L’insidia del gelo per gli escursionisti con la coda

Una nevicata annunciata, una donna in ipotermia, la sua cagnetta morta di freddo. Nell’ultimo gelido week end di settembre il Soccorso alpino della Val Comelico ha salvato nottetempo due escursionisti in difficoltà per la neve alla Casera Pian Formaggio. La missione dei sei soccorritori del Cnsas e dei due della Guardia di finanza si è conclusa alle due del mattino passate. Niente da fare per la cagnetta che non aveva la tempra di Tschingel, l’amatissima compagna di scalate del reverendo inglese William August Coolidge (1850-1926), considerato tra i padri dell’alpinismo. Tschingel morì di vecchiaia a 14 anni il 16 giugno 1879 dopo avere accompagnato in montagna fino al 1976 Coolidge e sua zia, miss Meta C. Brevoort, sorella della madre del reverendo a cui toccò il compito di allevarlo.

E’ assodato che nei cani, quando la temperatura corporea scende, la frequenza cardiaca e la respirazione rallentano, il che può portare a diversi gravi esiti. Le conseguenze di un’ipotermia grave e prolungata possono includere problemi neurologici (incluso il coma), problemi cardiaci, insufficienza renale, respirazione lenta o assente, congelamento e infine la morte.


Tschingel, l’amatissima compagna di scalate del reverendo inglese William August Coolidge (1850-1926), considerato tra i padri dell’alpinismo.
 

Sta di fatto che non tutti i cani sono attrezzati dalla natura per affrontare temperature rigide. Dipende anche dalla pelliccia di cui sono forniti. Quanto a Tschingel, risulta che fosse una grande camminatrice a tutte le quote e con tutti i tempi quando non era costretta a rimanere in tenda a montare la guardia. Preferiva un cibo semplice, il pollo non le piaceva e durante le marce in alta montagna mangiava una gran quantità di neve e di ghiaccio. Come bevanda extra non gradiva il caffé, ma il thé caldo le piaceva moltissimo e mentre lo beveva a ogni sorso tirava indietro il muso brontolando ma poi non sapeva resistere al desiderio di berne ancora. La nera pelle del suo naso si rinnovava ogni volta per effetto del sole mentre i suoi occhi non soffrivano per il riverbero. Di lei raccontano Laura Guardini e Roberto Serafin nel libro “Samaritani con la coda” (Priuli&Verlucca, 2005).

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