Cinema. Bongiorno e il nuovo volto del Ladakh

La casa di produzione si chiama “Allegria” e non è difficile intuire da chi prenda spunto questo termine di buon auspicio. Soprattutto se a occuparsene in prima persona è Nicolò Bongiorno, figlio dell’indimenticabile Mike che lanciava il suo famoso “allegria” sui canali della Tv e sempre, s’intende, nelle ore di maggiore ascolto. Nicolò da diverso tempo dà prova di essere un valoroso film maker. Con una predilezione per le alte quote e uno sguardo rivolto al sociale. A Milano tempo fa presentò il film “Cervino. La montagna del mondo” agli studenti del quartiere Gratosoglio presentandosi da volontario nelle vesti di rappresentante del progetto “In Cordata” che riguardava la Scuola Popolare di Via Feraboli (Fondazione Sicomoro) con l’intento di offrire una valida opportunità ai ragazzi a rischio di abbandono scolastico. In quel caso ne assicurava il finanziamento la Fondazione Mike di cui Nicolò, secondogenito di Bongiorno, è presidente.


Nicolò Bongiorno

Ora Bongiorno jr offre una nuova prova del suo talento con “Song of the Water Spirits”, lungometraggio di un’ora e 40 minuti realizzato in Ladakh. Per le riprese, tre interminabili anni Nicolò li ha trascorsi in quella remota regione dell’India documentando la sfida di una società laboratorio incastonata tra le spettacolari vette dell’Himalaya, alla ricerca di una via “glocale”, cioè non del tutto globalizzata, verso un “antico futuro”.

Viene da chiedersi se è per caso uno scenario, quello del Ladakh, che può apparentarsi alle economie occidentali del nostro pianeta. “Anche un luogo tanto mistico e suggestivo, simbolo di bellezza incontaminata e custode di culture antichissime”, tiene a precisare Nicolò, “oggi rischia di essere compromesso dai cambiamenti climatici provocati dall’impatto ambientale della vita nelle grandi metropoli. Durante le mie ricerche in quei luoghi”, racconta, “ho toccato con mano che ciò che noi facciamo nelle nostre città si riverbera su un piano globale e incide perfino sulla vita di un contadino di montagna sull’Himalaya. Non esistono confini e barriere, siamo tutti interconnessi con fili invisibili ma solidi”.

Dal bellissimo lungometraggio di Bongiorno si ricava l’idea che il Ladakh sia una regione dell’India in profonda trasformazione. Un paese che sta affrontando un percorso di rigenerazione culturale costantemente in bilico tra il richiamo di una tradizione arcana e uno sviluppo rampante che mette a rischio l’ambiente e snatura i suoi abitanti. Si apprende anche che laggiù menti coraggiose vogliono superare questo dualismo proponendo una mediazione virtuosa per restare se stessi senza chiudersi al mondo, valorizzando gli stimoli di una modernità che non implichi una mutazione antropologica.

Nel film di Bongiorno si affaccia, dunque, l’ipotesi che ci sia qualcosa da imparare da questo laboratorio sociale, economico e culturale che è oggi il Ladakh. “Un posto straordinario”, lo definisce Nicolò. “Chi come me abita nell’occidente globalizzato ha sempre sognato e visto l’Himalaya e il Tibet come una roccaforte contro gli eccessi della modernità. Ma è vero il contrario, i problemi della vita nella nostra società moderna finiscono per riproporsi tra le montagne più sperdute dell’Himalaya. Qui il cambiamento climatico, l’imbarbarimento, l’urbanizzazione, il traffico si manifestano in alcuni casi in modo anche più preoccupante rispetto a noi. Chissà se è davvero la fine di quel magico e mistico mondo?”.

“Songs of the Water Spirits”, presentato con successo ad alcune rassegne internazionali, vuole essere, a quanto si legge nelle note di regia, un inno sacrale al potere della Terra custodito nell’acqua che vi scorre. Quell’acqua che è così simile all’anima dell’uomo, come osservava Goethe. Peccato che gli spiriti antichi di quest’acqua considerata sacra soffrano per la violenza che l’uomo arreca alla natura e si ribellino creando catastrofi.

Il film cerca dunque di recuperare un contatto diretto con la natura. Anche attraverso la musica, in risposta a quei canti degli spiriti dell’acqua. “Questo film”, dice ancora Nicolò, “ è il mio tentativo di risvegliare il dialogo con gli elementi della natura, a partire proprio dall’acqua, fondamentale per la sopravvivenza di tutti noi, imparando dagli abitanti di questi luoghi il rispetto per queste grandi entità viventi che sono i ghiacciai”. 

Ad accompagnare il giovane regista nel suo viaggio sono stati il linguista francese Nicolas Tournade, esperto occidentale del mondo tibetano, e alcuni artisti e intellettuali del posto: il regista Stanzin Dorjai Gya; l’ambientalista Deskit Angmo; il politico Chering Dorjai; l’ingegnere Sonam Wangchuk. Alla realizzazione del documentario diretto e prodotto da Nicolò Bongiorno e dallo stesso Bongiorno scritto con Ann Riquier, hanno contribuito Giacomo Berthet (direttore della fotografia), Walter Marocchi (editor), Matteo Milani e Walter Marocchi (musiche), Matteo Milani (progettista del suono), Fabio Colombo (colorista). (Ser)


“L’imbarbarimento, l’urbanizzazione, il traffico si manifestano in Ladakh anche in modo più preoccupante rispetto a noi. Chissà se è davvero la fine di quel magico e mistico mondo?”, si chiede Nicolò Bongiorno, produttore e regista di “Songs of the Spirits”, il lungometraggio da cui sono tratte per gentile concessione le foto qui pubblicate.

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