Viaggio verticale, e se fosse la fuga dal mondo?

La parete ci accoglie e la roccia è la sua parola. Bisogna porsi in ascolto”. La pandemia e le reazioni che si sono sviluppate ai tempi del Covid-19, in questo triste periodo della storia dell’umanità, hanno suggerito a Beppe Guzzeloni, istruttore del Cai, esponente della Scuola di alpinismo Alpiteam e operatore sociale, un’originale rilettura dell’arrampicata intesa, se si è ben capito, come esperienza liberatoria.

I tanti significati della scalata

In questo periodo di emergenza sanitaria, il lockdown mi ha trasportato nella lettura, anche di libri attraversati anni fa. Mi ricordo di un libro di Enrico Camanni (Viaggio verticale del 2014) che ha saputo “leggermi”, che ha colto in me pensieri e desideri rimbalzati fortemente alla mia coscienza in questo periodo di chiusura al mondo. Una chiusura non voluta, subita, accettata. Esistono molti modi per fuggire dal mondo pur restando nel mondo, pur essendo del mondo. Alzare il corpo da terra è un modo per fuggire dal nostro mondo. Arrampicare è uno dei suoi verbi. Il suo linguaggio. Arrampicare significa voler intraprendere un viaggio e per questo serve un motivo. Molto del destino di ciascuno dipende da una domanda, una richiesta che un giorno qualcuno, una persona cara o uno sconosciuto, rivolge, mette in moto il desiderio: d’improvviso uno riconosce di aspettare da tempo quell’interrogazione, forse anche banale ma che in lui risuona come un annuncio, e sa che proverà a rispondere ad essa per tutta la vita.

Arrampicare è come avvolgersi in una preghiera, senza chiedere, ma solo per allontanarsi dal centro dell’esistenza, dalla quotidianità. Arrampicare è come entrare in una chiesa per tacere, per un angolo di silenzio, per svuotarsi la mente. E’ uno svuotarsi di ruoli, compiti, doveri, apparenze. E’ come lo sciogliersi lento dei nodi dentro la bocca di un balbuziente che si ritrova svincolato da impedimenti, dopo una lotta per arrivare ai propri sogni; è scoprire l’emozione della bellezza come un estraneo che vive il senso dell’accoglienza.

Arrampicare è il movimento del cuore verso lo sguardo benevolo del cielo che ti protegge, l’intorno che ti avvolge, la verticale che ti seduce, qualche appiglio che si dona alle dita, un appoggio per i piedi cercato con dovizia e la spinta delle gambe per innalzarci accarezzando le vertigini del vuoto, fuori e dentro di noi. Non serve altro. E’ la spinta dell’umano verso l’Alto. Arrampicare implica una relazione con un qualcosa che non posseggo, che non comprendo, un qualcosa altro da me che provoca in me l’io che sono senza volerlo, che a volte respingo e non conosco. Ma che m’inchioda a quel me stesso da cui vorrei fuggire. Perché di viaggio si tratta. La scalata ha la ritualità del viaggio: l’idea di un desiderio, progetto, preparazione, materiale nello zaino, la scelta condivisa di un compagno, saluti, partenza, azione, nostalgia e ritorno.

Arrampicare è la nascita di un gesto, di un qualcosa di proprio, sequenze di scelte che abbandoniamo e ritroviamo. Un intreccio di sentimenti ed emozioni che rompono l’idea di sé come una identità definita. Arrampicare è ritornare a muoversi a quattro zampe, è il selvaggio che portiamo in noi, è parlare con il proprio corpo, spesso a noi sconosciuto. E’ pelle nuda che si confonde con la naturalità della roccia. E’ usare ogni muscolo, concentrazione emotive e cognitiva di scoperta del proprio equilibrio. E’ gioia che danza. Cuore in gola. Ansia che blocca. Rinuncia che supera se stessa; dialogo con la vertigine, confronto con il vuoto, accoglimento della paura di cadere come fantasia di spiccare il volo, apertura alla libertà.

Arrampicare è la roccia che si apre a noi, che si manifesta in tutti i suoi segreti. Basta guardarla con attenzione. La roccia si fa accarezzare, lo permette, crede in noi. La parete ci accoglie e la roccia è la sua parola. Bisogna porsi in ascolto. Sentirsi parte è l’arrampicata che si fa linguaggio.

Arrampicare è muoversi in libertà all’interno di un viaggio in cui le mani hanno trovato la via e i piedi la seguono. In cui corpo, cuore e anima condividono l’itinerario animati dalla tensione, dall’utopia, dalla speranza che ciò che ci spinge a scalare, le motivazioni profonde che ci sospingono verso l’alto, diventino realtà. Ogni volta che si sceglie di arrampicare si azzarda una nuova nascita delle proprie motivazioni, una nuova esplorazione di esse e di ciò che non conosciamo, che non sappiamo di essere né di avere. Arrampicare è muoversi nella storia di persone che prima di noi hanno messo mani sugli appigli che noi oggi sfioriamo. Arrampicare è memoria storica…a volte nostalgia. E’ la verità eretica che si manifesta a noi come contraddizione: arrampichiamo con l’illusione “grandiosa” dell’apparenza quando, invece, ci riveliamo per quello che siamo: essere mancanti e insufficienti.

Arrampicare è lo sguardo dell’altro, è la ricerca del suo volto; fiducia che si fa carne, gratitudine che si fa sorriso, condivisione che si fa abbraccio, stretta di mano da cui sgorga l’amicizia. A volte, invece, nasconde invidia. Arrampicare è perdersi e ritrovarsi. Utopia della scoperta ma anche nostalgia del ritorno.

Il viaggio, come il sogno, può diventare esperienza introspettiva, esplorazione di sé, dei propri abissi. Contemplazione e azione, contrapposizione tra orizzontale e verticale, il domestico e il selvatico, tempo e spazio. Il vuoto non è la nostra casa, viviamo l’ospitalità del passaggio, attori in scena che recitano qualcosa di sé. E alla fine del viaggio non si è più come prima. L’orizzonte si è capovolto. Un altro equilibrio è stato reinventato. Un’altra storia può essere raccontata.

Beppe Guzzeloni

Lo spigolo nord del Pizzo Badile (ph. R. Chiappa). In apertura illustrazione da Alp Media.

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