Vita da pastora. La giornata di Alina

Alina ha tre figli che per l’emergenza sanitaria non hanno potuto frequentare la scuola come tutti gli studenti in Italia. Durante il lockdown la sua vita da pastora è continuata, solitaria, all’aperto. La mascherina era sempre a portata di mano, rispettando la legge, se incontrava qualcuno sul pascolo. Mai un riposo, mai uno svago, per lei non esistono feste né ricorrenze. Le pecore mangiano sempre! La prima mungitura inizia alle ore sette, duecento pecore. Verso le undici suo marito ritira il latte, circa 50 litri. Poi il gregge va al pascolo e le pecore e le capre brucano insaziabili l’erba sino verso le ore 18. L’erba di maggio è la migliore, fresca e profumata per i tanti fiori ed erbe selvatiche. Ne guadagna il sapore del formaggio. Alina trascorre il tempo in Valle Giumentina (circa 600 metri di altitudine) in un’area suddivisa tra i comuni di Abbateggio e Caramanico Terme, provincia di Pescara, nel Parco Nazionale della Majella in Abruzzo. Sorveglia il gregge. Se si allontana lo fa tornare indietro con un fischio. Ha l’abitudine di ricompattare le pecore anche con suoni gutturali incomprensibili. Se il gregge non ubbidisce, manda i cani che, abbaiando, danno piccoli morsi alle gambe delle pecore e delle capre e le riunisce.

L’ORA DELLA MUNGITURA. Con il sole o la pioggia, il freddo o il caldo, con qualsiasi avversità meteo, Alina è sempre vigile e presente. Il gregge sa che a una certa ora deve tornare allo stazzo, perché alle ore 19 inizia la seconda mungitura. Il gregge, dopo la disgrazia meteo (grande nevicata) e la follia umana (arse vive 150 pecore e capre anche gravide) è cresciuto. Sono nati circa cinquanta agnelli e capretti. Alina cerca di vivere in modo semplice, affrontando gli ostacoli della vita. Gli agnelli e i capretti appena nati sono a loro volta in “lockdown”, isolati nello stazzo, in un loro recinto dove hanno l’acqua, la lettiera con il mangime e aspettano il rientro del gregge. Non vanno a brucare l’erba, non ce la farebbero a camminare e bloccherebbero anche le mamme che si fermerebbero per aiutarli. Nelle vicinanze dello stazzo ho lasciato sia Alina sia il gregge e sono andato avanti per fotografarli. Immaginavo quello che sarebbe accaduto dopo pochi minuti. Mentre fotografavo, all’improvviso, il silenzio è stato rotto dal belare piagnucolante di capretti e agnelli che aspettavano le mamme per mangiare e trascorrere la notte protetti. Mi sono trovato circondato dal gregge, che spingeva per entrare nello stazzo.

ALLA LUCE DELLA FRONTALE. Alina è arrivata, ha aperto il cancello, e a questo punto il gregge si è diretto verso il recinto degli agnelli e capretti. Alina ha aperto anche questo cancello e si è creata una confusione totale. Gli agnelli e i capretti sembravano impazziti, famelici. Si attaccavano al seno riuscendo a trovare la loro mamma. Difficile che qualcuno approfitti di un altro seno. Alcuni non ce la fanno a succhiare il latte della mamma e Alina si prodiga per allattarli con il biberon. Calmata la fame, inizia la mungitura che termina alle ore 23. Alina ha realizzato, arrangiandosi con quello che ha trovato, un passaggio stretto, una forca caudina che termina con un cancello che si apre e chiude, fatto funzionare da una rudimentale asta. Con la lampada frontale, una giacca per ripararsi, la mungitura si deve fare con qualsiasi situazione meteo.

UNA LUNGA FILIERA. La pecora entra in questo corridoio, una per volta, viene munta e poi aperto il cancello, esce e ne entra un’altra. Si lavora molto, ma il guadagno è poco. Per realizzare un chilo di formaggio occorrono sei litri di latte. Ogni pecora e capra ne produce mezzo litro. In totale circa 15 chili di formaggio al giorno. Per poterlo mangiare, occorrono due giorni, dopo la lunga filiera: bollitura, caglio, sistemare il formaggio negli stampi tipici forati, spremitura per far uscire il liquido sieroso che si fa bollire per la ri-cotta (quindi doppia cottura), la salatura e infine la stagionatura. Le spese sono tante, bisogna pensare al veterinario, al mangime per gli agnelli appena nati, acquistare il caglio, il sale, la bombola del gas. Due persone che lavorano a tempo pieno. E la tosatura? La lana non la vuole più nessuno, meglio i derivati del petrolio! Anche i cani devono mangiare, perché lavorano tanto. La sera, al rientro nello stazzo, si prepara il pancotto con il pane raffermo e il liquido spremuto che si ricava dalla produzione del formaggio. Poche ore di riposo e Alina inizia una nuova giornata.

LA VISITA ALL’EREMO. Parlando del coronavirus, Alina mi ha confessato che avrebbe voluto anche lei restare a casa e, dormire tanto, ma va bene così, ama il suo lavoro. L’ho lasciata per un paio di ore, perché mi sono recato all’Eremo di San Bartolomeo in Legio (700 m). Mentre camminavo sul prato, con l’erba alta, ho sentito un fruscio. Una biscia nera lunga circa un metro e mezzo mi ha sfiorato lo scarpone. Non è un serpente velenoso, ma la sua dimensione può incutere paura. Ripresomi dallo spavento, ho seguito il sentiero “S” del parco, ben manutentato, per l’eremo. È un eremo solitario e appartato, l’escursione è piacevole, facile, panoramica, storica. L’eremo si trova nel Parco Nazionale della Maiella, nel Fosso di Santo Spirito, nel comune di Roccamorice (PE). Era una dipendenza dell’Eremo di Santo Spirito a Maiella, poco distante e fu restaurato da Pietro da Morrone, all’incirca nell’anno 1250. Pietro da Morrone fu eletto papa il 29 agosto del 1294, con il nome di Celestino V, ma rinunciò al pontificato il 13 dicembre dello stesso anno. Fu proclamato santo il 5 maggio del 1313 da papa Clemente V. In questo eremo, Pietro da Morrone dimorò tra il 1274 e il 1276 con alcuni discepoli.

Procedo per il prato nella Valle Giumentina (740 m), incontro due capanne pastorali andate in rovina (804 m) e mi affaccio sul Fosso di santo Spirito. Il sentiero per la discesa al torrente Capo La Vena – Capo Lavino (660 m) è ripido, ma vedere l’eremo mimetizzato nella roccia calcarea procura un senso di pace. Il panorama è indescrivibile Si attraversa il torrente su un ponte naturale ricavato nella roccia, affiancato a una piccola sorgente. Il torrente scorre in una gola profonda, il vallone San Bartolomeo, scavata nella roccia e immersa in un’oasi ben conservata, in un verdeggiante incantesimo. Ora bisogna salire le scale lucidissime, quindi scivolose, che introducono all’eremo. Si arriva al camminamento situato su una panoramica balconata. L’eremo è formato da una cappella e da due vani scavati nella roccia, destinati agli eremiti. Mi sono fermato poco tempo per poi tornare da Alina e assistere alla mungitura.

testo e foto di Luciano Pellegrini

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