Niente sprint nell’Olimpo della bici

Quella che lega il ciclismo al Ghisallo è una storia lunga e gloriosa che continua ancora oggi e sicuramente meriterebbe di meglio. E’ in cima a questa salita che si sono decise o si sono concluse alcune delle competizioni più famose della storia del ciclismo: dal Giro d’Italia al Giro di Lombardia, dalla Coppa Agostoni alla Giornata della Bicicletta. Anche per questo ci si aspetterebbe da questo Olimpo della bicicletta un briciolo di sprint in più, qualche idea con non fosse soltanto allineare busti di bronzo e vecchie, eroiche e scalcagnate biciclette da corsa. O è chiedere troppo?

Per secoli la Beata Vergine del Ghisallo accolse i pellegrini fra i boschi del Triangolo Lariano. Nel 1623 si ottenne la elezione della chiesetta a santuario mariano. Fu nel 1944 che don Ermelindo Viganò (1906 -1985), parroco del vicino borgo di Magreglio, appassionato ciclista e rettore del santuario fin dal 1944, scrisse all’arcivescovo di Milano, cardinale Ildefonso Schuster, e a Papa Pio XII, chiedendo di proclamare la Beata Vergine Maria del Ghisallo patrona universale dei pedalatori. Successivamente dell’argomento si occuparono i corridori partecipanti al 31° Giro d’Italia firmando da Bari, il 24 maggio 1948, una petizione al Santo Padre perché volesse designare a loro patrona la Beata Vergine del Ghisallo.


Il monumento accanto alla chiesa della Beata Vergine Maria. In apertura Fiorenzo Magni (1920-2012) vigila sul Museo del Ciclismo. Ph. Serafin/MountCity

Durante la cerimonia di dedicazione, una grande fiaccola di bronzo, opera dello scultore Carmelo Cappello, fu benedetta dal Papa e portata da una staffetta di ciclisti da Roma al Ghisallo; gli ultimi due tedofori furono Gino Bartali e Fausto Coppi.

La fiaccola è tuttora accesa nel santuario dove sono esposte le bici di Coppi del Tour del 1948, quella di Fabio Casartelli morto nel Tour del 1992 e quella usata da Francesco Moser per il record dell’ora nel 1984. Di fronte al porticato il busto in bronzo di don Viganò accoglie i visitatori insieme con quelli di Binda, Coppi e Bartali.

Poco più in là, sul Museo del ciclismo vigila Fiorenzo Magni (1920-2012) che ai tempi di Fausto e Gino poteva contare su un consistente gruppo di tifosi strappati grazie alla sua tenacia alla celeberrima coppia di colleghi. Anche Magni è forgiato nel bronzo e, come gli altri campioni del passato, non denota atteggiamenti da eroe bensì un’aria mesta e impiegatizia.


Il busto in bronzo di Fausto Coppi (1919-1960). Ph. Serafin/MountCity

Forse anche per quest’atmosfera cimiteriale che aleggia sul Ghisallo, per l’orrenda, antiestetica struttura in vetro e cemento del Museo del ciclismo retto da una Fondazione, per le panchine e le aiuole poco curate o addirittura deplorevolmente disastrate che tutto lasciano pensare fuorché di trovarsi nella virtuosa Lombardia, i turisti in bici o appiedati preferiscono trascorrere il tempo sostando sulla balconata ad ammirare sull’altra sponda del Lario la meravigliosa muraglia delle Grigne che al tramonto divampa e si colora d’oro e d’argento. Lassù non c’è stata la mano dell’uomo, finora, a produrre guasti…

Peccato. Dal sancta sanctorum del ciclismo ci sarebbe da aspettarsi un’aria meno dimessa o più festosa. Anche se alla luce dei risultati degli atleti italiani nelle grandi classiche, Tour compreso, ci sarebbe poco da stare allegri. Tutto quel bronzo, dopotutto, è in singolare contrasto con il dinamismo di uno sport che sempre appassiona giovani e meno giovani. Ma è in sintonia con una certa disattenzione per lo sport fin dalla scuola come ha di recente notato l’ex campione Giuseppe Saronni che, a proposito di Pogacar, il talento sloveno rivelazione della Grande Boucle, ha raccontato che in Slovenia c’è una cultura dell’agonismo fin dalle scuole primarie dove l’attività sportiva è materia di studio. “Dobbiamo capire che senza progetti e senza idee non si va molto lontano”, ha commentato l’ex campione. Verissimo. Al massimo si sale in pellegrinaggio al Ghisallo. (Ser)

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