Celebrazioni. Quando Herzog e Messner stupirono il mondo

In questi giorni di ritorno alla normalità si è celebrato il settantennale della prima salita all’Annapurna: primato che toccò al francese Maurice Herzog con il compatriota Luis Lachenal. In quel 1950 fu così la prima volta che l’uomo salì su un ottomila posando i piedi sulla vetta. Herzog diede poi la scalata alla politica divenendo segretario di Stato per la gioventù e lo sport. In tono minore la celebrazione dell’impresa della giapponese Tabej Junko, graziosa e minuta, che 45 anni fa, nel 1975, fu la prima donna a conquistare l’Everest. E che recentemente ci ha lasciato, vittima del cancro. In primo piano sui giornali è stata anche, in questi giorni, la figura di Walter Bonatti (1930-2011) che il 22 giugno avrebbe compiuto novant’anni. E ora, rulli di tamburo, tocca a Reinhold Messner farsi celebrare quarant’anni dopo con un libro autobiografico sulla sua salita all’Everest, solo e senza ossigeno, primo uomo al mondo che sia riuscito nell’impresa. Era il 20 agosto 1980, sono appunto trascorsi 40 anni. L’impresa viene rievocata nel libro dello stesso Messner “Everest solo. Orizzonti di ghiaccio” (Corbaccio, 208 pagine, 19,90 euro) in libreria dal 2 luglio. Nel libro l’autore narra anche del suo lungo viaggio attraverso il Tibet e dei leggendari alpinisti Mallory, Irvine e Wilson che lo hanno preceduto nel tentativo di scalare il tetto del mondo.

La giapponese Tabej Junko, prima donna sull’Everest, incontra Maurice Herzog, primo uomo su un ottomila. In apertura Reinhold Messner, quarant’anni fa primo solitario sull’Everest.

Messner nel libro riflette sulle motivazioni che spingono quanti si cimentano con gli Ottomila. E le condivide con i lettori assieme alle pagine del diario della sua compagna di viaggio Nena Holguín, che seguì dal campo base la sua straordinaria esperienza. Passato per il versante nord, su cui aprì una variante alla via normale, Reinhold impiegò quattro giorni per scalare la montagna più alta del mondo facendo affidamento unicamente sulle proprie forze. Ad attenderlo in quota non c’era alcun campo preallestito. Costante era l’incognita delle difficoltà tra cui quelle dei crepacci. Infatti Messner finì dentro a uno dei tanti disseminati lungo la via. Una situazione terrificante. Riuscì comunque a uscirne integro e a portare a termine l’impresa. Una sfida vinta smentendo alcuni cattivi profeti. Si era capito che era lui il più forte. Eppure fu costretto a scontrarsi con non poche malelingue. “Una continua agonia”, si legge nel racconto di Reinhold, fu quella a cui si sottopose per mettere definitivamente a tacere le polemiche riguardo la salita di due anni prima realizzata l’8 maggio 1978 assieme a Peter Habeler. Tutto avvenne senza l’utilizzo di ossigeno supplementare. Una scalata ritenuta impossibile fino a quel momento. Eppure…

Eppure suscitò perplessità il fatto che i due potessero aver raggiunto gli 8848 metri dell’Everest contando solo sulle loro risorse fisiche e psicologiche. Molti hanno iniziato a insinuare il dubbio: da qualche parte, quei due devono aver nascosto delle mini bombole di ossigeno da usare sopra quota 8000… La storia dell’alpinismo darà ragione a Messner e quell’impresa oggi è da ritenere quasi “normale”. Infatti salire un Ottomila senza bombole oggi è, semplicemente, fare alpinismo. Per gli alpinisti dell’epoca pensare di salire una montagna di ottomila metri non soltanto senza ossigeno supplementare ma addirittura in solitaria era invece qualcosa che esponeva a pericoli mortali. Solo una persona ci aveva provato prima di Reinhold: un certo Maurice Wilson, pilota e alpinista britannico, che nel 1934 si è cimentato sull’Everest rimettendoci la vita. Il suo corpo venne ritrovato due anni dopo a una quota di circa 6900 metri. (Ser)

 

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