L’incredibile viaggio di François

I “fous littéraires” sono quegli scrittori che nella loro vita non ebbero mai un riconoscimento o una sia pur misera gratificazione da parte degli editori, della critica o del pubblico. Autori che stamparono libri a proprie spese trattando argomenti giudicati del tutto superflui o privi di qualsiasi interesse, salvo che per loro stessi. Fra questi amabili personaggi – dei quali il francese André Blavier ha redatto nel 2001 un encomiabile elenco di ben 1147 pagine – figura, forse ingiustamente, François William Clement Trafford.

Un ragazzo che ha per genitori una passionale donna napoletana e un flemmatico nobiluomo inglese sviluppa speciali aspetti di carattere, cosa che fa di lui una prima parziale giustificazione su quanto combinò nella vita. Nato a Napoli nel 1821, François crebbe con l’animo attraversato da inquietudini e da desiderosi quanto illusori ardimenti. Sopra gli atlanti e le carte nautiche s’immaginò un destino da esploratore.

Il secolo era quello giusto (Ah… se ci fossi nato io! N.d.A.), irripetibile quanto a viaggi, scoperte geografiche, carte e rilevamenti topografici. Ma lo frenarono il versante mediterraneo della sua personalità, un po’ romantica, un po’ indolente e, soprattutto, la misteriosa scomparsa della madre e la progressiva latitanza del padre. Trascorse gran parte della vita in Svizzera alimentandosi delle letture di Lord Byron e di Shelley anche se di essi non riuscì a ripetere le errabonde avventure. Ne volle però conoscere i luoghi. Si recò così nel Golfo della Spezia, a Lerici, dove Shelley era tragicamente annegato nel 1822. 

Poi, il 28 marzo 1869, sale sul Monte Castellana, che domina La Spezia dal lato di ponente, e assiste a un fenomeno mai visto prima, che lo segnerà per il resto dei suoi giorni, una sorta di viaggio iniziatico ai ‘mysteria mundi’. La giornata è straordinariamente limpida. Persuaso di godere di un vasto panorama volge il suo sguardo all’intorno e si accorge, fra lo stupore e l’incredulità, di vedere, ben oltre l’orizzonte, il Mondo intero! Tutto il Mediterraneo con la Corsica e la Sardegna (e fin qui ci siamo!), ma poi la Spagna, la Sirte e l’Atlante e, via via, le altre parti del Globo. Della Groenlandia scorse la natura delle rocce e dei ghiacciai; della Siberia le foreste, dell’Africa le savane, dell’Australia i deserti, della Nuova Zelanda i vulcani. Poi tutta l’America del Sud, da Panama a Capo Horn, con le Ande perennemente innevate e l’immenso Rio della Plata rivaleggiante con quello delle Amazzoni. 

Questo ‘stato di grazia’ durò la bellezza di quattro ore poi “…meravigliato e pieno di rapimento non restai più a lungo a contemplare. Chiusi gli occhi che il mio animo estasiato non riusciva più a seguire. Essi avevano visto il giro del mondo, tutto l’Equatore e i due circoli polari”.

Per cinque anni non fece parola con nessuno di quanto aveva visto e vissuto temendo di passare per pazzo, cosa evidentemente da non escludere. Poi, forzato egli stesso a negare ciò che poteva sembrare un delirio o una suggestione transitoria, riversò tutto in un volumetto, pubblicato a Zurigo nel 1874, il cui spessore è pari alla lunghezza del titolo: “Amphiorama ou la Vue du Monde des Montagnes de La Spezia. Fenomène inconnu, pour la première fois observé et decrit avec une Carte du Continent polaire”. Un’opera che lo inserì di diritto fra i più illustri “fous littéraires”. Eppure, dicono gli spezzini, pare che alcuni suoi epigoni si radunino ancora oggi, ogni 28 marzo, sulla vetta designata, nella speranza finora negata di rivivere quella straordinaria alchimia geografica.

©Albano Marcarini 2020

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