Fake news d’altri tempi. La montagna che non c’è

Non è colpa della pandemia se il monte Iseran nelle Alpi Graie non esiste. No, non è stato provvisoriamente cancellato come è capitato per le vette il cui accesso è stato proibito nella fase 1. L’Iseran compare con i suoi 4045 metri nel 1856 soltanto in una carta del Regno di Sardegna. Si tratta, questo è certo, di una fake news d’altri tempi: infatti una quindicina d’anni prima un’altra carta di Francia correttamente non lo riporta. La storia della montagna che non c’è, la cui esistenza venne messa in dubbio anche dal famoso reverendo alpinista Coolidge, è stata a suo tempo illustrata da Laura e Giorgio Aliprandi, illustri cartografi storici delle Alpi, nel loro volume “Le Grandi Alpi nella cartografia 1482-1885” (Priuli&Verlucca 2007). Qui viene rievocata sulla base di nuove ricerche da Albano Marcarini urbanista, cartografo, viaggiatore a piedi e in bicicletta, autore di preziose guide pittoriche in cui mette a frutto anche il suo talento di illustratore.

Nelle immagini: in apertura il foglio della Gran Carta degli Stati di Terraferma del Regno di Sardegna a scala 1:50.000, foglio XXXVII Monte Iseran, ed. 1856 con indicata la quota 4045; qui sopra il corrispettivo spezzone della Carta di Francia a scala 1:80.000 che, una quindicina di anni prima, correttamente non riporta la montagna bensì il colle denominato Mont Iseran.

Il succo di questa storia sta in un madornale errore cartografico. Verso la metà dell’Ottocento i meticolosi cartografi del Regno di Sardegna disegnarono sullo spartiacque delle Alpi Graie una colossale montagna di granito e le diedero il nome di Monte Iseran. Ci misero anche un po’ di fantasia, quella fantasia che lo scrupolo del loro mestiere di solito nega. Non avevano fatto altro che assecondare l’opinione di illustri studiosi torinesi che davano quella vetta per certa. Le loro ricognizioni “de visu” si erano per lo più limitate a un’occhiata dal Monte dei Cappuccini nelle pause del loro oscuro lavoro fra i libri. Ai cartografi si accodarono i topografi che ne fissarono l’altezza a 4045 metri sul livello del mare, vale a dire la quarta montagna più alta d’Europa. Si disse che avessero usato un metodo innovativo, rimasto sconosciuto, ma che forse non andava oltre l’approssimazione. I geografi, dal canto loro, eccitati dalla scoperta, ne definirono struttura, che paragonarono al Cervino, e caratteri, affermando che quella montagna dava le acque a quattro fiumi: l’Orco, la Stura, l’Isère, l’Arc. L’accreditata “Guide Joanne” giunse addirittura a descriverne l’ascensione definendola bella ma faticosa, a causa delle pietre instabili, delle nevi perenni e del clima sovente ostile.

Infine per conferire un crisma di ufficialità alla scoperta, gli stessi cartografi decisero di intitolare “Monte Iseran” il relativo foglio della Gran Carta degli Stati di Terraferma del Regno di Sardegna. A quel punto la cosa cominciò a calamitare l’interesse degli alpinisti, soprattutto inglesi, i quali sfogliando i loro aggiornatissimi almanacchi si accorsero con sgomento che il Monte Iseran non risultava ancora fra le loro conquiste. In molti, armati di corde e ramponi, si misero a cercarlo.

Ma dov’era realmente il Mont Iseran? Nessuno, fino a quel momento, si era preso la briga di andare a vedere di persona. Gli alpigiani e le guide della Val d’Isère, che il territorio lo conoscevano a menadito, irridevano quanti arrivavano a chiederne conto. Il celebre alpinista inglese Coolidge avanzò i primi sospetti e iniziò a parlarne come di una leggenda – il termine “fake news” non era stato ancora coniato – screditando gli scienziati piemontesi. Purtroppo ebbe ragione: il Mont Iseran non era mai esistito! Vatti a fidare delle carte!

Recatosi sul luogo designato, sia pur fra le nebbie, Coolidge non riuscì a individuare alcuna vetta che andasse oltre qualche decina di metri rispetto al valico che portava il medesimo nome. Per quasi mezzo secolo l’errore era stato reiterato da naturalisti, geografi, storici, cronisti. Esattamente come per la sfuggente Isola Bermeja nel golfo del Messico, segnata sulle mappe per oltre quattro secoli, cercata fino all’esasperazione – l’ultima volta nel 2009! – e mai davvero esistita. Per l’Iseran l’equivoco scaturì forse dall’errata interpretazione del termine ‘mont’, che nella parlata savoiarda, era sinonimo di ‘passo, valico’, ma non di vera e propria montagna.

Esisteva dunque un colle con quel nome, ma di altezza più ragionevole, sebbene notevole, unendo la Val d’Isère con la Valle dell’Arc, a 2770 metri d’altezza. Un colle difficile che non entrò mai nelle pagine della storia: troppo alto, troppo distante dalle rotte del commercio e dei pellegrini, battuto da una miserabile mulattiera. Rari i viandanti, nessuna locanda, tanto meno un ospizio. Sull’Iseran tornò il silenzio mentre i cartografi si affrettarono a lavorare di lametta sulle pietre litografiche.

Albano Marcarini

 

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