Lezioni di storia. L’Ossola stregata di Torototela

Nuovo appuntamento in MountCity con lo scrittore ossolano Paolo Crosa Lenz che mette cortesemente a disposizione la sua raccolta di materiali storici locali utilizzati dagli insegnanti nella didattica sotto il titolo “La scuola al tempo del coronavirus”. Questa volta, dopo averci raccontato nella precedente puntata di carestie e pestilenze, Crosa Lenz ci parla di ricorrenze e compleanni. Le ricorrenze sono quelle di due uomini di lettere che all’Ossola hanno dato cose buone: quando cent’anni fa uno moriva (il cavalier Giovanni Leoni detto Torototela), l’altro nasceva (Renzo Mortarotti). Al cavalier Leoni, che tanto si prodigò per la valorizzazione turistica delle valli Divedro e Antigorio e per il meraviglioso Devero, i compaesani antigoriani si accingono quest’estate a tributare una degna celebrazione nel centenario della scomparsa. I compleanni a cui si riferisce Crosa Lenz riguardano invece tre importanti libri: il “Quadro dell’Ossola” di Nicolao Sottile, “L’Ossola nell’età moderna” di Renzo Mortarotti e “Val Grande ultimo paradiso” di Teresio Valsesia.

• Giovanni Leoni, poesia e impegno sociale. Nel paradigma di vita di Giovanni Leoni c’è molto dell’Ossola di fine Ottocento, momento cruciale della nostra storia in cui l’Italia, da poco diventata stato unitario, si avviava alla sua rivoluzione industriale con l’età giolittiana. I capisaldi sono tre: l’emigrazione, la letteratura, l’impegno sociale a “fare l’Italia”. Leoni nasce a Domodossola nel 1846 e a 24 anni emigra con il fratello Costantino a Montevideo dove crea la “Leoni Hermanos”, un proficua attività commerciale in tessuti e generi vari. Compra una nave con quindici uomini di equipaggio e naviga le fredde acque della Patagonia trasportando ogni genere di merce. Viaggi in quel “mondo al confine del mondo” tanto di moda oggi. Virginia Maulini così racconta quel periodo in una commossa memoria nel 2001: “Il nonno Costante raccontava che senza l’Ossola nella memoria, senza quel nido di montagne e di gente nel cuore, non avrebbero forse potuto superare le sterminate e fredde solitudini di quei viaggi. Ma c’era titanico l’orgoglio e la capacità, di volta in volta, di mettere a fuoco la meta: l’uleta piena e il ritorno a casa. Sedici anni, lunghi e duri. Anni da pionieri. O si soccombe e si balza fuori dall’esperienza, battezzati e diversi”.

Giovanni Leoni, detto Torototela. In apertura il monte Cistella, a Leoni tanto caro, visto dal Devero (ph. Serafin/MountCity)

Nel 1886 Giovanni Leoni liquida l’azienda e rientra in Italia dove vive di rendita fino alla morte. In inverno vive a Domodossola, Bologna e Torino dove frequenta assiduamente la borsa valori. In estate vive a Mozzio dove, via via, trascorrerà soggiorni sempre più prolungati fino a stabilirvisi definitivamente. Nel 1891, durante un viaggio a Roma, scrive la prima poesia dialettale (“L’Olèta”) che invia all’amico parroco di Mozzio, don Gaudenzio Sala. Per oltre vent’anni scriverà poesie mordaci e satiriche in dialetto ossolano con lo pseudonimo di Torototela, a richiamare quei menestrelli girovaghi che nell’Ottocento giravano le piazze accompagnando le loro storie con il suono di una specie di violino ricavato da una zucca vuota. Le sue poesie verranno pubblicate nel 1929 dal nipote Camillo Boni con il titolo di “Rime Ossolane”. Nelle sue poesie, con l’uso del vernacolo come orgoglio identitario locale (in assoluto il più grande poeta dialettale ossolano), la libertà dal bisogno diventa libertà del pensiero. Lui, che aveva visto il mondo e le grandi città, sferzava con pungente ironia le piccole miserie di un mondo provinciale, che si sarebbe aperto solo con la galleria del Sempione e il passaggio dell’Orient Express. Quasi a compensare i suoi scritti sbefard, vi fu l’impegno nella sezione di Domodossola del Club Alpino Italiano, la sesta costituita in Italia. Il CAI allora fu uno dei centri propulsori per la costruzione di quell’identità nazionale e di “sentire comune” che fu il completamento dell’impresa risorgimentale e del processo unitario. Con lui, presidente della sezione nei primi anni del Novecento, operarono uomini del calibro di Alfredo Falcioni, Giorgio Spezia, Giacomo Trabucchi, Enrico Bianchetti, Giuseppe Barbetta. Questo pugno di uomini costituiva la classe dirigente ossolana del tempo. In questo ruolo Giovanni Leoni fondò la “Pro Devero”, associazione ambientalista ante litteram di straordinaria attualità, e la “Pro Cistella” impegnata nella costruzione di un rifugio sulla vetta della montagna.

Quel rifugio fu il suo capolavoro: inaugurato nel 1901, gli fu intitolato nel 1920, anno della morte. Perché un rifugio sulla vetta di una montagna, oltre tutto priva di interessi strettamente alpinistici? La risposta è semplice e disarmante. Con la costruzione del rifugio “…venne reso agevole di ammirare il vago spettacolo del tramonto e del sorgere del sole da questa cima, così stupendamente situata nel centro dei monti Ossolani e detta a ragione il Righi Ossolano”. Soltanto un poeta poteva concepire la costruzione di un rifugio a quasi tremila metri per un godimento estetico, per unire azione e contemplazione. L’amore per quella montagna è espresso con versi lapidari: “Am disarì ch’a parli par passion, / ma quela l’è la scima pussè bela; / negh su, vardev intorn quand l’è seren / e dopo am savrì dì s’a parli ben”.

Nel centenario della morte merita una particolare attenzione un’antologia di memorie, tratta in buona parte dai diari dei cugini Ottorino e Leonello Leoni e filtrata dalla passione competente di Gabriella Boni Andreis, è l’occasione per avviare un necessario processo di valorizzazione di uno dei protagonisti della storia sociale e letteraria dell’Ossola. Il tutto con un velo di sobria ironia. Lui, uomo ricco e affermato, cantava la fine del suo alter ego poetico con versi assoluti: “La sò fin natural l’era quèla: / fàa ghignà par un sold la marmaia / e murì còm un can su la paia; / pòvar diavul d’un torototela!”.

• Mortarotti, un libro di formazione. Renzo Mortarotti (1920 – 1988) fu figura di spicco della cultura ossolana del secondo dopoguerra del Novecento. “Fratello rosminiano” (non aveva il sacerdozio) lega il suo nome a due libri in particolare: “I Walser nella Val d’Ossola” (1979) e “L’Ossola nell’età moderna” (1985). Quest’anno ricorrono il centenario della nascita e i 35 anni di pubblicazione dell’Ossola moderna. Il libro sui Walser è ancora oggi fonte preziosa di confronto per gli studi in quanto l’autore ebbe la ventura di raccogliere dalla voce degli ultimi memorie e leggende altrimenti destinate alla scomparsa.

“L’Ossola nell’età moderna” (Grossi, Domodossola) racconta in tre parti la storia dell’Ossola dall’annessione al Piemonte (1743) all’avvento del Fascismo (1922). Le tre parti sono: ambiente (il rapporto degli ossolani con la montagna e i fiumi), economia e società (il passaggio dalla ruralità all’industria) e gli avvenimenti (l’annessione al Piemonte, la Restaurazione, il Risorgimento l’unità d’Italia, l’avvento in sordina del Fascismo). In oltre 600 pagine, con una scrittura chiara e lineare, mai noiosa, Renzo Mortarotti conduce il lettore a conosce 180 di vita sociale e di storia di una regione di frontiera. Soprattutto superando, per primo, l’ormai anacronistica divisione dei libri di storia locale in “Storia” e “Documenti” (spesso illeggibili o accessibili solo a pochi specialisti). Ancora oggi è un “libro di formazione” per i giovani studiosi. Ad un anno dalla morte, Paolo Bologna lo ricordava come “un discreto e colto signore piemontese di buone maniere”.

• Teresio Valsesia e la Val Grande “ultimo paradiso”. Anche il libro di Teresio Valsesia “Val Grande ultimo paradiso” (Alberti, Verbania, 1985) compie 35 anni. L’opera ebbe molta fortuna e più edizioni, ma soprattutto fu alla base (quasi un “libro bianco”) dell’istituzione del Parco Nazionale. In oltre 200 pagine, quindici capitoli (solo l’ultimo dedicato all’escursionismo) raccontano la “wilderness di ritorno” della Val Grande e quel “ritorno” è la memoria della civiltà rurale montana (secondo la fortunata definizione di Nino Chiovini) che hamodellato sette secoli di storia delle montagne dell’entroterra verbanese. Non entro nel merito dei contenuti, perché ormai molto conosciuti e soggetti a vari approfondimenti, ma segnalo il carattere pionieristico del lavoro, basato molto sulla memoria orale degli ultimi alpigiani. Come per i Walser di Renzo Mortarotti, i montanari di Teresio Valsesia sono stati gli ultimi. Propongo le riflessioni iniziali del libro: “Qui si ritorna alle origini, all’inconscio desiderio di cose nuove e vergini. L’ebrezza e la voluttà dell’incognito. Godere istintivamente senza patemi e preoccupazioni la pienezza dello spirito e della mon­tagna. Sentirsi elemento integrante di questa natura che si offre in umiltà e che si deve assaporare nel suo rispetto totale. Spossàti nel folto dei boschi e in contemplazione sulle creste aeree e assolate, ma in una dimensione nuova, stimolante e seducente. Senza presunzione, perché basta il fruscio di una vipera a riportarci alla fragile condizione di uomini. Praticare la Val Grande unicamente come una ludi­ca palestra per contemplazioni estetiche di grandi silenzi e di natura incorrotta, sarebbe troppo ridutti­vo. Bisogna invece scoprire anche le testimonianze dell’uomo, della civiltà contadina e montanara or­mai trapassata. (Sarà possibile un ritorno almeno parziale all’alpicoltura?). Voltarsi indietro, dunque, ma non per sterile revi­val, nostalgico riflusso o asettico recupero. Bensì per rinnovare quei valori che, se correttamente pra­ticati nella nostra incerta quotidianità, aiutano a costruire giorno per giorno la civiltà”. L’occasione del compleanno, mi permette di ricordare l’amico editore Carlo Alberti (1924 – 2016) che in questo libro credette molto.

• Il “Quadro dell’Ossola” di Nicolao Sottile. Il “Quadro” di Nicolao Sottile, sacerdote valsesiano di idee liberali e sostenitore della politica napoleonica, ci porta agli albori della storiografia ottocentesca. Nel 1810, quando vedeva la luce il “Quadro”, nasceva Francesco Scaciga Della Silva che nel 1842, a soli 32 anni, pubblicò una fortunata “Storia di Val d’Ossola”. Sottile visitò a lungo nel 1807 l’Ossola accompagnando il prefetto Mocenigo, interessato alla situazione socioeconomica della valle per capire quante tasse potesse offrire. E’ d’elogio il giudizio che un critico attento come Renzo Mortarotti fa dell’opera: “Il Sottile, che partecipò con fervore alla vita pubblica durante il dominio francese, dimostra interesse per tale molteplicità di problemi, che lo sentiamo vicino a noi più di altri che lo seguirono e che scrissero dell’Ossola in modo aulico o con troppo amore di campanile. Per questo gli perdoniamo le facili digressioni e le considerazioni moralistiche”. A questo proposito propongo poche righe della terzultima pagina del libro, nella ristampa anastatica (Grossi, Domodossola, 2014).

“Se mai per ventura venisse a spopolarsi l’Ossola, quale è l’abitante delle pianure che vorrebbe intanarsi e seppellirsi nei suoi monti? Qual è colui che abbandone­rebbe un suol fecondo per una terra ingra­ta, per una terra, che malgrado un lavoro ostinato non può nutrirlo, e che lo costrin­ge per vivere ad andar errando in paesi stranieri, ed a dividersi per anni dagli og­getti più cari al suo cuore? No, non si lascia una madre benefica per una matrigna. Parlo il linguaggio della natura, e questo linguaggio è da tutti inteso, od almeno do­vrebbe esserlo. Sono dunque ben preziosi agli occhi del vero politico questi uomini che l’abitudine, ed amor di patria legano, ed incatenano fra 1’orrore delle montagne”.

A cura di Paolo Crosa Lenz

Nicolao Sottile, a cui è dedicato l’Ospizio Sottile (nella foto), fu filantropo e benefattore molto attivo per la sua terra. Della salita all’Ospizio racconta Alberto Paleari nel suo recente libro “La finestrella delle anime”. (ph. MonteRosa edizioni)

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