Letture. Il ghiaccio scintillante di Camanni

“Il grande libro del ghiaccio” s’intitola il nuovo libro di Enrico Camanni, impreziosito dal quel “grande” del titolo che fa sempre un certo effetto ma che in questo caso è quanto mai appropriato. Il rapporto tra uomo e ghiaccio, precisa l’autore, si presenta sempre complesso e contraddittorio. Valeva dunque la pena di indagare. Così nei trenta capitoli Camanni dà fondo alla sua etica e a quella sua concreta vocazione ambientalista che emerge in toni suggestivi. L’attenzione del lettore viene subito attirata dai “sogni contro natura della neve da cannone”, dai nuovi paesaggi delle Alpi rimasti a secco di ghiacci, dai paradisi capovolti dei ghiacciai impestati a 3 mila metri dalle famigerate e dannose microplastiche. Come è stato possibile arrivare a tanto? “Sono circa due secoli che abbiamo convertito la repulsione per il ghiaccio in attrazione fisica ed estetica”, è l’originale tesi di Camanni. Non gli sfugge infatti che l’ammirazione e la distruzione dei ghiacci un tempo definiti eterni vanno di pari passo, in un evidente corto circuito sociale, economico e culturale. “Perché”, spiega, “l’uomo romantico che ama e rimpiange i ghiacciai è lo stesso uomo industriale che li umilia”.

L’argomento è da far tremare le mani e i polsi. Camanni si lascia guidare, nelle sue scelte, anche dalla conoscenza della storia delle scalate e dello sci. Nel libro racconta lo “slancio del telemark” e la corsa sui ghiacciai del Trofeo Mezzalama nato nel 1933 e ancora oggi una notevole attrazione sulle distese ghiacciate del monte Rosa che per l’occasione vengono sottratte ai loro silenzi da un’organizzazione piuttosto invasiva. Ma su questo l’autore preferisce sorvolare. Scorrendo l’indice dei nomi, in appendice, salta all’occhio come agli alpinisti si alternino scienziati e personaggi storici che con il ghiaccio hanno avuto rapporti non sempre sereni. Si racconta anche del Titanic, del malefico iceberg che lo ha mandato fondo, dell’insipienza di chi aveva definito inaffondabile la nave. Ghiaccio avvelenato.

Un’osservazione sia pure marginale viene da esprimere per un libro di tale complessità. Come si spiega che a Walter Bonatti, che pure è passato alla storia per il bivacco tra i ghiacci del K2 con 50 sotto zero e per altre sfide da brividi, è riservata una semplice citazione mentre il nome di Reinhold Messner compare in ben quattro pagine? Invano si cerca peraltro, salvo errori, traccia dell’epopea dei Grivel o dei Codega che hanno fatto dei ghiacciai terreni di caccia esclusivi per le loro imprese di imprenditori riempiendo il mondo di piccozze a ramponi. E si cerca invano, ma forse è voler chiedere troppo, anche il nome di Luigi Bombardieri (1900-1957), il bancario alpinista che ebbe la simpatica idea negli anni trenta dell’arpione da ghiaccio Roseg formato da chiodi tubolari leggerissimi e subito finito nel dimenticatoio. Ma a un libro per quanto “grande” e ricco di spunti e di amenità non si può chiedere che si faccia leggere come un’appendice di wikipedia. (Ser)

 

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