Fumatori accaniti ma grandi alpinisti

Joe Brown

Partì da Milano in abito di grisaglia con una buona scorta di sigarette “nazionali” e la statuina della Madonnina da portare in cima al K2. Era il 1954 e l’ingegner Pino Gallotti, istruttore del Cai, era stato designato dal capospedizione Ardito Desio come responsabile del materiale tecnico della spedizione, fra cui le bombole d’ossigeno. Gallotti quelle sigarette fu costretto a fumarsele in tenda, nottetempo, affacciandosi attraverso uno spiraglio per non disturbare il compagno. Il fumo non rallentò la sua marcia: raggiunse con Erik Abram e Walter Bonatti quota 7740 metri, installando e rifornendo il campo 8 da dove partì l’attacco finale alla vetta. Grande fumatore fu il lecchese Casimiro Ferrari, conquistatore del Cerro Torre. Ogni occasione, in tenda o nelle trune, era buona per accendersi una “fumosa”. Ora da un’inchiesta apparsa il 24 maggio 2020 sul Sunday Times risulta che il tabacco offrì un contributo da ritenersi (forse) positivo alle scalate di alcuni pionieri dell’alpinismo himalayano.

“Sì, gli alpinisti inglesi all’Everest fumavano come pazzi, ma non erano i soli”, conferma la dottoressa Oriana Pecchio della Società Italiana di Medicina di Montagna. “Oltre agli inglesi si sa che per esempio Gaston Rébuffat era un forte fumatore e il fumo purtroppo gli procurò un tumore al polmone. Ancor più antica è la notizia, riportata anche da Angelo Mosso nel suo ‘La fisiologia dell’uomo sulle Alpi’, che la guida alpina Mathias Zurbriggen in vetta al Pioneer Peak di 6888 metri aveva fumato un sigaro, suscitando ‘l’ammirazione’ del suo cliente sir Martin Conway. Questi era giunto in vetta ‘debole e sofferente’”.

In apertura il fuoriclasse lecchese Casimiro Ferrari.Qui Holdsworth sul Kamet nel 1931,

Dall’articolo firmato da Nicholas Hellen sul Sunday Times, si apprende che quando Edmund Hillary e Tenzing Norgay compirono nel 1953 la prima ascensione all’Everest la spedizione si era portata dietro 15 mila pacchetti di sigarette. Il capospedizione John Hunt fumava la pipa come Charles Evans, uno dei due primi a raggiungere la cima sud, mentre Wilfred Noyce, uno dei due primi a raggiungere il colle sud, fumava sigarette. La spedizione che nel 1955 conquistò il Kangchenjunga, la terza cima più alta del mondo, aveva con sé 25 mila pacchetti di sigarette e 16 libbre di tabacco, secondo Mick Conefrey autore di “The Last Great Mountain”, pubblicato in occasione del 65° anniversario della salita. Mentre la maggior parte delle sigarette erano destinate ai portatori e agli sherpa, circa 5000 pacchetti erano per due alpinisti, uno dei quali l’inglese Joe Brown, morto a 89 anni poco tempo fa.

Brown raccontò a Conefrey che la sera prima dell’ascesa alla vetta aveva fumato cinque sigarette nella tenda che divideva con il suo compagno di scalata, George Band, non fumatore. E che era stato solo per rispetto a Band che aveva rinunciato a fumarne un intero pacchetto. Brown non ebbe alcun problema di salute per la sua abitudine al fumo.

Annalisa Cogo

A che cosa allora attribuire l’effetto di benessere riferito da alcuni alpinisti fumatori in alta quota? Secondo la dottoressa Annalisa Cogo, pneumologa, a suo tempo presidente della Commissione medica del Club Alpino Italiano, “la sensazione di benessere è dovuta verosimilmente all’euforia indotta dalla nicotina che attiva i recettori dopaminergici frontali. Ed è il motivo principale per cui il fumatore va in astinenza. Inoltre il fumo produce molto CO (Monossido di carbonio) che ha una capacità di legame con l’emoglobina molto superiore all’ossigeno. Quindi il fumatore ha meno ossigeno legato all’emoglobina, cosa da tenere presente quando si fa esercizio, tanto più in quota!”. “Potrebbe esserci un effetto momentaneo dell’inalazione di ossido nitrico, uno dei tanti prodotti della combustione delle sigarette”, spiega a sua volta la dottoressa Pecchio, esperta alpinista. “E’ una molecola molto labile, presente nel nostro organismo, potente vasodilatatore. Se ridotto, pare implicato nella formazione dell’edema polmonare da alta quota, ma è anche uno dei mediatori del danno cellulare ossidativo e di altre tossicità. I danni da fumo sono sempre di gran lunga superiori a un momentaneo ‘benessere’ e purtroppo la dipendenza da nicotina è molto forte”.

E a proposito di benessere indotto dal fumo, per concludere, il Sunday Times ricorda che lo scienziato George Finch fu il primo a persuadere gli organizzatori della spedizione all’Everest del 1922 (di cui faceva parte e che vide George Mallory compiere il primo serio tentativo per raggiungere la vetta più alta del mondo) che le bombole di ossigeno erano indispensabili ma che anche il fumo ad alta quota poteva risultare d’aiuto. Mallory era un accanito fumatore di pipa, così come Sandy Irvine con il quale compì il suo tentativo alla vetta nel 1924. Tentativo che gli fu fatale ed è proprio da escludere che colpevole sia stato anche il fumo delle loro pipe? (Ser)

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