Letture. Gli anni ruggenti dell’alpinismo himalayano

Ambientato a Londra, a New York, in Germania, in Tibet e in India, il libro dell’americano Scott Ellsworth “I conquistatori del cielo” (Corbaccio, 420 pagine, 26 euro) è una storia non solo di alpinismo, ma anche di passione e ambizione, coraggio e follia, tradizione e innovazione, tragedia e trionfo. Ellsworth si muove fra le strade di Manhattan e di Berlino e le pareti scoscese del Nanga Parbat, in mezzo alle rivolte nel Kashmir e nel paesaggio rarefatto della Nuova Zelanda, dove un uomo di nome Hillary sogna di salire in cima all’Everest.

La storia si sviluppa negli anni Trenta mentre cresce la tensione fra le potenze europee e in Himalaya si sta combattendo una battaglia di altro genere. I migliori alpinisti provenienti dal Regno Unito, dalla Germania nazista e dagli Stati Uniti hanno attrezzato i loro campi base alle pendici degli Ottomila, sperando di conquistare le vette più alte, comprese l’Everest e il K2.

Diversamente dagli alpinisti di oggi, gli alpinisti dell’epoca dispongono di pochissime mappe e fotografie, non hanno bombole d’ossigeno efficienti, indossano scarponi di cuoio e giacconi di tweed. Contro ogni pronostico, vanno tuttavia più in alto di quanto sia possibile immaginare. E non appena raggiungono dei record di altitudine straordinari, su di loro si concentra l’attenzione dei media e della politica mondiale.

Gli alpinisti vengono assediati dalla stampa alle stazioni dei treni indiani, sono celebrati in film e in rappresentazioni teatrali. James Hilton crea la mitica Shangri-La in “Orizzonte perduto” mentre un eccentrico alpinista inglese di nome Maurice Wilson parte per il Tibet per scalare l’Everest da solo e a bordo di un biplano che ha appena imparato a pilotare. Intanto, nei corridoi del ministero nazista per la propaganda, i gerarchi scopronol’importanza di piantare la bandiera tedesca su un Ottomila…

Giornalista e studioso di storia, già ricercatore presso la Smithsonian Institution, l’autore collabora con il New York Times, il Washington Post e il Los Angeles Times. È autore di “Death in a Promised Land” sul massacro razziale di Tulsa e di “The Secret Game” sul mondo del basket.

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