Letture. Psicoanalisi dell’alpinista

Può capitare che di alpinismo sia uno psicoanalista a discutere analizzandone in un libro le origini e le motivazioni. Il risultato promette di essere particolarmente stimolante se l’autore, in questo caso Andrea Bocchiola (Dell’alpinismo, Tararà, 83 pagine, 10 euro), oltre a fare questa professione, pratica l’arrampicata sportiva estrema sulle grandi pareti delle Alpi e appartiene all’eletta minoranza arrampicante degli accademici del Cai. Partendo dal presupposto incontestabile che l’alpinismo “inventa la montagna come spazio e luogo estremo, ossia frequentabile ma esposto”, il professor Bocchiola si avventura, in questo libretto di poche pagine dense di spunti, in un territorio sterminato. Perché sono tali e tanti i significati che la montagna ha assunto nella storia delle idee, delle credenze, delle letterature da rendere semplicemente temeraria l’impresa di raccontarli e, per così dire, contestualizzarli.

La prima idea data per scontata dall’autore è che l’alpinismo sin dalla sua origine contragga “un rapporto organico con il freddo e sottile sguardo scientifico” di Horace-Benedict de Saussure, suo padre simbolico. E che (di conseguenza) l’alpinismo inventi il proprio luogo “estraniando” la montagna dalla scienza e dal mito. Se si è ben capito, la montagna divina e demoniaca dell’antichità, proprio grazie all’alpinismo sarebbe diventata col tempo un problema tecnico, requisito questo di ogni alpinismo che si rispetti.

L’impostazione generale del libro di Bocchiola sembra quella di volare alto con uno scopo preciso: imporre al lettore un surplus di attenzione. Il linguaggio è piuttosto esclusivo e in alcuni punti difficilmente decifrabile da un profano. Ma non è che, come afferma Enrico Camanni nella presentazione, alla maggior parte degli alpinisti il libro possa risultare incomprensibile. Vero è che ogni alpinista cerca come può, qualsiasi sia il  linguaggio scelto, una ragione al proprio alpinismo. Ed è giustificato il nobile sforzo che si deve compiere per meglio interpretare certe motivazioni non del tutto chiare. Una conseguenza è che risulta particolarmente diffusa tra gli alpinisti la vocazione alla scrittura, cioè al raccontarsi. Ha ragione l’autore: gli alpinisti scrivono in continuazione, dalle relazioni tecniche ai récit des courses, dalle guide di arrampicata o di alpinismo, fino ai racconti di vita intessuti di cronaca alpinistica. E appena in cima cercano il libro di vetta di solito nascosto sotto la croce sommitale per apporvi la testimonianza del loro passaggio. Questo della scrittura è anche un segno inequivocabile che l’alpinismo non va relegato o classificato tra gli sport come alcuni vorrebbero a costo di scontrarsi aspramente con chi è di diverso parere.

Capita ogni tanto a Bocchiola di usare la parola amore che, come noto, è conosciuta perfino dagli alpinisti. In effetti, innamorato della montagna, l’alpinista a suo dire ne patisce l’incanto. L’autore sostiene infatti che, assoggettato al potere di un’emozione irresistibile, “medusato” da uno sguardo incatenante, attratto da un altrove seducente, l’alpinista è fuori di sé o almeno così si presenta ai suoi occhi. Forse raramente un alpinista, usando la psicoanalisi come strumento, ha saputo descrivere con parole più convincenti il fuoco che anima l’appassionato di scalate, il suo bisogno misterioso di superarsi. A proposito di meduse, Bocchiola troverà molti lettori d’accordo nel riconoscere che in montagna, ma non solo, l’abisso prima di spaventarci ci attrae, quale “ipnotizzante sguardo di medusa”, e lo spavento che ne proviamo è forse proporzionale all’intensità dell’attrazione provata.

Non è un caso forse che l’autore citi, fatto più unico che raro in un libro di alpinismo, il geniale attore, regista e drammaturgo Carmelo Bene quando quest’ultimo parla di “disindividuati”, di tipi cioè lontani dalla “conflittualità farneticante dell’io”. Qui Bocchiola, usando le parole di Bene, si riferisce agli alpinisti impegnati in parete per ore e ore, “vuoti ed ottusi come tubi d’acciaio, senza un velo di pensiero, donati senza residuo alla montagna”. Si provi a leggere le relazione di qualche rinomato alpinista solitario, di quelli che a ogni passaggio si giocano la vita felici di giocarsela, e probabilmente si capirà e si condividerà il pensiero dell’autore.

Dal saggio del professor Bocchiola sembra in definitiva emergere “quella passione insostenibile che esilia l’alpinista da se stesso prima ancora che dal mondo”. Chiaro? Perché, sostiene, se così non fosse non sarebbe un alpinista. Anche se poi andrebbe aggiunto che ogni scalatore ha il proprio stile, le proprie attitudini, i propri limiti, le proprie stimmate, ecc. Anche se si sa che esistono, come sostiene suggestivamente il ragno delle Dolomiti Cesare Maestri, tanti modi di concepire l’alpinismo quanti sono gli alpinisti. Di questo e di molto altro si parla nel libro (sottile solo in apparenza) del professor Bocchiola, così attento e sensibile nel penetrare in profondità nella mente talvolta imperscrutabile degli alpinisti. (Ser)

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