Com’eravamo. Le scarpe del padre

Mio padre teneva in gran conto le scarpe: erano il capo d’abbigliamento che maggiormente curava. Del resto per quelli della sua generazione, che avevano visto la guerra, bastava “la salute ed un paro de scarpe nove – come cantava Nino Manfredi – e poi gira tutto il mondo”. Del resto anche per gli appassionati di montagna, le scarpe sono il primo elemento dell’abbigliamento. Ricordo che la domenica mattina una delle sue attività preferite era raccogliere le scarpe di tutta la famiglia e lucidarle. Le metteva tutte in fila nel bagno, ed estraeva da uno sgabello-cassettino tutto il necessario: spazzole, spazzolini, lucido. La lucidatura era compito suo, nemmeno nel periodo in cui avevamo una domestica fissa lo delegava. Prima di iniziare il rito stendeva per terra un vecchio giornale, in modo che la polvere ed i granellini di lucido non sporcassero le piastrelle, lui stesso vestiva lo spolverino dei lavori di fatica. L’operazione avveniva in tre fasi, la prima spazzolatura, la ceratura e la seconda spazzolatura. Per la prima passata usava una spazzola abbastanza grande, anzi due, una nera ed una marrone, a seconda del colore della tomaia. La spazzolatura serviva a ripulire le tomaie dalla polvere e dal fango secco: pulizia “della grossa”, diceva lui. Questa pulizia della grossa era ripetuta nei giorni feriali, quando non c’era tempo per la pulizia completa.

La ceratura avveniva con una spazzola piccola, che lui impregnava con il lucido contenuto nella scatoletta rotonda, che si apriva con la chiavetta a farfalla. Guai ad usare la crema in tubetti, troppo liquida. Naturalmente anche di spazzole piccole ce n’erano due, una per colore. Dopo la ceratura occorreva lasciare asciugare un po’ la crema, finché diventasse opaca, e finalmente la seconda energica spazzolatura rendeva le scarpe lucide ed adatte al dì di festa.

Da bambino, negli anni cinquanta, assistevo curioso all’operazione, durante la quale egli mi raccontava storie di scarpe. Le scarpe di cartone degli alpini in Russia, gli sciuscià di Napoli, le scarpe che negli alberghi venivano lasciate fuori dalla stanza la sera per ritrovarle il mattino pulite, e le scarpe lucidate in caserma durante il servizio militare. Da allora ho sempre pensato che l’articolo di casermaggio per eccellenza sia il lucido da scarpe, insieme alla cera per i pavimenti, e riconosco chi è stato in collegio militare da come parla delle scarpe e da come le tratta. Verso i sette anni fui ammesso a partecipare attivamente al rito: a questo punto i suoi racconti lasciarono il posto all’istruzione tecnica, quale fosse il lucido migliore, come trattare le scarpe bagnate di pioggia, come cerare le scarpe traforate, per evitare che il lucido si annidasse nei fori, come lucidare le scarpe da donna scollate senza ungersi il dorso della mano, come infilare le stringhe incrociate anziché parallele. C’era poi il capitolo delle scarpe di camoscio e relativa attrezzatura, ed il grasso di foca per gli scarponcini da montagna.

Dell’armamentario per la cura delle scarpe facevano parte anche una borsa con scomparti per le spazzole, un necessaire da sciuscià di lusso, che lo accompagnava sempre nei suoi viaggi, assieme all’altro, quello della toeletta. Inoltre per non far perdere alle scarpe la loro forma usava dei tenditori metallici regolabili, oggi venerate reliquie, che io tuttora utilizzo. Da allora non posso pulire le scarpe senza pensare a mio padre, spesso con un lieve senso di vergogna, quando uso gli strumenti più moderni, come le confezioni di lucido in cui la spugna si impregna da sola, o addirittura le spugne magiche. Se mi vedesse, certo disapproverebbe questi vezzi moderni.

Ma sempre le scarpe mi ricordano mio padre. Saliva a piedi, anziché con l’ascensore, i due piani di scale, per fare un po’ di moto, ed io riconoscevo il suo passo che strisciava sui gradini, ogni volta che rientrava la sera. Ora che non rientra più, ho ereditato io il rumore del suo passo sulle scale, io che poco gli somiglio fisicamente e caratterialmente. Ho addirittura la convinzione che questo passo lo produco solo rientrando a casa e solo da quando lui non c’è più, e questo mi dà grande piacere, è come se lui mi accompagnasse ancora. E’ un suo ricordo, o forse un messaggio.

Lorenzo Dotti

“Imparai da mio padre”, racconta Lorenzo Dotti, “quale fosse il lucido migliore, come trattare le scarpe bagnate di pioggia, come cerare le scarpe traforate per evitare che il lucido si annidasse nei fori…”. Qui un repertorio di cere ed emulsioni abbandonate. In apertura la pubblicità del Brill “(meglio del Brill non c’è che il Brill..”, recitava lo slogan.) (ph. Serafin/MountCity)

One thought on “Com’eravamo. Le scarpe del padre

  • 02/06/2020 at 12:17
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    Dalle piccole cose emergono grandi sentimenti.
    Anche mio nonno era un appassionato della lucidatura di scarpe. Forse perché ne aveva un paio o due, e dovevano durare. ALTRI TEMPI DAVVERO.

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