Letture. Il libro-manifesto dell’ambientalismo

“Avere cura della montagna” (© Altra Economia soc. coop. e-mail segreteria@altreconomia.it, 192 pagine, 14 euro) è il titolo del nuovo libro di Luigi Casanova, in libreria dal 28 settembre 2020, che spiega come “l’Italia si salvi dalla cima” e lo fa affidandosi anche ai contributi di Paolo Cognetti (che firma la prefazione), don Luigi Ciotti, Giuseppe Dematteis, Carlo Alberto Pinelli, Lucia Ruffato, Vanda Bonardo, Federica Corrado.

Nei dieci capitoli l’autore, voce storica dell’ambientalismo e presidente onorario di Mountain Wilderness Italia, affronta i temi più attuali per chi si prende cura della montagna, dal Manifesto di Camaldoli sulla centralità della montagna alla Carta di Fontecchio per la protezione della natura e del paesaggio, dalla tempesta Vaia ai corsi d’acqua e alla loro gestione, dal turismo e dai grandi eventi sportivi nelle Alpi ai Parchi tra luci e ombre, dalla visione “profetica” ambientalista ai problemi degli Appennini e della Val di Susa per concludere con la situazione dei grandi predatori carnivori in Italia.

Non sfuggirà al lettore che l’opera di Casanova riprende documenti tesi a mettere in evidenza l’ambientalismo propositivo, aperto al dialogo. Si tratta, come è specificato nella contro-copertina, di un importante libro-manifesto e anche di un’eloquente risposta ai tanti che intendono l’ambientalismo come il partito del no. Per gentile concessione, pubblichiamo in anteprima una riflessione dell’autore sulla cultura ambientalista in Italia e sui motivi per cui stenta a emergere con la dovuta forza. (Ser)

I perché di tante incomprensioni

Se si riuscissero a recuperare tutte le grandi esperienze propositive emerse dalla cultura ambientalista italiana dal Dopoguerra ad oggi non basterebbe certo un volume. Ci troveremmo in presenza di un fiorire di idealità, estremamente concrete, un qualcosa che ha dell’incredibile. Ma perché questa capacità propositiva dell’ambientalismo italiano non è finora emersa con la dovuta forza? Questa è una domanda alla quale ritengo sia doveroso provare a rispondere: lo faccio qui, accettando alcune semplificazioni, ma la questione si ripresenterà più volte nelle pagine che seguono.

• Perché l’ambientalismo è stato sommerso dalle emergenze e dalle situazioni di conflitto. Le energie disponibili hanno sempre dovuto rincorrere i diversi temi mettendo spesso in secondo piano il tema della comunicazione e specialmente quello della necessità di fare rete.

• Perché l’ambientalismo italiano è stato poco o nulla sostenuto da mecenati illuminati. In pratica ha vissuto di autosostentamento e, quindi, di volontariato in una situazione economica difficile: gran parte dei gruppi dirigenti lavora a titolo puramente gratuito.

• Perché il mondo dell’informazione nel suo complesso ha sempre sottovalutato il valore di queste lotte: un’informazione troppo vicina ai gruppi di potere (e da questi sostenuta o addirittura posseduta), 18

e alle dinamiche politiche. L’informazione si è interessata ai temi ambientali solo quando alcune lotte hanno assunto un carattere di scontro diretto, si pensi alla valle di Susa o alle lotte contro le centrali nucleari, oppure nelle situazioni dove i toni assumevano profili aspri.

• Perché il mondo della formazione scolastica, specialmente uni­versitario, ha investito poche risorse in questi movimenti, forse anche perché consapevole che la politica italiana avrebbe offerto minime opportunità lavorative a chi fosse stato portatore di cultura ambientalista.

• Perché in Italia non è mai stato presente un partito realmente “verde”. I Verdi italiani, più che da ambientalisti, sono stati diretti da animatori delle lotte del ’68, da Lotta Continua in particolare, o da singoli opportunisti più attenti alla loro personale carriera che non alla costruzione di una rete ambientalista italiana. Una simile strutturazione, ancora oggi viva in qualche realtà, non poteva che portare al fallimento l’esperienza politica e quindi a rendere margi­nali i Verdi riducendoli in termini elettorali a percentuali irrisorie. Non è casuale che una cospicua parte dei dirigenti delle associazioni ambientaliste italiane da anni non votino i Verdi.

• Perché siamo in un paese che umilia l’istituto della partecipazione attiva, disconoscendo in forma quasi totale l’articolo 118 della nostra Costituzione e i contenuti delle direttive europee sul tema.

Luigi Casanova

da “Avere cura della montagna” (© Altra Economia soc. coop)


Luigi Casanova al lavoro durante un’operazione di bonifica nelle Dolomiti.