Letture. La famosa invasione del pianeta azzurro

La fantasia galoppa mentre delusioni, illusioni e speranze si alternano nello scenario della pandemia. E mentre per tutti noi si riducono gli spazi di libertà costringendoci talvolta a rifugiarci in un mondo immaginario. Dalla sua factory di Varese, Maria Antonia Sironi (Tona per gli amici), rinomata geologa, alpinista, traduttrice e fondatrice della associazione EcoHimal Italia Onlus per portare aiuto alle popolazioni che vivono nelle aree himalayane, ma che soprattutto è scrittrice raffinata e pluripremiata, offre questa “fantasia di covid” agli amici di MountCity. Un ghiribizzo definisce Tona questo suo scritto in un sussulto di modestia. Qualcosa di più evidentemente…Quanto meno è il tentativo di dimostrare che, benché in questi giorni facciano notizia le sommosse dei cinefili contro l’apertura delle chiese e la proposta di murare vivi gli anziani, c’è ancora un barlume di speranza di uscirne migliori. Nel ringraziare l’amica Tona per il gentile pensiero lasciamo che siano i lettori a giudicare.

“Poi sulle montagne tornarono neve e ghiaccio”

Era pallida e bionda. L’aveva mandata lassù lui, il “padre padrone”, perché aveva protestato, perché voleva aiutarli, quei matti, laggiù, su quel pianeta azzurro così bello e così danneggiato. Lei aveva cercato di dare loro una mano, di aiutarli a districarsi in quel groviglio di cose che avevano provocato proteste e dibattiti, assolutamente inutili.

I problemi erano tanti, ma nella sua prospettiva lei aveva dato la precedenza alla faccenda dell’acqua.

Dovevano bere o no, quei matti? E invece sprecavano l’acqua, la sporcavano e la rendevano inservibile.

E’ vero che ce ne era tanta, la chiamavano “mare”, ma quella era salata e andava bene per tuffarsi o per navigare.

C’era anche l’acqua solida, bianca e quasi trasparente, che stava su, sulle alte montagne, anche quella però stava vertiginosamente calando, perché era sempre più caldo, e il ghiaccio si scioglieva…

Maria Antonia Sironi

Ecco, forse lì, avrebbe potuto fare qualcosa…

Guardò in alto, verso il blu cupo del cielo e si accorse che il “padre padrone” la stava guardando… e colse un cenno di assenso.

Avrebbe tentato…

Scelse un raggio di luce lunare, bianca e fredda, allargò le braccia e si distaccò.

Navigava nello spazio. 

A un certo punto avvertì un soffio improvviso che le arruffò i capelli. Era il vento, quello che muoveva l’aria e scuoteva gli alberi, quando era di buon umore…

Intorno a lei il mondo si fece azzurro, poi divenne verde, giallo, grigio, con tante punte bianche… 

Le montagne, la sua meta. 

Poteva cominciare. Guardò in alto, ma invece del cenno di assenso auspicato vide un cielo grigio di nubi da cui scendevano tanti ciuffetti bianchi. La neve. 

Cominciò ugualmente, e man mano avvertì che il suo corpo si immedesimava nella neve e diventava sempre più freddo. Come previsto. Poco dopo sentì di essersi trasformata in ghiaccio. A quel punto avrebbe dovuto lasciarsi andare, diventando acqua, poco per volta.

Con il suo manto di ghiaccio adesso ricopriva le rocce, si spaccava in crepacci, si ingrandiva quando le valanghe precipitavano dai pendii ripidi, trascinava i sassi formando le morene. Un gioco interessantissimo. Poi verso il basso, quando faceva caldo, il ghiaccio si scioglieva e l’acqua si raccoglieva in rivoli che scendevano fra i sassi, giù, giù, verso il lontano verde dei prati, degli alberi, fino alle capanne dei matti. Li conosceva bene quei matti, invano aveva cercato di difenderli, prima che il “padre padrone” la esiliasse lassù, sulla luna.

I suoi amici matti, lei lo sapeva benissimo, non erano cattivi, ma non capivano. Anche se qualche volta quelli che abitavano dalle sue parti la riverivano, appendevano tanti straccetti colorati, cantavano e si inchinavano con grande rispetto.

Poi un giorno ne vennero altri, diversi. Questi erano aggressivi, la calpestavano e sotto i piedi mettevano dei terribili uncini, ramponi li chiamavano, che facevano male, tanto male. Poi pretendevano di salire sulle cime, sporcavano la sua candida veste, abbandonavano i loro resti, persino le loro cacche puzzolenti. Era un vero disastro, che lei cercava di frenare scrollandosi e quando poteva facendoli precipitare in crepacci profondi.

Il disastro però aveva dimensioni ancora maggiori. Quei matti, quelli che vivevano nella pianura, stavano ammassati in case altissime, le chiamavano grattacieli, anche se il cielo non c’entrava per nulla. Si spostavano su strisce grigio-nerastre, con aggeggi colorati che correvano e puzzavano. Così l’aria diventava sempre più cattiva e calda, e lei… lei si scioglieva. Le rocce sulle montagne stavano diventando tutte grigie e asciutte.

Così, un bel giorno, disperata, guardò su per cercare aiuto presso il “padre padrone”, che però in quel momento era indaffarato…

Ma non era detto, lei pensò. Anzi le venne in mente che qualcuno un giorno aveva proclamato che “le vie del signore sono infinite”.

Così un bel giorno, o, secondo alcuni un brutto giorno, senza che nessuno se ne accorgesse e capisse da dove, saltò fuori quella pallina minuscola, con una meravigliosa corona di uncini… Nessuno la vedeva ma era molto aggressiva, quasi volesse vendicarsi. Ben presto si sdoppiò, poi furono quattro, poi otto, poi, poi… E tutte insieme aggredirono gli uomini.

Cosa ne fecero? Li fecero ammalare, alcuni li fecero morire, e quelli che rimasero dovettero cambiare modo di vivere. Smisero di accendere fuochi puzzolenti, di produrre e di mettere in giro sostanze nocive… E soprattutto cercarono di volersi un poco di bene.

Sulle montagne tornarono neve e ghiaccio, l’acqua divenne pulita.  

Lei guardò in alto, il “padre padrone” ammiccava. Avevano vinto la battaglia.

Maria Antonia Sironi

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