Montagne dipinte (1). L’Appennino e la rivoluzione dei Lorenzetti

Dalla pianura alle vette, dal Quattrocento a oggi, in compagnia dei maestri della pittura. Flavia Cellerino, storica e appassionata di montagna, continua il suo dialogo con gli amici di MountCity iniziato in luglio (http://www.mountcity.it/index.php/2020/07/21/artesulcammino-dalla-pianura-alle-vette-con-i-maestri-della-pittura-1/): uno spazio in cui viene illustrato come la grande bellezza della montagna si coniuga con la rappresentazione offerta nei secoli da pittori illustri o, in alcuni casi, ai più sconosciuti. In questa puntata è l’Appennino dipinto fra Trecento e Quattrocento a intercettare, come spiega l’esperta, gli occhi dei primi artisti “che consapevolmente scelgono di abbandonare il fulgore dei fondi oro per inoltrarsi su nuovi sentieri rappresentativi”.

Un nuovo modo di concepire la natura

Vorrei partire qui: da quando la città volge lo sguardo alla montagna, e lo fa in modo complice e consapevole, cosciente che dai monti arrivano risorse e benessere, e che quel mondo va tutelato. Affresco/manifesto politico “Il Buon e cattivo Governo” dipinto da Ambrogio e Pietro Lorenzetti, commissionato nel Palazzo Pubblico di Siena dalla oligarchia dominate e realizzato intorno agli anni 1338-39, riporta una bella descrizione visiva della dorsale appenninica.

Siena, attraverso i suoi statuti e gli organismi amministrativi è in grado di gestire le realtà produttive agricole e artigianali in maniera virtuosa, pertanto la montagna e i colli non sono più descritti come ambiente ostile e pericoloso, piuttosto come complemento indispensabile alla vita urbana.

Ciò che interessa, visivamente, è l’attenzione al dettaglio e al realismo che i Lorenzetti mettono in campo; un dettaglio che si concentra sulla capacità di rendere la sequenza delle valli, sino al perdersi della vista che incontra il profilo degli ultimi colli, la vetta di alcuni dei quali è segnata dalla presenza di fortificazioni.

Guidoriccio da Fogliano tra le erte di Sassoforte e Montemassi in un celebre affresco di Simone Martini (1284-1344). In apertura il dipinto di Ambrogio Lorenzetti Allegorie del Buono e Cattivo Governo e dei loro Effetti in Città e in Campagna(1338-1339)

Siena è città appenninica, costruita su colli (tanto da definirsi già nella pubblicistica medievale una seconda Roma) e scoscesa come il territorio che la circonda. E sono appenniniche molte tra le città che contribuiscono alla grandezza dell’Italia comunale, con la costruzione di un modello politico ed economico all’avanguardia.

Tra la fine del Duecento e il Trecento in Italia si avvia e condensa un processo culturale che condurrà a un nuovo modo di concepire la natura e che condurrà all’Umanesimo, del quale avremo ancora modo di parlare, in relazione ad altri artisti.

In questo contesto, quasi improvvisamente, ma certo in modo coerente, gli occhi di artisti e letterati si concentrano su quanto, fino a quel momento, sembrava un contorno privo di identità e dignità propria.

L’Appennino è quindi, finalmente, guardato e descritto nella sua realtà sostanziale e non solo come generica citazione. In generale le montagne iniziano a entrare nella psicologia collettiva: non è un caso che la salita al monte Ventoso di Petrarca si collochi nell’aprile del 1336 (e importa poco che Petrarca sia o meno realmente salito sulla vetta, conta piuttosto che abbia deciso di scriverne, comunque).

D’altronde Simone Martini, nello stesso Palazzo di Governo, nella sala del Mappamondo, aveva celebrato, qualche anno prima, Guidoriccio da Fogliano, nell’assedio di Montemassi, ponendolo in movimento tra le erte di Sassoforte e Montemassi.

La storia della pittura di montagna non può che partire – quindi – dall’Appennino, intrinsecamente legato alla geografia ambientale e paesaggistica italiana. E sarà l’Appennino a intercettare, tra Trecento e Quattrocento, gli occhi dei primi artisti che consapevolmente scelgono di abbandonare il fulgore dei fondi oro per inoltrarsi su nuovi sentieri rappresentativi.

La volontà di rendere il paesaggio non sarà però solo un’operazione visiva. Sarà, come appunto già nell’affresco di Siena, una volontà intellettuale, politica, culturale e testimoniale rivoluzionaria che porterà dagli Appennini alle Alpi.

Per questo motivo l’affresco di Siena è importante. Segna un punto di non ritorno e un cambiamento netto nella coscienza collettiva e individuale: la potenza di Siena è nel suo territorio, nelle strade che controlla, sulle giogaie dei monti e nei campi coltivati. Tutto ciò che si vede è Siena, anche ciò che sta fuori dalle mura: i campi coltivati, i boschi, i castelli, i colli.

I monti non sono limite, sono proiezione e riflesso della città.

Flavia Cellerino (1 – continua)

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