Processo al K2: analisi di un libro

La riedizione del volume “I miei ricordi. Scalate al limite del possibile” di Walter Bonatti lanciata con grande evidenza a lockdown concluso nelle pagine del Corriere della Sera è stata l’ennesima occasione per sancire l’integrità morale dell’alpinista e rievocare, come ha fatto il 17 giugno 2020 Lorenzo Cremonesi sul Corriere, “la sua battaglia personale contro il Club alpino italiano ‘ufficiale’, assieme alla scia infinita di polemiche seguite al processo contro Lino Lacedelli e Achille Compagnoni per i fatti che accompagnarono il successo della spedizione italiana capitanata da Ardito Desio nel 1954 al K2″.

E’ vero, quella lunga battaglia contribuì a conferire a Bonatti, sono sempre parole di Cremonesi, “un’aureola di carattere deciso, assolutamente determinato a far valere la semplice verità contro ingiustizie e soprusi”. Aureole a parte, che i giornalisti in genere amano assegnare assecondando il generale bisogno di coltivare miti già consolidati nell’immaginario popolare, una concreta analisi degli scritti di Bonatti  è stata compiuta di recente in una tesi di laurea in letteratura di cui Mountcity è venuto a conoscenza prendendone visione.

“Processo al K2: storia di un libro” è il titolo della ricerca citata. Il libro è quello di Bonatti più volte ripubblicato in varie edizioni con il titolo “K2 la verità” e sue varianti. Bonatti e Mahdi, la tendina dove si erano rifugiati Compagnoni e Lacedelli, le bombole di ossigeno trasportate a spalla rivelatesi poi decisive per la conquista, gli equivoci nelle ultime fasi dell’assalto: a riannodare alcuni aspetti della tormentata fase finale della conquista nel 1954 sulla base della testimonianza di Bonatti è questa volta Franco Gasparini. Prendendo spunto dalla serie di edizioni del libro-requisitoria di Bonatti, Gasparini ha infatti elaborato una tesi di laurea discussa nel 2019 all’Università di Friburgo.

L’originalità dello scritto, che Gasparini ha gentilmente sottoposto nella sua integrità a Mountcity, risiede nell’analisi della ricostruzione fatta da Bonatti dapprima nel 1961 nel famosissimo libro “Le mie montagne” ristampato nel 1983 e successivamente, in varie edizioni, del libro specificamente dedicato al K2. Prima di riferirne è necessario ribadire ancora una volta, insieme con Gasparini, che i meriti di Bonatti nella conquista della montagna degli italiani sono stati riconosciuti in tutte le sedi e i suoi scritti più volte analizzati con i riguardi riservati alla sua figura e statura di scrittore.

Già, ma a prescindere dal K2, che tipo di scrittore era Bonatti? “Sentiva la necessità di trascrivere le emozioni che viveva in montagna”, premette Gasparini nella tesi, “perciò si può affermare che la sua carriera come scrittore sia nata durante le sue attività e cresciuta parallelamente alle sue scalate. La sua è una narrazione molto descrittiva e dettagliata”. Esemplare risulta la scalata compiuta da Bonatti per raggiungere i migliori risultati letterari. Gasparini sottolinea che quando Walter ricevette l’offerta di lavoro da parte della popolare rivista “Epoca” sapeva benissimo che doveva rimettersi in gioco e che lo avrebbe fatto “con tutta la sua innata modestia”. Bonatti insomma comprese che doveva imparare una nuova professione ripartendo da zero. Per un uomo che, oltre alla terza media non si era più seduto sui banchi di scuola, non fu un compito semplice.

“Negli anni ’80, Bonatti vuole farsi giustizia mettendo a fuoco il suo ruolo nella conquista del K2″, annota Gasparini, “e la scrittura è l’unico mezzo che gli permette di avvicinarsi al suo intento. Rispetto agli articoli pubblicati per ‘Epoca’, sembra che, dopo anni di silenzio, si accanisca contro tutto e tutti”.  Ancora una volta al centro dell’attenzione è il dramma consumatosi al campo più alto stabilito a quota ottomila, in vista (ma non troppo) della vetta. Gasparini dà per scontato – non è il solo ad averlo fatto – che Bonatti e l’hunza Mahdi non avrebbero comunque avuto la possibilità di trascorrere la notte con Compagnoni e Lacedelli nella minuscola tendina a due posti. Comunque sia, non c’erano le condizioni per bivaccare lassù. Ciò varrebbe anche se quella tendina, di comune accordo riservata ai due summiter, Bonatti e l’hunza l’avessero raggiunta senza problemi appena arrivati al 9° campo con le bombole destinate ai compagni. Mentre come si sa i due furono costretti a sostare sul far della sera a una certa distanza dalla tendina dei compagni in modo tale da limitarsi allo scambio di qualche battuta con i due designati per la vetta.

La tesi pone in evidenza che, nel susseguirsi delle narrazioni sull’accaduto di edizione in edizione, “l’intento di Bonatti non è quello di far riconoscere i propri meriti, ma è piuttosto quello di limitare le figure eroiche di Compagnoni e Lacedelli”. Si tratta indubbiamente di un aspetto originale della ricerca di Gasparini. Peraltro Bonatti non nascose mai la sua avversione nei confronti di questi due compagni di spedizione. Come si sa, nel 2004 restituì al Presidente della Repubblica il titolo di Cavaliere di Gran Croce perché lo stesso riconoscimento era stato assegnato a Compagnoni.

A distanza di anni, osserva Gasparini, “questo sentimento matura notevolmente e sfocia nelle revisioni delle sue pubblicazioni”. Quanto sia “maturato” questo sentimento lo si denota, nella tesi di cui qui si parla, da come Bonatti racconta l’arrivo al campo 9 nell’edizione ’83 de “Le mie montagne” (LMM 83) e da come lo racconta invece nell’85 in “Processo al K2” (K2 85).

LMM 83: Con voce ben distinta Lacedelli si giustifica, ma piuttosto crudamente. Esattamente così: “Non vorrai che stiamo fuori tutta la notte a gelare per te!”. Conoscendo la sua indole buona, non voglio prendere sul serio il significato delle sue parole.

K2 85: Con voce ben distinta e cruda Lacedelli si giustifica con queste precise parole: “Non vorrai che stiamo fuori tutta la notte a gelare per te!”. Non voglio prendere sul serio questa sua grezza uscita.

No, non correva buon sangue tra Bonatti e Lacedelli a quanto risulta da varie fonti e non solo dalla tesi. Il cortinese inizialmente viene definito nel libro sul K2 come una persona dall’indole buona, ma poi la sua risposta è considerata, appunto, un’uscita grezza che non depone favorevolmente circa la sua indole. Gasparini spiega anche come Bonatti in una breve introduzione esponga le ragioni del suo libro-requisitoria: la sua volontà non è solamente quella di esporre la delusione personale, ma prende di mira la bolla di speculazione che si è creata. Numerosi giornali e programmi televisivi lucrano a suo avviso su queste polemiche, senza che nessuno – così riporta Gasparini – consideri la possibilità di fare uno studio storico accertato sui documenti esistenti.

E veniamo al 2004, un anno fondamentale per il caso K2. Perché in occasione del cinquantennale la commissione “dei tre saggi” istituita dal Cai redige un rapporto storico allo scopo di sancire la verità una volta per tutte. La versione di Desio, nel frattempo defunto, non viene più accettata come veritiera ed è definitivamente sostituita dalla versione sostenuta da Bonatti. In occasione di questa decisiva svolta anche il libro di Bonatti sul caso K2 subisce un’ulteriore revisione e l’aggiunta di una quinta parte intitolata “Cinquantesimo anniversario”.

Il racconto della fase cruciale dell’assalto alla montagna degli italiani viene più volte aggiornato dall’autore. “All’interno di LMM 83”, spiega Gasparini riferendosi in questo caso alla riedizione de “Le mie montagne”, “spesso si percepisce un maggior tono accusatorio, derivato da piccole modifiche linguistiche, con le quali Bonatti riesce a trasformare la volontà del discorso senza stravolgere l’edizione precedente”. Un esempio? “Dopo l’esposizione del piano di scalata, Bonatti inserisce una riflessione sullo stato fisico degli altri alpinisti e riporta una situazione molto particolare, soprattutto considerando gli eventi futuri, tra lui e Compagnoni”. Ecco le due versioni rispettivamente nelle “Mie montagne” del ’61 e nell’edizione dell’83 come vengono riportate nella tesi di Gasparini.

LMM 61: Compagnoni in tutta la sera era apparso visibilmente sfinito. Dubitando che egli potesse sostenere lo sforzo dell’assalto alla vetta, più di una volta fui tentato di invitarlo a cedermi il suo posto; ma alla fine non l’ho fatto. Trovavo che una simile, delicata decisione, promossa da me invece che da lui avrebbe stonato.

LMM 83: Pur nell’evidente stanchezza Lacedelli rivelava una forma fisica eccellente, emergevano invece in Compagnoni, quantunque non confessati, evidenti sintomi di sfinimento. Dubitando che quest’ultimo fosse ancora in grado di sostenere uno sforzo estremo, più di una volta fui sul punto di invitarlo a cedermi il suo posto; ma alla fine non l’ho fatto. Trovavo che una decisione di tal genere era più simpatico che partisse da lui, Compagnoni, il quale eludeva invece il suo stato fisico.

Sulle sue condizioni fisiche in vista dell’assalto decisivo, tuttavia, Compagnoni non ha mai manifestato riserve smentendo le ipotesi del giovane Bonatti. Nel 1991 un’intervista sullo Scarpone, notiziario del Club Alpino Italiano, alla domanda se abbia avuto la sensazione che potessero esserci nella spedizione alpinisti più forti di lui, così Compagnoni rispose: “Ho sempre sostenuto che in queste situazioni la forza conta poco: ciò che è importante è andare d’accordo, dimostrare di essere adeguati”. E tale, cioè adeguato al ruolo che gli fu imposto dal capospedizione, Compagnoni si è sempre sentito, come conferma nei suoi scritti e come ha saputo eloquentemente dimostrare.

In conclusione, come riferisce Gasparini nella sua tesi, “la voglia di giustizia di Bonatti si rispecchia nella scrittura, rendendola spesso ripetitiva e pedante. Il lettore attento percepisce questa sensazione di paura da parte dell’alpinista che teme di non essere ascoltato e creduto”. Come si è visto, Walter aveva le sue buone ragioni per temere questa eventualità (di non essere ascoltato e creduto) ed è trascorso mezzo secolo prima che la sua verità fosse accolta e convalidata dal Cai “ufficiale”: quel Cai di cui parla il giornalista Cremonesi riferendosi a un enigmatico Cai “bifronte”. Come Giano, il dio della guerra, c’è da supporre.  (Ser)

Qui e in apertura lo squadrone capitanato da Ardito Desio prima e dopo dopo la conquista della vetta inviolata.

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