I tempi del colera al Passo della Mauria

Epidemie d’altri tempi in montagna. Era il 1873 e il colera si era manifestato con particolare virulenza in alcune località delle Alpi orientali nel pieno dell’estate con alti indici di mortalità nelle province di Udine, Venezia e Treviso. Per evitare che il colera arrivasse in Cadore furono adottate severe misure di profilassi. Un empirico bagno di disinfezione fu allestito in località Borbe, sulla strada per Forni di Sopra in Friuli. Lo racconta Walter Musizza il 12 marzo 2020 sull’Amico del Popolo sulla scorta di alcuni scritti di Giovanni Gerardini apparsi sul giornale Il Cadore negli anni Cinquanta del secolo scorso. In un suo cenno storico del 15 ottobre 1930, inedito e conservato dagli eredi, Geradini racconta dunque del cosiddetto “posto di vedetta” che controllava gli accessi dalla Mauria in quel terribile 1873. “Fra i vari provvedimenti di profilassi adottati”, si legge, “uno aveva lo scopo di sottoporre a disinfezione e sterilizzazione i viandanti e loro bagagli che dalle zone infette si spostavano verso quelle immuni”.

“Un posto di vedetta”, si legge ancora, “fu istituito sulla strada di ‘Borbe’ e aveva il compito di vigilare e controllare i passeggeri che dalla provincia del Friuli, attraverso il Passo della Mauria, scendevano in quella di Belluno. Poco discosto dal corpo di guardia era stato eretto un ‘cabiotto’, che nella sua semplicità serviva da apparato di disinfezione. In una pignatta, del cloro mescolato ad altre sostanze, aveva il potere di provocare il subitaneo sviluppo di un gas acre e accecante, che sfuggendo dal tetto e dalle connessure della baracchetta, appestava la zona circostante”.

“Avvistato il passeggero”, racconta ancora Gerardini, “questo, con tutta la scorta delle valigie o dei fagotti veniva condotto nello apparecchio e, in barba alle di lui proteste di immunità e sanità, rinchiuso corpo, vesti ed… anima in quella specie di autoclave dalla quale non usciva che la testa, così come fosse una ‘pendola’ da affumicare. A questo punto entrava in scena l’operatore che gettata nella pignatta manciate di ingrediente e, data una sollecita rimestata, chiudeva ermeticamente la porta, allontanandosi presto fuori dal tiro delle esalazioni. Dopo alcuni minuti di fumigazione l’operazione era finita e la disinfezione considerata perfetta, per cui se il bacillo avesse avuta la mala ventura di abbarbicarsi sulle vesti, doveva considerarsi bell’e spacciato. Eseguito il trattamento, dall’ufficio controllo veniva staccata al viandante bolletta comprovante l’operazione e quindi posto in libertà”.

“È stato accertato”, conclude Gerardini, “che l’epidemia fu regalo di una carovana di zingari proveniente dall’Ungheria. Dati i mezzi a disposizione, a quel tempo già abbastanza efficaci, il morbo è stato presto contenuto e soffocato”.

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