Letture. Michieli e l’abbraccio selvatico

“Nel lontano 1981, quando avevo 19 anni e abitavo in città…” Con queste parole si apre il racconto di Franco Michieli. E’ una fantastica traversata delle Alpi a piedi “sotto il sole e le stelle dall’adolescenza verso l’ignoto” quella che l’autore rievoca quasi quarant’anni dopo per filo e per segno, come se il tempo si fosse fermato, nel libro “L’abbraccio selvatico delle Alpi” (Edizioni Ponte alle Grazie in collaborazione con il Club Alpino Italiano, 319 pagine,18 euro). No, il tempo non si è fermato. E, del resto, non è cambiato di un millimetro nemmeno il rigore con cui il milanese Michieli da tempo residente in Val Camonica “dialoga” con la natura selvaggia. Scrittore, geografo, esploratore e garante internazionale di Mountain Wilderness, Michieli ha trasformato in una ragione di vita il suo rigore, la sua intransigenza con se stesso e l’umanità intera. Di sicuro, con quarant’anni di meno e senza quegli scricchiolii delle articolazioni che a una certa età invitano a prendersela un po’ più comoda, Michieli oggi aderirebbe volentieri alle adunate della green generation. E’ infatti alle ragazze e ai ragazzi del nuovo millennio che dedica questo libro e sarebbe importante / interessante che fossero i giovani a farsi raccontare dal paterno Franco questo viaggio che a 19 anni l’autore giudicò necessario “per immergersi a lungo nell’ambiente e nel divenire della natura alpina e riuscire così a conoscere le reazioni reciproche capaci di nascere in quella convivenza”. John Muir non avrebbe potuto dire (e fare) di meglio.

C’è da esserne certi. La dolcezza innata di Michieli (non esente da un velo di timidezza) nasconde una quantità smisurata di caparbietà. In un mondo che aveva superato di slancio la contestazione giovanile e con maggiore fatica gli anni di piombo, lui cominciò da ragazzo a capire che senza una correzione drastica di modelli economici e culturali si sarebbe arrivati (sic) “a una probabile estinzione di massa dei viventi”. Già sentite di recente queste parole? Oggi l’emergenza climatica viene giudicata, per certi versi, peggiore del covid-19 perché, oltre una certa soglia che è stata chiaramente indicata, è irreversibile. E perché non c’è (non può esserci) un “vaccino” che ci permette di continuare a vivere come sempre mettendoci però al riparo dal rischio.

Questi aspetti Michieli li intuì nei remoti anni ottanta e l’uscita di questo libro ne è la migliore testimonianza. Non era il solo a pensarla così. “Spero”, dice oggi, “che ciascuno delle vecchie generazioni ritrovi nella lettura di questo libro qualcosa delle aspirazioni di quei tempi. E che i giovani trovino conferma che anche loro possono partire a riconquistare il mondo da cui si cerca di tenerli lontani”. Gli anni ottanta, qualcuno ancora se li ricorda? Erano gli anni in cui Leonardo Sciascia, alla luce dell’ammorbata situazione italiana, si diceva certo sul Corriere della Sera che tutto in quel mondo e a quell’epoca si faceva senza gioia. “Basterebbe fermarsi e osservare”, specificava lo scrittore siciliano, “che cos’è per i più la vacanza maledicendo giorni che dovrebbero essere di libertà e di riposo”. Questo per dire l’aria che tirava.

Si cominciava insomma a capire che la generazione di Michieli stava avviandosi verso l’orlo del baratro, vittima di avidità dettate da un business sempre più invadente. Lo aveva capito eccome quel ragazzo diciannovenne che dopo aver sostenuto l’esame orale di maturità all’Einstein s’involò, in un’afosa giornata di luglio, verso un’esperienza che non esitò a definire alternativa: tre mesi di immersione nella natura selvaggia sopravvivendo con mezzi minimi sia dal punto di vista dell’attrezzatura sia di quello finanziario. Come fare all’epoca per ricreare in un libro l’autenticità di quel vissuto? Benché avvezzo a raccontarsi in centinaia di brillanti conferenze, Michieli giudicò a lungo impossibile farlo nello stato d’animo dei suoi vent’anni. Ciò non toglie che l’avventura abbia lasciato un’impronta nei tanti libri (una decina) in cui ha messo a fuoco la sua filosofia, teorizzando quell’arte di inselvatichirsi che ritiene indispensabile nel misurarsi da pari a pari con la wilderness integrale. A patto s’intende di possedere il suo spirito d’avventura e la sua preparazione anche psicologica, indispensabili per affrontare, come lui ha fatto, le ormai leggendarie traversate a piedi delle Alpi e del Grande Nord.

Strada facendo, capita spesso a Michieli di benedire, nei dieci capitoli in cui descrive la traversata dal mar Ligure all’Adriatico, quella sofferta ricerca di libertà e di felicità che poi divenne una scelta di vita. Davanti a lui profumavano di libertà le albe e i tramonti nella grande bellezza delle Alpi. E gli era lieve il camminare fino all’esaurimento delle forze, con venti chili di zaino sulle spalle. In quegli 81 giorni volle caparbiamente mettere alla prova, in 2000 chilometr, la sua resistenza già temprata come atleta sulle piste cittadine di tartan, oltre a sperimentare la più precaria resistenza manifestata dai suoi scarponi di cuoio che per un miracolo hanno retto fino all’ultimo giorno di marcia in vista della baia di Duino. Qualche momento saliente della traversata? Bersagliato dai fulmini, Michieli si mise a pregare per sopravvivere a una furibonda bufera. Scalò 25 cime tra le più significative della catena delle Alpi. Bivaccò all’aperto e sotto ricoveri di fortuna, soffrendo la fame per la scarsità delle risorse finanziarie non si sa quanto voluta. Fu così che gli si sviluppò, infallibile bussola, quel “sesto senso” ereditato dai progenitori, fatto di autocontrollo e spirito di osservazione. Fu così che quel suo pilota invisibile dimostrò di valere più di un qualsiasi navigatore GPS. In conclusione, è probabilmente un bene, a giudicare dai risultati, che Michieli abbia voluto aspettare tanto tempo per scrivere questo libro a lungo meditato, indagando in età matura sulle radici di quel suo andare per monti con tanta invidiabile naturalezza. E lasciando ai posteri un prezioso messaggio di fiducia nelle proprie forze, unico antidoto rimasto ai veleni che ci minacciano. (Ser)

Franco Michieli al tempo della traversata dal mar Ligure all’Adriatico raccontata nel libro “L’abbraccio selvatico delle Alpi”

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