Operazione Dufour. Storia di una Croce famosa

Qualcosa di straordinario fu nel 1963 per un gruppo di alpinisti di Cantù (Como) realizzare una croce di alluminio da portare e montare sulla cima più alta del Monte Rosa, la Dufour (4634 m). A raccogliere dopo tanti anni il racconto di Stefano Marelli, socio del CAI di Cantù, è stato Paolo Paci, scrittore e alpinista, una firma che da tempo arricchisce il nostro blog. “Siccome è ben scritto e (massima virtù) conciso”, spiega l’amico Paci nell’inoltrarci lo scritto di Marelli aggiungendo alcune considerazioni sul valore di queste testimonianze religiose sulle nostre vette, “mi permetto di riportarla qui tale e quale”. Buona lettura.

La pubblicazione realizzata dal GEAM-Gruppo Edelweiss Amici della Montagna di Cantù in occasione del cinquantennale della Croce sulla Dufour, considerata la più alta d’Europa. In apertura l’imponente mole di ghiaccio della Dufour (Arch. Società Guide Alpine del Cervino).
Ebbe la benedizione di Paolo VI

Il mio primo ricordo della mia prima vetta è una croce. Era uno dei montarozzi, non saprei più dire quale, che fanno da collana a Bergamo, città di grandi alpinisti e di grandi credenti. Anche tutte le montagne seguenti, a mia memoria, avevano la croce, tanto che “croce” diventava sinonimo di “vetta”. E siccome eravamo tutti fioeu de l’uratòri, e in gita ci accompagnava il prete, l’arrivo alla croce era accompagnato da una preghiera di ringraziamento; dove si poteva (sul Resegone per esempio, che vanta persino l’altare) anche da una messa da campo, col vento che spazzava la stola del giovane coadiutore. Poi abbiamo iniziato ad arrampicare, in Grignetta naturalmente, e ogni guglia aveva il suo bel corredo: una croce grande o piccola (ottima per buttare la doppia), una campana, sulla cima della montagna persino un igloo/chiesa. Anche sul Grignone c’era la chiesetta. E il nostro primo Quattromila: il Gran Paradiso (nome profetico) con la sua bella Madonnina e un’Ave Maria di complemento. Tutto questo era normale, nessuno si domandava il perché: eravamo, per l’appunto, fioeu de l’uratòri.

Gli anni delle domande sono venuti più tardi. Le prime domande laiche del professore di filosofia, i collettivi e i cortei, i centri sociali (guai a dire che venivi dall’oratorio!). Le ragazze… Venti di (tiepida) ribellione serpeggiavano anche tra le cime e tra le croci e alcuni di noi guardavano con fastidio a quell’evangelizzazione forzata delle Alpi, che in effetti si era svolta come un vero e proprio programma politico/religioso, condotto con appassionati toni missionari dai preti alpinisti del primo Novecento: promotore Leone XIII, con le sue colossali statue del Redentore erette per il Giubileo del 1900.

Per noi, figli più del consumismo che del materialismo storico, era tempo di revisione e di iconoclastia. Ricordo qualcuno che vagheggiava di sostituire falce e martello alle croci; e qualcun altro (Jacopo Merizzi e compagnia) che aveva portato una statua di Buddha in cima al Pizzo Badile. Chi diceva che ogni simbolo religioso doveva sparire dalle Alpi (Messner), chi argomentava che le croci fanno parte della nostra cultura (Agostino Da Polenza).

Le polemiche invecchiano presto. E gli anni ci fan vedere le cose in una diversa prospettiva. Io, quando (sempre più raramente) arrivo “alla croce”, non dico più l’Ave Maria, ma nemmeno sono infastidito. Anzi, tendo a un sentimento di (senile) tenerezza. Così come mi ha intenerito la mail di Stefano Marelli, socio del CAI di Cantù, che voleva raccontarmi la sua storia. Siccome è ben scritta e (massima virtù) concisa, mi permetto di riportarla qui tale e quale.

Questa è la storia della croce sulla Punta Dufour che io sento raccontare da quando ero bambino. Erano gli anni ’50, un gruppo di amici dell’oratorio San Paolo di Cantù sotto la guida del loro giovane sacerdote, don Nicola Daverio, appassionato di montagna (e premiato nel 1958 per un’operazione di soccorso alpino sul Gran Zebrù, ndr), fondano il GEAM-Gruppo Edelweiss Amici della Montagna. Un’iniziativa che porterà a tutti una grande passione per la montagna poi trasmessa a tanti noi figli e che ha portato alcuni di loro a diventare veri alpinisti: il più forte, Giorgio Brianzi, morì proprio sul Rosa, sulla parete est nel gennaio del 1981. Nel 1963 questo gruppo di amici ebbe la forza di pensare qualcosa di straordinario per allora: realizzare una croce da portare e montare su una delle cime più alte, la Dufour.

Ernesto Tagliabue (1939-2019), tra i fondatori del Geam, collocò con altri giovani la Croce sulla Dufour.

Pensarono a tutto. La progettazione fu affidata a un giovane studente di architettura sempre del gruppo, la realizzazione ad alcuni artigiani di Cantù. Raccolsero quei pochi soldi che potevano per spedire alcuni di loro a Roma per raccogliere la benedizione di Papa Paolo VI. E poi nell’estate del ’64 via, in macchina, in tenda: senza fondi e senza particolari attrezzature, questo gruppo di giovani amici riuscì davvero a portare la croce a 4634 metri.

Quella croce è lassù da allora, l’hanno vista tutti gli alpinisti che sono saliti sulla Dufour e a casa mia e nelle case di diverse famiglie di Cantù ogni tanto riecheggia ancora quella leggenda. In quel gruppo, tra gli altri, c’erano anche mio papà e mio zio. Nel 2015 ci sono salito anch’io in punta Dufour, l’avevo promesso a mio zio pochi giorni prima che morisse e stavamo chiacchierando del Monte Rosa. Quella leggenda ora è parte di me.

Questo il racconto di Stefano Marelli. Che con modestia omette di dire che la salita del 2015 serviva a sostituire i bulloni di ancoraggio della croce, che dopo mezzo secolo di tenace servizio avevano ceduto. Poi Stefano mi ha inviato la pubblicazione fatta dal GEAM in occasione del cinquantenario. Si tratta di un libretto pieno di atmosfera e di storie d’epoca, le officine e la passione per il lavoro, le gioie e le belle ingenuità dell’associazionismo, gli alpinisti (tra i quali quel Giorgio Brianzi morto nel canalone Marinelli: una via del Medale lo ricorda). E’ la croce più alta delle Alpi. Che incastonata al centro porta una riproduzione della Madonnina del Duomo di Milano. Anch’io molti anni fa l’ho raggiunta: salivo dalla cresta Rey, avevo fretta di scendere, non l’ho quasi notata. Era il tempo dell’iconoclastia. Oggi la noterei invece, e ripenserei alle fatiche e agli entusiasmi di quella generazione. E mi direi anche che non vale la pena togliere le croci, ci penseranno fulmini e vento tra altri cinquanta o tra altri mille anni. Teniamocele per ora: sono parte della nostra storia e del nostro alpinismo.

Paolo Paci

La Croce nel 1964 in piazza San Pietro per la benedizione di Paolo VI.

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