Istruttori. Cosa c’è nello “Zaino” numero 11

Spesso i materiali impiegati in alpinismo e arrampicata, nelle varie tecniche di assicurazione e di progressione, non vengono adoperati correttamente perchè non se ne conoscono del tutto caratteristiche e limiti. Si vedono così frequentemente soste costruite con grande fantasia, rinvii impiegati in modo scorretto, longe utilizzate, più o meno consapevolmente, come dispositivo di auto assicurazione. Nel nuovo numero, l’11, del periodico Lo Zaino, organo ufficiale degli Istruttori di alpinismo lombardi, Giuliano Bressan e Massimo Polato fanno chiarezza sull’impiego di vari materiali, eliminando false credenze e leggende metropolitane. I vari test sono stati eseguiti a trazione lenta o con carico dinamico presso il laboratorio e la torre del Centro Studi Materiali e Tecniche del CAI. Ricca di spunti, relazioni tecniche, recensioni, testimonianze, la rivista si fa leggere appassionatamente da chi ha a cuore l’alpinismo. Sfogliandola nella versione pdf, uno dei primi articoli, affidato in questo caso alla penna di Davide Martini, riguarda la bellissima corsa del Passatore, più di cento chilometri da Firenze a Faenza scavalcando l’Appennino al passo della Colla. “E’ incredibile come ogni volta”, racconta Martini, “non si è ancora arrivati al traguardo e nonostante la stanchezza estrema si pensa già di ritornare l’anno successivo. L’esperienza è talmente bella e profonda che si resta del tutto affascinati da questa prova ed è davvero difficile pensare poi di potervi rinunciare”.

Walter Polidori illustra “le vie del Pezol” nella Valle del Sarca. Queste piccole pareti non sono esteticamente attraenti ma riservano belle arrampicate. Il panorama che si presenta viene definito fantastico: permette di vedere il Lago di Garda da nord verso sud, con le tante pareti che si gettano sulle sue sponde, quasi a formare dei fiordi. A Fabio Gregorini e al suo cassetto dei sogni si deve il racconto dell’alta via dell’Adamello percorsa con gli sci lungo il sentiero numero 1, un’avventura di quattro giorni da affrontare con la dovuta preparazione.

Marco Gnaccarini si dedica invece a una curiosa analisi del rapporto scalata-lavoro. “Chi scala, indipendentemente dal terreno”, osserva, “è chiamato a risolvere continuamente i problemi che gli si pongono davanti, specie chi arrampica a vista, perché ogni metro richiede una posizione ben precisa del nostro corpo e spesso per raggiungerla dobbiamo utilizzare un movimento specifico cercando di non cadere”. Più avanti nota che l’esperienza accumulata è fondamentale e, anche se non ce ne rendiamo conto, ci viene in aiuto nella progressione e rende ogni movimento sempre più efficace. “In ambito lavorativo, spesso, ho a che fare con il ‘Problem Solving’, ovvero il complesso delle tecniche e delle metodologie necessarie all’analisi di una situazione problematica allo scopo di individuare e mettere in atto la soluzione migliore… Una persona che arrampica è chiamata, in alcuni casi, a risolvere in poco tempo un problema, anche su lunghezze di corda che ben conosce. Lo stesso vale per il lavoro se all’improvviso si verifica una situazione sconveniente non preventivata ma che, con elasticità mentale e un pizzico di fantasia, può essere velocemente risolta”.

Due libri vengono accuratamente analizzati da Matteo Bertolotti (“David Lama: Free – Il Cerro Torre e io” e “L’assassinio dell’impossibile” di Reinhold Messner) mentre Luca Calvi si esprime su “Tom Ballard, il figlio della montagna”. Tocca poi a Matteo Della Bordella illustrare la sua recente spedizione in Patagonia mentre Valentino Cividini rievoca le sue scorribande alpinistiche nel massiccio del Bernina e Diego Filippi si dedica a Lagginhorn e Weissmies: entrambe queste vette spiccano in quella incredibile corona di 4000 che circondano a ferro di cavallo i paesi di Saas Fee e Saas Grund. Sono considerate vette facili e il dislivello, grazie agli impianti di risalita, è contenuto. Come primo approccio alle vette superiori ai 4000 metri rappresentano l’ideale.

Fabrizio Rattin racconta come lui e Stefano, amico d’infanzia e primo compagno di avventure, siano rimasti stregati da un totem irresistibile che guardavamo con stupore ancor prima di cominciare a scalare, durante i memorabili campeggi parrocchiali nelle malghe. Fabrizio Andreoli ci porta invece al Pilone Centrale del Freney, un’impegnativa scalata cui è seguito il Cervino in giornata con andata e ritorno da casa in 24 ore, compresa una pausa pizza…

Di Niko Beta è la relazione su Transiberiana Express salita con determinazione e intuito in due tentativi mentre Beppe Guzzeloni si chiede, per concludere, se è possibile un cambiamento di stili di vita in un’interessante analisi dell’alpinismo post pandemia. “Il Covid 19”, osserva, “ ha svelato ciò che sapevamo, ma non immaginavamo con quale potenza e velocità avrebbe avuto inizio la destrutturazione della nostra complessità, del mondo che abitiamo e delle sue logiche economiche, politiche e sociali”. (Ser)

 

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