Sgradite compagne di escursioni autunnali

“Zecche: un problema emergente” è stato il tema di un convegno svoltosi l’anno scorso presso la sede dell’ordine dei Medici della provincia orobica. Introdussero i lavori Guido Marinoni, presidente dell’Ordine cittadino dei Medici, e Benigno Carrara presidente della Commissione Medica del CAI di Bergamo. MountCity ne pubblicò le relazioni per cortese interessamento del dottor Giancelso Agazzi della Commissione Medica del Club Alpino Italiano. “Il problema delle zecche continua a interessare i medici, peccato che se ne parli poco e che molti escursionisti non prendano le necessarie precauzioni”, si rammarica oggi il dottor Agazzi. Ma intanto un altro problema emergente, la diffusa presenza della Trombicula (Neotrombicula autumnalis), dovrebbe mettere in guardia chi di questi tempi si avventura nei boschi e nei pascoli del Canton Ticino e delle prealpi lombarde, in particolare tra le alture dell’affascinante Triangolo Lariano.

Neotrombicula autumnalis. In apertura i prati del Triangolo Lariano dove l’acaro imperversa. Ph. Serafin/MaountCity

Mai sentito nominare questo minuscolo acaro? Eppure non è raro che, invisibili, mentre si sosta sull’erba per un pic nic, le larve di Trumbicola si infilino su per le gambe o le braccia dell’escursionista, specialmente se con la buona stagione la vittima va in giro con bermuda e magliette. Tanto basta perché nel giro di poche ore il corpo si riempia di ponfi pruriginosi e il tormento si prolunghi per giorni e giorni. Un quadro clinico indubbiamente inquietante, simile alla scabbia con cui non c’è proprio da scherzare.

E’ capitato un paio di volte nel giro di poche settimane a chi scrive queste note e, Trombicule o no, non si priva del piacere di camminare sui sentieri del Triangolo Lariano godendosi la vista mozzafiato dei due rami del Lario, le fioriture di narcisi in primavera, la compagnia occasionale di cavalli bradi e simpatici somarelli, le verdi ondulazioni punteggiate da faggi, castagni, ontani. E poi, dulcis in fundo, lo spettacolare foliage autunnale. Anche alcune persone di sua conoscenza sono state di recente vittime dalla Trumbicula nelle boscaglie ai piedi del Monte San Primo o sull’altra sponda del ramo di Como, sulle pendici del monte Bisbino.

E’ stato giocoforza, in mancanza di altre fonti, assumere sul web più approfondite informazioni su questo minuscolo aracnide che risulta in effetti ai più sconosciuto. La prima cosa che colpisce leggendo quanto scrive Ivan Camponovo in un sito ticinese con il lodevole scopo di informare gli utenti dei sentieri ed evitar loro, nei limiti del possibile, “di trovarsi trombati dalle Trombicule”, è il diverso comportamento manifestato dai suddetti acari rispetto alle zecche nel dare la caccia alle loro “vittime”. A differenza delle zecche che aspettano pazientemente il loro ospite (preferibilmente animali nel cui pelo rifugiarsi), le Trombicule corrono infatti incessantemente e grazie alle loro lunghe zampette sono in grado di raggiungere qualsiasi vittima potenziale.

Per esperienza personale corre l’obbligo di concordare con Camponovo per ciò che riguarda le aree in Lombardia e nel Canton Ticino più infestate dalla Trombicola. Che è presente in particolare nelle zone dove il terreno si presenta calcareo, per esempio nelle montagne adiacenti l’area del Mendrisiotto come il monte Generoso, il Caviano e il Bisbino. Ai quali rilievi ci sentiamo in dovere di aggiungere il San Primo che domina pacificamente il triangolo Lariano.

Il ciclo vitale della Trombicula, a quanto si apprende, inizia con la deposizione delle uova che avviene al suolo in primavera-estate. Dopo circa dieci giorni le uova si schiudono e nascono delle larve di colore rosso arancio lunghe circa 0,2 millimetri. Particolarmente abbondanti in tarda estate-inizio autunno, mentre scriviamo, le larve si nutrono della vegetazione bassa ma necessitano di proteine animali per l’ulteriore sviluppo. Da qui la necessità di attaccarsi a un animale o all’uomo.

A differenza delle sanguisughe, queste larve non si nutrono però di sangue ma si attaccano alla cute e si alimentano per alcuni giorni di una poltiglia di detriti cellulari epidermici resi disponibili dalla loro saliva. Questi sgraditi ospiti si attaccano in particolare alle parti del corpo dove la pelle si presenta sottile e iniettano, mannaggia, la loro saliva contenente un enzima che liquefa il tessuto e lo rende idoneo come nutrimento.

Il trattamento non può a questo punto che essere sintomatico con antistaminici o pomate cortisoniche. Precauzioni? Le stesse prescritte per evitare incontri sgradevoli con le zecche: scarponcini alla caviglia, maniche e pantaloni lunghi e una doccia bella calda appena tornati a casa. E niente pic nic sull’erba se non volete finire in pasto alle fameliche trombicule! (Ser)

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