondo l’ambiente dell’alta quota (non solo la rarefazione dell’aria, ma anche quella della presenza antropica, vegetale e animale, dei morfemi paesaggistici, ecc.), riguarderà nel futuro prossimo anche l’ambito del rifugio. Con il paradosso che l’unico elemento artificiale in alta quota, concepito come punto di riferimento e aggregazione, che favorisce e implica la concentrazione di persone e attività, ora si deve attrezzare per una loro, almeno parziale, dispersione.

Ricordiamo che, tra le strutture di accoglienza, il rifugio è uno straordinario unicum come modello di socialità, per la condivisione di spazi e funzioni che educano alla convivenza, all’adattamento. Tuttavia, ora, i concetti di “condivisione” e “promiscuità” appaiono quanto di più lontano ed esecrabile rispetto all’idea di separazione e allontanamento implicata dai protocolli dell’emergenza sanitaria.

Talvolta, capita che non vi sia nulla di più definitivo delle trasformazioni “provvisorie”. Così, prima d’intervenire sullo spazio fisico dei rifugi (tavoloni dei refettori sostituiti da tavolini? Cameroni da camerette?), prendiamoci un attimo per riflettere, per non rischiare di buttare il bambino con l’acqua sporca. Bene sta facendo il Cai a intervenire tempestivamente nel garantire fondi di solidarietà per i rifugi e i rifugisti (che, ricordiamolo, di quella passione, che è pur sempre un lavoro, debbono campare): una meritoria quanto doverosa politica di welfare per affrontare un’emergenza che, si spera, sia temporanea.

Infine, esiste un risvolto (positivo) della medaglia? Probabilmente sì. Chissà che le limitazioni di spostamento, gli accessi contingentati e programmati, non favoriscano una ridistribuzione dei flussi. Da un lato, nell’arco temporale: se non siamo pensionati, ora che abbiamo scoperto lo smart working, riusciremo a frequentare la montagna qualche volta anche in settimana, spostando certune incombenze nel week end? Se non abbiamo figli da accompagnare a scuola, possiamo pensare di prenderci qualche giorno di vacanza che non sia a luglio/agosto, tanto tra un po’ – purtroppo – con il cambiamento climatico, potremo salire in alta quota quasi tutto l’anno?

Dall’altro lato, nell’arco geografico: limitati negli spostamenti, scopriremo la montagna di prossimità, puntando agli itinerari meno battuti? Perché, dato che qui non parliamo delle strutture comodamente raggiungibili in auto o funivia (per quelle valgano pure le norme da applicare a bar, ristoranti e hotel), al di fuori delle mete iper-inflazionate, la montagna è assai deserta, e molti rifugi non sono overbooking neanche nei fine settimana di agosto. Così, risparmiamoci lo stress per la prenotazione anticipata di settimane o mesi al Goûter, nei rifugi del Monte Rosa o del Gran Paradiso, e “spalmiamoci” nel tempo e nello spazio tra i mille angoli delle nostre meravigliose montagne. Può darsi che, quando a fine anno stileranno il bilancio, alcune strutture remote, nei luoghi e nella nostra immaginazione, riportino addirittura il segno più.

Luca Gibello
Presidente dell’associazione culturale
Cantieri d’alta quota

• Nella foto la capanna Marco e Rosa verso il Disgrazia.

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