Covid-19 e Telemedicina, cresce l’assistenza da remoto

La telemedicina in questi lunghi mesi di emergenza si sta dimostrando uno strumento di prevenzione e di monitoraggio fondamentale per ridurre i contatti tra medico e paziente. Utilizzata nel corso di spedizioni alpinistiche extra-europee, è da tempo al centro delle attenzioni dei medici di montagna come conferma qui il dottor Gian Celso Agazzi, segretario della Commissione medica centrale del Club Alpino Italiano, prendendo spunto da una conferenza del dottor Sergio Pillon coordinatore della Commissione nazionale per le linee di indirizzo della Telemedicina Italiana.

Sergio Pillon

In questi lunghi mesi di emergenza, la telemedicina si sta dimostrando uno strumento di prevenzione e di monitoraggio fondamentale per ridurre i contatti tra medico e paziente. Dalle visite al monitoraggio di malati cronici o di pazienti dimessi anticipatamente, sono molteplici le possibilità offerte dalla tecnologia in ambito sanitario. A proposito di assistenza da remoto, attivando un filo diretto di sanità digitale con l’assistito va segnalato che mercoledì 22 luglio 2020 il dottor Sergio Pillon, Direttore UOD Telemedicina, Dipartimento Cardiovascolare, A.O. San Camillo-Forlanini di Roma, cofondatore della SIT (Società italiana di Telemedicina), membro dell’Ufficio Studi di ANSI (Associazione Nazionale Sanità Integrativa) e nominato nel 2015 dal Ministro della Salute coordinatore della Commissione nazionale per il governo delle linee di indirizzo della Telemedicina Italiana, ha tenuto una videoconferenza dal titolo “La telemedicina dalla ricerca al Covid-19, dagli ambienti estremi al Sistema Sanitario Nazionale”.

Promotore dell’evento è stato Andrea Rossanese, medico internista del Centro di Malattie Tropicali dell’Ospedale di Negrar (VR), vicepresidente della SIMVIM, (Società Italiana di Medicina dei Viaggi e delle Migrazioni) ed esperto di medicina dei viaggi e di Widerness and Expedition Medicine.

Rossanese ha introdotto l’evento sottolineando che la telemedicina ha acquisito importanza preponderante in relazione alla pandemia.

Nel corso della spedizione di Scott in Antartide (1910-1913) due biologi furono lasciati a Hell’s Gates per studiare alcune popolazioni di pinguini. Vennero ripresi dopo un anno e mezzo, vivendo in condizioni estreme, riparandosi sotto una scialuppa e cibandosi di carne di pinguino e di foca. I due scienziati riuscirono a sopravvivere e vennero ritrovati per caso. Allora non esisteva la telemedicina e l’attuale tecnologia li avrebbe potuti trarre in salvo ben prima.

L’Italia e la Francia hanno una base in Antartide, la Concordia, dove vengono effettuati molti test, anche medici, in analogia con lo spazio (isolamento, scarsa raggiungibilità, diagnosi e terapia impostate e seguite da remoto). In particolare la telemedicina è stata per oltre venti anni uno dei fiori all’occhiello della ricerca italiana al Polo sud. Pillon ha raccontato che un pilota della stazione spaziale internazionale è stato colpito da una trombosi. Se l’è cavata grazie alla possibilità di trasmettere immagini ecografiche e consulti medici a distanza.

Pillon ha partecipato ad alcune spedizioni scientifiche extra-europee. La prima a Namche Bazar nella valle del Khumbu ai piedi dell’Everest, in Nepal, nel laboratorio più alto del mondo: la Piramide, a 5200 metri di quota. A questa spedizione sono seguiti altri progetti scientifici in Antartide, presso alcune basi di ricerca, dove era indispensabile l’utilizzo della telemedicina. Nel 2001 è riuscito a spedire dalla Baia Terranova il referto di un ecodoppler.

Al primo forum nazionale per la medicina sistemica Pillon ha portato la sua esperienza di esploratore delle frontiere della cura a distanza. Dopo il 1981, concluse le sue spedizioni, ha iniziato la collaborazione con il Cnr. Attualmente è impegnato a progettare la telemedicina da Marte. 

Nel 1987 ha presentato ai due premi Nobel italiani Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini il primo sistema europeo di Telemedicina dall’Antartide.

Nasce così la medicina di precisione (precision health):predire, prevenire, curare le malattie con accuratezza, prima che colpiscano, coniugando l’high tech con l’high touch. Si tratta di una medicina personalizzata, usando il giusto farmaco, in base alle necessità del singolo paziente.

Dalla pandemia di Covid-19 è provenuta una lezione durissima, pagata talvolta con la vita. Una delle lezioni pagate a caro prezzo è che non sempre recarsi fisicamente dal medico rappresenta la soluzione nel senso vero del termine.

Lo smart working aiuta nel caso della pandemia a risparmiare la vita di personale sanitario e di pazienti. E non è detto che il non andare dal medico peggiori la propria patologia. Il nostro Sistema Sanitario non è un sistema resiliente rispetto alle emergenze. Abbiamo risorse contate, che si saturano e collassano con facilità. Ospedali e Sistema Sanitario Nazionale sono stati una delle concause dell’altissima percentuale di mortalità, soprattutto nelle prime fasi della pandemia.

“In fondo il digitale non è, poi, così male, difficile, lontano dalla possibilità dei cittadini, che ci hanno preso gusto”, ha affermato Pillon. Smart working, lavoro agile, intelligente, che spesso consente una produttività maggiore, e assicura soddisfazione a lavoratori e imprenditori. Senza dati non si previene, non si programma, non si pianifica, non si cura. I dati devono essere acquisiti automaticamente, certificati, analizzati con algoritmi automatici, resi disponibili all’occorrenza.

 Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) la telemedicina è l’erogazione di servizi sanitari quando la distanza è un fattore critico. Quando diventa necessario usare le tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni al fine di scambiare informazioni utili alla diagnosi, al trattamento e alla prevenzione delle malattie. Tutto ciò per garantire un’informazione continua agli erogatori di prestazioni sanitarie e supportare la ricerca e la valutazione della cura. La telemedicina non è in grado di sostituire l’opera del medico, ma può far risparmiare tempo ed energie.

È Israele il paese all’avanguardia nell’utilizzo degli strumenti digitali in ambito sanitario. Il cittadino che ha bisogno del proprio medico di medicina generale può prenotare l’appuntamento via web: tutti i referti sono trasmessi per via elettronica, tutto è archiviato, dall’ambulatorio all’ospedale, fino agli eventi amministrativi, in un vero big data sanitario. Incrociare questi dati con le informazioni anagrafiche, storiche, familiari del paziente consente al medico di formulare diagnosi tempestivamente, quindi, di prendersi cura in maniera migliore del proprio assistito.

Nel corso della sua conferenza Pillon ha affermato che la telemedicina serve ed è efficace a partire dagli ambienti più estremi fino al letto di molti ammalati. Entro il 2045 la percentuale di anziani in Italia salirà al 32%. Siamo uno dei paesi più longevi al mondo. Nella gestione dei pazienti cronici come in quella dei malati Covid-19 emerge chiara la necessità di un utilizzo diffuso di servizi digitali che, nel rispetto delle restrizioni odierne, possano supportare le strutture nel fornire un’adeguata assistenza sanitaria. Occorre quindi riprogrammare i modelli assistenziali con la logica della sanità digitale e porre al centro la teleassistenza/telesalute.

“Al Centro di Vulnologia si trattano   piaghe da decubito, ferite chirurgiche che stentano a guarire, ulcere vascolari, lesioni diabetiche”, spiega Pillon. “Tra i risultati ottenuti, il 30% del risparmio sui costi, il 50% di riduzione dei tempi di guarigione, nessun ricovero urgente per complicanze”. Quando s’inventò la radio, il medico di Guglielmo Marconi gli disse: “Pensa, con questa invenzione tutti quelli che sono a bordo delle navi potrebbero essere curati”. Fu in questo momento che nacque la radiomedicina. Nel 1935 venne costituito il Centro Internazionale Radio medico, di cui il primo presidente fu Marconi stesso, e il secondo la Regina d’Italia.

Vantaggi vecchi e nuovi

Per sostenere il Sistema Sanitario Nazionale nel lungo periodo e garantire standard di qualità, la telemedicina e le tecnologie abilitanti saranno sicuramente la soluzione. Quindi: spostare i dati, non i pazienti, prendersi cura, non solo curare. Ecco come garantire a tutti i necessari livelli di assistenza da remoto, attivando un filo diretto di sanità digitale con l’assistito, alleggerendo il carico di lavoro del personale sanitario e riservando gli accessi domiciliari di quest’ultimo ai casi effettivamente necessari.

Se, prima dell’emergenza Covid-19 la telemedicina, tra i tanti vantaggi, permetteva di abbattere anche gli eccessi della medicina difensiva, oggi che lo scenario è cambiato, rappresenta un “salva vita” e un acceleratore di salute. Si pensi ai tanti pazienti che, per timore di recarsi in ospedale e rischiare il contagio, ritardano le cure pur in presenza di sintomi importanti. In questi casi, come in altri, del resto, la telemedicina aiuta a discernere, monitorare, effettuare eventuali pre-triage remotizzati.

“Oggi si parla a volte di telemedicina come se fosse il centro delle cure, mentre è un semplice strumento”, spiega ancora il dottor Pillon, “come un ecografo o un bisturi, che per funzionare deve essere utilizzato nel contesto clinico appropriato. Va da sé che va impiegata da professionisti con formazione specifica”.

Per il futuro si può prevedere di trasmettere da tutti i rifugi alpini dati riguardanti la salute dei frequentatori nell’eventualità in cui avessero bisogno in tempo reale di soccorso e di cure. Finora sono stati realizzati solo progetti sperimentali, ma è auspicabile che l’uso di questa disciplina diventi consuetudine. Alla luce della pandemia si è evidenziata vistosamente la necessità di ridisegnare la sanità pubblica, cercando di trovare un nuovo modo di approcciarsi alla salute. Le tante informazioni e i tanti dati raccolti, che spesso non si riescono a interfacciare, devono trovare la possibilità di riuscire a essere utilizzati. Ecco come trasformare una catastrofe in un’opportunità.

Gian Celso Agazzi

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