Il mistero del Lago di Prà Cò

Dall’”Atlante Inutile d’Italia e delle Terre Circonvicine”, Tavola 47, di Albano Marcarini, è tratto questo brano dedicato al misterioso Lago di Prà Cò in Val Trebbia che Marcarini considera uno degli ultimi misteri geografici del nostro pianeta. Lo pubblichiamo nella sua integrità per gentile concessione dell’autore.

Cataclisma o macroscopico abbaglio?

In questa tavola è mia ferrea intenzione esporre, ma purtroppo non acclarare, uno degli ultimi misteri geografici del nostro pianeta, simile alla mai accertata ubicazione di Atlantide o alla mai svelata comprensione delle linee di Nazca. Stiamo parlando del misterioso Lago di Prà Cò in Val Trebbia, nel comune di Ottone, Italia.

Essendo che io, come si sarà capito, ho un debole per la cartografia, specie se un po’ vecchiotta, mi risolsi un giorno di seguire il consiglio del foglio LXII ‘Bobbio’ della Gran Carta degli Stati Sardi, datato 1852. Gran bella carta, in effetti, per la quale darei un occhio, o forse due, per averla completa, salvo poi non avere gli organi preposti per ammirarla. In un angolo della quinta piega, accuratamente intelaiata, scovai, fra le montagne del versante sinistro della Val Trebbia, un curioso lago a un’insolita altezza e a una innaturale posizione topografica perché messo in bilico lungo un crinale. Visto con una lente, parve addirittura un’escrescenza vulcanica per via del contorno di ‘barbette’ crateriche, al centro delle quali era collocato il lago, dalla bizzarra forma a ’S’. Visto così mi pareva addirittura il maggiore di tutta questa parte dell’Appennino che, a onor del vero, non pullula di laghi, né grandi né piccoli.

Ora io, armato di buona volontà, ma ancor più di quella curiosità che è stata sposa di Livingstone, di Amundsen, di Burton, di Angela e di tanti altri che per brevità e a malincuore non posso citare, mi recai sul luogo designato, munito di bussola magnetica e confortato dai consigli dei locali sulla via da seguire. A dire il vero il tragitto non è affatto avventuroso, è solo una sana scarpinata che solleva di 800 metri dal fondovalle del Trebbia, partendo dal capoluogo comunale di Ottone e che richiede circa 3 ore di buon cammino. Giunto a 1180 metri sul livello medio del mare, e realizzato un completo giro d’orizzonte, non potei nascondere il mio stupore e la mia delusione, poiché del lago non vi era alcuna traccia. Vi erano solo alcune pacifiche bovine che si abbeveravano in un vascone, all’ombra di una quercia. Una seconda volta mi recai in compagnia di un testimone qualora la mia sola parola non fosse bastata ad asseverare ciò che vidi. Il nulla.

Lo sconcerto aumentò quando mi accorsi che in nessuna guida o pubblicazione locale di natura geografica era stata fatta menzione, anche minima, del Lago di Prà Cò. Un’ulteriore conferma mi venne poi dal paragone con carte di epoca successiva, nelle quali del fantomatico lago resta solo il toponimo a indicare una prateria erbosa. Dunque? Una spiegazione logica propenderebbe per un crollo, con relativo sversamento del bacino che però, viste le dimensioni, avrebbe provocato non pochi danni e probabilmente molte vittime umane (che gli annali non riportano), oppure un progressivo prosciugamento o un altro cataclisma che, effettivamente, si produsse quando portò all’abbandono del vicino villaggio di Campi, da allora detto ‘vecchio’, ma molto tempo prima. 

Ora, delle sviste dei cartografi pre-unitari piemontesi ci siamo già occupati trattando del mai esistito Monte Iseran, che per anni trasse in inganno studiosi, alpinisti, cercatori di mirabilia alpine. Ma mi chiedo, se di svista non fosse, da quale fonte il cartografo trasse un’indicazione così plateale e al tempo stesso erronea? O forse è un macroscopico abbaglio preso da indolenti topografi, beffati dai villani locali che, come è risaputo, rispondevano a caso o in un dialetto incomprensibile, alle richieste di chiarimenti sui luoghi e sui loro nomi? O forse era semplicemente un giovane disegnatore alle prime armi, desideroso di vivacizzare con un tratto di bulino le spoglie pendici di questa parte dell’Appennino? Magari in preda a qualche allucinogeno. Chissà!


©Albano Marcarini 2020

PS – Naturalmente sottopongo questa mia umile relazione al vaglio di studiosi meglio e più accreditati di me, qualora potessero portare elementi di ulteriore novità.



Lo spezzone della Carta d’Italia dell’Istituto geografico militare a scala 1:25.000 ‘Gorreto, 83 I No, ed. 1936 senza lago. In apertura lo spezzone della Gran Carta degli Stati Sardi a scala 1:50.000 con l’evidenza del Lago di Prà Cò, ed 1856.

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