ARTESULCAMMINO. Dalla pianura alle vette con i maestri della pittura (1)

Dalla pianura alle vette, dal Quattrocento a oggi, in compagnia dei maestri della pittura. Con cadenza quindicinale Flavia Cellerino, storica e appassionata di montagna, apre un dialogo con gli amici di MountCity: uno spazio in cui la grande bellezza della montagna si coniuga con la rappresentazione offerta nei secoli da pittori illustri o, in alcuni casi, ai più sconosciuti. Ricercatrice in università, assidua frequentatrice delle nostre montagne, la gentile Flavia collabora con istituzioni culturali e associazioni per la valorizzazione dei territori e la promozione sociale. Ha ideato Artesulcammino 12 anni fa, a Genova. E’ convinta che le discipline debbano essere in dialogo tra loro e che il sapere sia una forma di servizio, non di potere. Buona lettura.

La scoperta del “paesaggio”

1498. Cristoforo Colombo parte per la terza volta verso le Terre Nuove, solcando l’Oceano che da sempre aveva spaventato e affascinato gli uomini. Eppure la cultura mediterranea aveva fatto del mare uno dei suoi scenari reali e mitici preponderanti, ed il mare era spesso descritto, raffigurato, citato nelle arti letterarie e visive… sin dall’antichità.

1498. Nello stesso anno in cui Cristoforo arma le sue galee, Albrecht Dürer dipinge un suo autoritratto, ora conservato nel Museo del Prado, in cui un picco innevato si staglia sullo sfondo: memoria visiva dell’attraversamento delle Alpi che egli aveva compiuto nel 1494. Un viaggio che aveva determinato, per l’artista nato a Norimberga, la scoperta di luoghi sconosciuti e la conseguente fascinazione, spingendolo, durante il rientro in Germania, a disegnare schizzi e dipingere acquerelli sulla valle dell’Adige e le vette intorno ad essa.

La montagna entra così, forse non per la prima volta in assoluto, ma certo per la prima volta in senso compiuto, nel divenire pittorico. Vi entra nel momento in cui le dimensioni del mondo iniziano a rimpicciolirsi, in quel Rinascimento che riporterà tutto l’universo a misura dell’uomo dando nuovo senso alla maestosità della natura e al profilo acuto di orizzonti, fino a quel momento ignorati.

La scoperta del “paesaggio”, non pura cornice, ma oramai percepito grazie a una propria dignità, con una sua autonomia coinvolge, quindi, sin dagli esordi, anche le montagne, aggiungendole al mare, dipinto con maggiore facilità ben prima del Quattrocento.

Non è un caso, quindi, che tra Quattrocento e Cinquecento quasi tutti i grandi maestri dedichino uno sguardo – neanche troppo distratto – alle montagne, alzando le prospettive e disegnando lunghi fondali ove si proiettano solchi vallivi percorsi da nitidi fiumi, protetti da erte e dirupi.

Esercizio quasi calligrafico, prodotto di osservazione precisa, minuziosamente riportata sulle tele, il paesaggio è componente di successo delle opere del tempo.

Grazie a questa rubrica intitolata “Artesulcammino” esploreremo insieme, ogni quindici giorni la storia di questo approccio, che ci condurrà, con un incedere non necessariamente cronologico a scoprire quanti pittori hanno alzato i loro occhi verso le montagne, facendole diventare protagoniste discrete o assolute dei loro quadri.

Viaggeremo in tutto il mondo, attraverso i quadri e i loro autori, perché ad essere dipinte non sono solo le Alpi, ma gli Appennini, e tutte le grandi catene montuose del mondo. Ci sono montagne iconiche, come la Sainte Victoire di Cezanne e il Cervino, montagna simbolo.

Ma soprattutto grazie agli autori e alla loro produzione è possibile ricostruire in controcanto la storia della scoperta e della frequentazione delle montagne, la lotta per la conquista delle vette, il senso di profonda commozione e identificazione nei confronti del paesaggio montano o anche il rifiuto dello stesso.

Si tratta di temi complessi e non banali. Dipingere le montagne è spesso connesso a scelte identitarie profonde, parallele ad analoghe scelte compiute in campo letterario.

Negli ultimi anni, grazie a studi d’archivio, a comparazioni e analisi dettagliate conosciamo di più, e talvolta per la prima volta, il mondo dei pittori itineranti nati nelle valli e che hanno contribuito a diffondere arte nei luoghi più lontani e periferici, magari decorando con pazienza e impegno una piccola cappella in quota.

Conosciamo meglio la nascita e lo sviluppo di scuole e di foyer culturali che dalle valli scendono verso le pianure, talvolta incardinandosi in città lontane per poi tornare al paesello. Conosciamo la vita di dinastie familiari di pittori che addirittura per quattro secoli, generazione dopo generazione, hanno trasmesso il loro sapere pittorico, definendo stili ed estetiche precise.

Eccovi una prima, generale sintesi della rete dei sentieri d’arte che ci attende.

La casa di Tiziano Vecellio (1480/85–1576) a Pieve di Cadore (Belluno).

Tiziano Vecellio (1480/85–1576), nato tra le montagne, alimenta il ricordo e la frequentazione della sua Pieve di Cadore nella abbondante citazione delle medesime. Giovanni Bellini (1433-1516) e Cima da Conegliano (1460-1518) trasformano le montagne venete in schienali sontuosi su cui la Vergine poggia – illusoriamente – il tronco, abbracciando il piccolo Gesù.

In tutta la pittura Europea del Cinquecento le aree montuose non sono più esclusivamente luogo cupo e solitario, spaventoso e demoniaco, ma divengono, per la loro particolare natura ambientale occasione per sperimentare l’effetto di luci cristalline, di albe e tramonti, grazie a una pittura tonale, levigata e morbida, perfetta illusione della realtà.

All’inizio del Seicento questo percorso, che sembra ormai tracciato e inarrestabile, si blocca. La pittura barocca si concentra su altri temi, si satura di ideologie e teologie, abbandona, almeno per quasi settant’anni, i silenzi delle valli.

Verso la fine del XVII secolo, parallelamente al progredire della ricerca scientifica basata sulle evidenze della causa e dell’effetto, le montagne tornano a popolare l’immaginario e il presente pittorico. Sono soprattutto gli artisti svizzeri, operanti in un contesto che ha trasformato la montagna nella “madre della Patria” a descrivere ghiacciai, crepacci, villaggi, baite… precursori in tale direzione di un approccio documentaristico e poi turistico che si espliciterà nel secolo successivo.

Ovvio: tutta la società sta cambiando, e con essa la percezione della realtà e del mondo. L’invenzione e il perfezionamento, ad esempio, del cannocchiale e del microscopio permettono di indagare l’infinitamente lontano e l’infinitamente vicino; mettono in dubbio certezze granitiche, chiedono attente verifiche, formulazione di teorie ardite e dimostrabili.

Anche la montagna e la materia di cui è costituita – la roccia – sono coinvolte in questa rilettura del sapere, nella analisi di prove sperimentali.

Sulla necessità di capire, comprendere, spiegare, classificare si innesta e si esplicita l’esigenza di descrivere la montagna, di raccontare l’esperienza del viaggio scientifico, di documentare visivamente osservazioni, argomentazioni e conclusioni su teorie che vogliono spiegare le origini della terra.

Il primato della rappresentazione della montagna nel Settecento va alle incisioni: piccole o grandi, di fattura modesta o di eccelsa qualità esse sono corollario indispensabile di ogni saggio, di ogni resoconto esplorativo. “Fotografie” ante litteram ad illustrare un mondo che – finalmente – diventa protagonista assoluto; racconto per immagini che completa e puntualizza il racconto coni parole.

L’inglese Alexander Cozens (1717-1786) dedica la maggior parte del suo lavoro di incisore alla raffinata realizzazione di paesaggi montani, utilizzandoli quale vademecum per istruire quanti con l’arte incisoria vogliano misurarsi. Precisione, cura del dettaglio, attenzione e perizia costituiscono il bagaglio formativo che ogni sua opera rivela.

Nel 1787 Albanis Beaumont (1755-1812), ingegnere e naturalista savoiardo, concepisce sublimi vedute del Mare di Ghiaccio e delle stratificazioni glaciali. In un quadro piccoli uomini ammirano, con gesto di stupore, palesato dalla braccia spalancate, l’immensità e i fasti dei fenomeni naturali. Lo spirito di osservazione scientifica sta cedendo il passo all’intima emozione dell’uomo romantico.

Manifesto e sigillo di questa nuova sensibilità, con ricaduta potente sulle arti, è il famoso e citatissimo quadro di Caspar Friedrich (1774-1840), il “Viandante” (Wanderer) del 1818. Un uomo solo, di spalle, contempla da una roccia il mare di nuvole dalle quali emergono i rilievi. I suoi abiti sono quelli del borghese, sono abiti incongrui in quell’ambiente, ma proprio questa dissonanza indica la verità profonda del quadro: fissa una aspirazione, una tensione, un ideale. La conquista della montagna, il superamento delle barriere verticali sarà una delle grandi operazioni concettuali e fisiche dell’Ottocento.

Mentre alpinisti ancora inesperti, ma ardimentosi, apriranno le prime vie per “conquistare l’inutile”, altri, dietro di loro, saliranno per catturare visioni, schizzare vedute, per tracciare senza corde e chiodi nuove vie di segni e colori.

Pittori inglesi, francesi, tedeschi, svizzeri, italiani, e financo boemi, polacchi, ungheresi e russi subiscono il fascino di ghiacciai, morene, dirupi scoscesi, valanghe roboanti, distese innevate.

E’ ancora un inglese, conterraneo di coloro che inventeranno l’alpinismo sportivo, a descrivere nebbiose albe alpine e rocciose sfumature: William Turner (1775-1851).

Poco dopo Ruskin (1819-1900), amante dell’arte italiana tanto da vergare intense pagine su città simbolo come Firenze e Venezia, conierà una definizione poetica e bellissima, sugello di un’epoca che sapeva sublimare emozioni e paesaggi. Per Ruskin le montagne sono le “cattedrali della Terra”: a quelle costruzioni ardite egli regalerà tempo e dedizione con acquerelli delicati o incisioni raffinate.

I grandi cambiamenti della società europea durante l’Ottocento travolgono anche le arti visive. Come è noto i giovani artisti (prima in Francia e ben presto in tutta Europa) abbandonano i chiusi atelier per catturare le impressioni e lo spirito dei luoghi, la vita della gente, anche gli aspetti più banali e quotidiani. Dalla foresta di Fontainebleu alle coste della Normandia sino a inoltrarsi nelle valli montane e alpine, ovunque si trasportano tele e cavalletti, scatole di tubetti di colore, recenti conquiste della chimica e della tecnica industriale.

Senza le teorie dell’Impressionismo e le pratiche della pittura en plein air le montagne sarebbero rimaste sfondi lontani su quadri con altri protagonisti.

Plasmati dalla sensibilità romantica, alimentati dagli studi sulla scienza della visione, alla ricerca di soggetti inusuali e affascinanti i pittori si spingono sempre più in alto: scoprono il brivido delle pareti scoscese, la visione di ininterrotte cime, il bianco mai bianco delle nevi, la maestosa quiete di laghi e ghiacciai.

Il sobrio sepolcro di Giovanni Segantini (1858-1899) al Maloja (CH).

Alexandre Calame (1810-1864), svizzero, è caposcuola del cenacolo pittorico di Ginevra. Consacra la sua attività alla descrizione del paesaggio elvetico e si deve al suo impegno e alla sua capacità la progressiva identificazione tra Svizzera e Alpi.

Ruscelli, temporali in quota, laghi, bastionate rocciose, lariceti e pendii boscosi sono dipinti dal suo virtuoso pennello con una veridicità e una efficacia che generano un impatto emotivo e rievocativo di altissimo livello. Nel 1855 il lavoro presentato da Calame all’Esposizione Universale di Parigi, descrivente “il lago dei 4 Cantoni” è comprato da Napoleone III.

Calame contribuirà, grazie ai molteplici contatti e viaggi, a formare paesaggisti di montagna in lontani paesi come la Russia, o nella più vicina Italia, ove molti pittori piemontesi scopriranno le vedute alpine dopo aver visto i suoi lavori.

L’anglo-italiano Federico Ashton (1836-1904) allievo di Calame, morirà cadendo in un burrone, mentre da Briga risaliva la strada del Sempione. Se i dipinti di Calame esaltano la natura in maniera grandiosa e talora drammatica perseguendo l’estetica del sublime, l’Ashton mantiene costantemente una misura cromatica e compositiva dettata da una stretta aderenza al dato reale, rimanendo spesso nell’ambito del pittoresco.

L’interesse per la montagna dipinta a partire dalla seconda metà dell’Ottocento diventa fenomeno generalizzato, che non conosce confini e si carica di nuove valenze ideologiche.

La montagna è descritta come luogo idilliaco, in cui le tradizioni familiari si perpetuano, ove una natura sana e incontaminata si oppone al degrado di realtà urbane in magmatica crescita.

La montagna è palestra morale, luogo di formazione fisica e spirituale, teatro di gesta ardite ed eroiche, inizialmente perseguite soprattutto dagli Inglesi. La nascita dei Club alpini segnala inequivocabilmente la rottura di tabù territoriali: la montagna è una sfida, la sua conquista proclama la forza delle nazioni che issano le bandiere sempre più in alto.

Le località di villeggiatura nelle Alpi divengono spesso il buen retiro di intellettuali (poeti, scrittori, musicisti, artisti) che nell’ambiente sontuoso e silenzioso delle valli trovano ispirazione e concentrazione.

John Singer Sargent (1856-1925), americano nato a Firenze, eccellente ritrattista della borghesia inglese e americana soggiornò sulle Alpi svizzere e italiane disegnando una grande quantità di soggetti e dipingendo quadri sfolgoranti per luce e intensità.

L’espressionista Ernst Ludwig Kirchner (1880-1938), stravolto dall’esaurimento nervoso durante la prima guerra mondiale si rifugia a Davos, nelle Alpi retiche. I suoi boschi e le sue aguzze vette si allontanano dalla perfezione descrittiva dei pittori impressionisti e si riempiono di emozionanti colori, viola intensi, rosa, gialli. Colori deposti con libertà interpretativa per raccontare il suo mondo interiore in quella montagna che Thomas Mann definiva “incantata” e che grazie a Kirchner diviene incantevole.

Ferdinand Hodler (1853-1918) regalerà alle inconfondibili sagome del Mönch, dell’Eiger e della Jungfrau la modernità della forma e del colore, da lui interpretato con personale forza evocativa.

In Italia la scuola divisionista, attratta spesso da temi simbolici, dedicherà pagine pittoriche di suggestione totale alle Alpi. Si pensi a Giovanni Segantini (1858-1899), pittore che lega buona parte della sua fortuna ai temi alpestri, culminate nel “Trittico della Natura”, detto anche “Trittico delle Alpi”. Egli attese febbrilmente per quattro anni, sino alla morte a questa opera che avrebbe voluto portare all’esposizione universale di Parigi del 1900. Le testimonianze raccontano che poco prima di esalare l’ultimo respiro Segantini abbia chiesto di essere portato vicino alla finestra gridando “voglio le mie montagne”, a prova di quanto queste rappresentassero un tempio rassicurante in cui rifugiarsi.

Il Campanile di Montanaia (1904) di Edward Theodore Compton (1849-1921). In apertura il “Viandante” dipinto nel 1818 da Caspar Friedrich (1774-1840)

Tra di essi primeggia indubbiamente Edward Theodore Compton (1849-1921), illustratore e pittore di grande talento, instancabile escursionista lungo l’arco alpino nonchè alpinista di tutto rispetto (tra le sue salite degne di nota sono: Torre di Brenta, Cima Brenta, Odle; Aiguille Blanchede Peuterey). I suoi quadri hanno un taglio immediato e fotografico: egli fu anche illustratore per riviste specializzate e non, contribuendo a diffondere la conoscenza delle imprese alpinistiche con le immagini.

La grande stagione della pittura di montagna si esaurisce con gli anni venti del Novecento. Ma le montagne non scompaiono. Sublimate nella pittura surrealista, sintetizzate dal precisionismo americano, rilanciate su manifesti pubblicitari spesso disegnati da grandi pittori, resisistono.

E ritornano nelle grandi tele di Anselm Kiefer (1945, vivente) il quale nei suoi collage o nelle sue opere sature di colore denso ha rappresentato le montagne, e che in una intervista ha rivelato: “L’arte è come un percorso sulla cresta di una montagna, si può cadere a ogni istante da una parte o dall’altra”.

Un appiglio, una pennellata: a ognuno la sua sfida.

Flavia Cellerino

(1 – Continua)

Commenta la notizia.