Il triste destino delle montagne

“È una massa grande quanto il duomo di Milano o come un campo da calcio sovrastato da 80 metri di ghiaccio quella che rischia di staccarsi dal ghiacciaio di Planpincieux, in Val d’Aosta”. Queste sono le dimensioni date da Valerio Segor, dirigente dell’assessorato regionale della Valle d’Aosta delle Opere pubbliche per rendere l’idea del pericolo che corre la Val Ferret, sopra Courmayeur, in cui una porzione di mezzo milione di metri cubi di ghiaccio è a rischio crollo.

Reinhold Messner

E’ un’occasione da non perdere questa per far parlare Reinhold Messner che ne approfitta per dare la sua brava lezioncina. Argomenti ormai risaputi, ma repetita iuvant. L’alpinismo è finito, il mondo va a rotoli. Se queste sono le opinioni che Reinhold continua a dispensarci, non ci resta che piangere. Solo un segno di vecchiaia? Stupire noi comuni mortali è la sua principale vocazione. Come fa sul Gazzettino del 28 luglio, quando afferma perentoriamente di non amare la montagna (“non amo la montagna, amo la mia donna, amo i miei bambini ma non la montagna: è la base per le mie esperienze”). Chi se lo sarebbe aspettato tanto disamore dal re degli ottomila?

D’accordo. Nessuno ci obbliga ad amare la montagna e tanto meno l’alpinismo. Ma di quale alpinismo moribondo parla Messner? Di quello estremo, fuori dalla portata dei comuni mortali, che i suoi giornalisti reggicoda promuovono con tanta sollecitudine nelle pagine dei loro giornali? E’ da escludere che Reinhold ce l’abbia invece con quell’alpinismo che implica la conoscenza sempre più e meglio dell’ambiente alpino, in sintonia con il rispetto per la natura che ci circonda: il vecchio sempiterno alpinismo, insomma, quello che implica umiltà, tanta umiltà, e il possesso delle tecniche e dei materiali necessari.

Concetti non del tutto chiari. Ma Messner dopo aver scritto tanti libri intende fare finalmente chiarezza con “Final expedition”, un progetto di conferenze in giro per il mondo bloccato per ora dalla pandemia. “Un viaggio”, ha spiegato qualche giorno fa all’inviato del Gazzettino, “dove voglio raccontare a chi è interessato cosa sia l’alpinismo tradizionale, che è basato sulla storia. Racconterò la filosofia che è nata e cresciuta assieme a migliaia di alpinisti: da Paul Preuss ad Albert Mummery, a George Mallory che hanno lasciate pagine straordinarie”.

Quanto al “triste destino” delle montagne (come titola La Stampa del 7 agosto), Messner sembra fare fatica nel cercare le parole adatte alla funerea circostanza. “Quelle povere montagne”, spiega al cronista del quotidiano, “con le loro vesti candide che sono preziose riserve d’acqua dolce, si ridurranno a zero. Ma certo il surriscaldamento non è colpa di chi abita la montagna come i montanari e neppure di chi sui monti cammina e arrampica, e neppure dei turisti. La febbre viene dalla città, dalle metropoli. La tragedia è la somma di chi vive sulla Terra in grandi concentrazioni e della stupidità di chi continua imperterrito a bruciare gasolio e carbone. La fusione dei ghiacciai ci dice cosa stiamo facendo sulla terra”. E la prima a dargli ragione non può che essere la piccola, intrepida Greta Thurnberg che tanti giovani ha indotto a scendere in piazza in difesa dell’ambiente nei famosi venerdì senza scuola. Poi è arrivata la pandemia… Qualcuno ancora si ricorda di quella ragazzina diventata di colpo popolare in tutto il mondo? (Ser)

One thought on “Il triste destino delle montagne

  • 12/08/2020 at 17:32
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    Alpinismo morto? Non riprendo gli appropriati argomenti i Roberto, chiari e condivisi. Ma per rispetto della montagna, per approfondire alcune responsabilità del degrado del turismo e dell’alpinismo imputabili anche ai grandissimi alpinisti, vedi Himalaya o Plan de Corones, perché non inserire nell’alpinismo quanti, i resistenti, la montagna la stanno vivendo in pieno isolamento, dimenticati dalla politica tutta e lavorandola, o meglio, curandola. Sfalciando i prati, gestendo correttamente i pascoli, utilizzando i boschi in modo sostenibile, incontrando i turisti, quelli alla ricerca di autenticità, quelli umili e spiegando la dignità del loro lavoro. Se in tanti affrontiamo una rilettura della montagna offriamo a questa entità spazi dove riprendere alpinismo umile, esplorazione, poesia, e ovviamente duro lavoro.

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