Dieci libri di montagna che piacevano a Scandellari

Medaglia d’oro del Cai, autore per la Commissione pubblicazioni di un fondamentale manuale in due volumi dedicato a 250 anni di storia e di cronache dell’alpinismo, il veneziano Armando Scandellari ci ha lasciati a 94 anni e fino all’ultimo è stato un luminoso esempio di memoria, curiosità e cultura, non solo alpina. Accademico del Gruppo scrittori di montagna, autore di numerose guide documentatissime, si è preso cura per oltre vent’anni della rivista “Le Alpi Venete”. Se ne è andato in silenzio l’8 novembre. Era ancora al computer quando ha accusato un’insufficienza respiratoria. Lavorava instancabile a ricerche, scritti, storie di montagna, biografie, recensioni. In questo articolo che risale ai primi anni di questo terzo millennio, l’illustre scomparso che fu scrittore, giornalista e alpinista di valore sceglie dieci fondamentali libri di montagna, selezionandoli in una sterminata bibiografia di 500 volumi posta in calce alla sua storia dell’alpinismo. Per chi gli fu amico, lo scomparso resta nella memoria come un modello di cortesia, eleganza, discrezione e disponibilità, impegnato a promuovere l’alpinismo in particolare presso i giovani. Nell’immagine d’apertura un particolare della copertina blu notte tempestata di stelline di “Parlano i monti” di Antonio Berti, tra i libri prediletti di Scandellari. Addio Armando, ci mancherai. (Ser)

Armando Scandellari (1926-2020)

Quella sua folle scorribanda in biblioteca

Un amico, lettore molto riflessivo più che divoratore di carta stampata, mi chiede di indicargli dieci titoli di libri essenziali fra quelli citati nella bibliografia della mia storia dell’alpinismo. Lì per lì, lo confesso, ho pencolato alquanto tra il sì e il no. In primis perché mica è detto che la mia bibliografia possa considerarsi affidabilmente critica. Di più, conoscendo la mia mania di buttarmi a capo fitto nelle vicende più ingarbugliate per finire poi col ficcare il naso chissà dove, posso in fede ammettere di non aver sgarrato, manco una volta? 

Ancora, altro problema: il mio elenco rasenta i 500 titoli, estrapolarne il bruscolo di dieci è come mettere le mani a mosca cieca in una vasca di anguille. E come cavarsela poi con gli autori a buon diritto “essenziali” e messi da canto? Ad un certo punto (e qui veramente intoppo) potrebbe sempre saltar fuori il solito tizio a dire: ma che bella faccia tosta, ma “ora” chi si pensa d’essere?

Tuttavia, a mo’ di consolazione, m’è venuto in mente che s’usa dire che chi paga dazio a quella “certa età”, una volta tanto una deroga può anche prendersela… 

E allora rispondo alla provocazione e ci provo. E per ultimo: mi son guardato bene dal prendere in considerazione la torrenziale produzione autobiografica dei “campioni” d’ogni specialità alpinistica, scremarne solo 10 avrebbe significato fare carachiri. Ho guardato piuttosto e con grande simpatia alla sanità delle loro idee e alla fedeltà ai valori tradizionali dell’alpinismo.

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Pertanto, prima battuta… Autore d’altissimo rango: Paul Guichonnet ”Storia e Civiltà delle Alpi – Destino storico e Destino umano” Edizione Jaca Book, Milano 1986. Due volumi, purtroppo non sempre presenti nelle biblioteche sezionali del Cai, ma decisamente fondamentali. Non mi sono mai lasciato sfuggire l’occasione per mettere in rilievo quanto di affascinante, di intrigante, di coinvolgente ci sia nei saperi alpinistici del passato e di oggi. Aggiungendo però che ad una visione così “deliziosamente estetica” dell’alpinismo si approda solo riconoscendo che se le sue problematiche ed aspirazioni non sono fantasticherie (e non lo sono), tuttavia non hanno una storia autonoma, ma trovano riscontro nelle radici più profonde della vita, della la cultura, dell’efflorescenza della società civile del momento. E, attualizzando, se vanno anche ad innestarsi nella parallela civilizzazione della montagna e nel suo svolgimento antropologico. Appunto per questo, di pari passo, la “scenografia” alpinistica non va guardata svincolata dal vitalismo globalizzante dei nostri giorni. 

Quindi a questo punto è chiaro che se non ci si abbevera ai magistrali e seducenti approfondimenti di Guichonnet, impareggiabile storico-geografo-filosofo ginevrino, non c’è modo di capire gran che di questo alpinismo che abbiamo la presunzione di conoscere e magari di interpretare.

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Dal puro pensiero di Guichonnet all’alpinismo in sé e per sé: Armando Biancardi “Il perché dell’alpinismo”Edizione Aviani, Udine 1994. Una antologia (editorialmente di grande formato) sulla letteratura europea, che recupera scritti, testimonianze, confessioni, teorizzazioni di 72 personaggi (purtroppo una sola alpinista). È un libro dall’Autore destinato ai giovani, che apre ariosi panorami sulle consonanze mentali e sentimentali (il cervello e il cuore) dei singoli personaggi, senza trascurarne gli aspetti filosofici, sociali, esistenzialisti che insaporiscono il pentolone (sempre in ebollizione) dell’alpinismo europeo. Al di là del composito amalgama dei contributi, le puntualizzazioni sull’avventura in montagna prospettano qui una stimolante rappresentazione del modo di vedere e sentire la realtà alpinistica all’interno delle varie scuole di pensiero nazionali. 

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Dalla fastosa antologia di Biancardi passiamo ora alla aurea essenzialità del florilegio di Antonio Berti “Parlano i monti”, pubblicato in prima edizione da Hoepli, poi riedito (ed ora di imminente ristampa anastatica con l’originale copertina blu notte tempestata di stelline). È il “Breviario”, il “Libro dei mille savi”, affettuosamente ricordato da Dino Buzzati, dove in 550 pagine di allora finissima carta India, sono stipate 419 testimonianze sull’universo della montagna. Con brani, versi, citazioni, massime, stralci di scritti tratti d’ogni dove: dalla Bibbia, da Dante, da Jacopone da Todi, da Senofonte a Cassin, Casara, Comici, Valgimigli… Ci sono tutti. Una sinfonia di voci registrate in quarant’anni da quell’Antonio Berti che, oltre ad essere lo storico delle “Dolomiti Orientali”, come a suo tempo sottolineò Buzzati, “era un poeta e non sapeva d’esserlo”. Il “Papà degli alpinisti veneti“ pubblicò il libro nell’immediato secondo dopoguerra dedicandolo al figlio Alessandro, morto in un lager della Gestapo nazista, proprio sul finire della guerra, il 18 aprile 1945. “Parlano i monti” è un libro nobile, raffinato, da centellinare con cura e da riprendere in mano, ripetutamente. Senza lunghi discorsi, dentro c’è tutta la potenzialità, la seduzione, l’impatto emotivo, l’ansia, il simbolismo, la trascendenza, la poesia, il mistero e l’anima della montagna in senso universale. 

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Julius Kugy “Nel divino sorriso del Monte Rosa” Lint Editoriale, Trieste 2008. È la prima traduzione in italiano dell’opera che Kugy nel 1940 dedicò alla seconda montagna delle Alpi. E già il titolo definisce il taglio di questo omaggio: che non è soltanto una collezione di scritti suoi e di altri alpinisti (Mònterin, Tyndall, Blodig, Mathews, Zsigmondy ed altri) ma è una raccolta (così modestamente la definisce l’A. stesso) dal contenuto profondo ed amorevole dedicata a questa inesprimibile realtà alpina (il Rosa) che si erge “nella gloria abbagliante degli aperti spazi celesti con la maestosità che non fa parte del mondo degli uomini.” Sono pagine sapienti, terse, minuziose, liriche anche nelle minuzie, nostalgiche e sempre eleganti, a volte modulate in una lingua colta, ma su una tessitura delicata. Da qui la possibilità da parte del lettore di “sondare” il libro a varie fasce di profondità a seconda delle proprie propensioni. Ultima considerazione: è un libro che paradossalmente latitava sul mercato editoriale nostrano, cui ha posto riparo la solerzia della Sezione XXX Ottobre di Trieste per solennizzare il suo 80° anno dalla costituzione. 

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E ora uno, anzi il secondo dei “Quaderni Montagna e Cultura”, edito dal Club Alpino nel 2002 e che ha avuto scarsa circolazione, nonostante porti la firma del più fiorente scrittore nostrano: Spiro Dalla Porta Xydias: “L’etica dell’alpinismo”. Probabilmente il titolo accademico ha sviato il lettore distratto, ma si tratta di un saggio prismatico e dal forte spirito speculativo, temprato di alta spiritualità e caricato dall’acuta esuberanza colloquiale di Spiro. Intere generazioni di alpinisti sono qui messe sotto la lente d’ingrandimento e depurate di scorie e incrostazioni. Sono solamente una settantina di pagine con dentro però la saggezza e la meditazione di un intellettuale che ha percorso quasi tutto il ’900 conservando (nel successivo terzo millennio) una inossidabile e gigantesca duttilità intellettuale.

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Passando ad altro propongo il volume del CAI Bollettino n. 105 – CAAI Annuario 2004, che si referenzia per la commemorazione del Centenario 1904-2004 dell’Accademico. Un progetto raffinato la cui qualifica primaria concerne una rilettura corale, profonda ed acuta dell’evoluzione alpinistica del ‘900, il suo innervarsi nel contesto dei vari decenni, nell’individuazione delle ricorrenti problematiche e dei suoi rapporti con le strategie tecnologiche via via instauratesi. Esemplari a questo riguardo gli scritti di Giovanni Rossi, Ugo Manera, Mario Bramanti, Edoardo Covi, Paolo Bizzarro, Manrico Dell’Agnola e Fabio Masciadri che raccontano il ludus della storia dell’Accademico con generosi stimoli espositivi. La stesura del volume prevede inoltre le consuete rubriche (attività extraeuropea, cronaca alpina, in memoria), in mezzo alle quali si inserisce il saggio di Andrea Bocchiola sulle varie figure della soggettività alpinistica. Si dirà che il tutto concerne un giro d’orizzonte riferito ad una ristretta élite di alpinisti, che (aggiungo) però rappresentano in forma sistematica una gamma di riferimenti attinenti al comune andare vitalmente in montagna. 

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E ora una ennesima raccolta di scritti, però di un unico autore che, a cavallo degli anni ’60/’70, per larga parte dei suoi coetanei è stato il “guru” di una nuova filosofia alpinistica: Gian Piero Motti “I falliti e altri scritti”, Vivalda Editori, Torino 2000 a cura di Enrico Camanni. Un libro, a campo lungo, che nel suo decorso acquista una forza rappresentativa incalzante. Recentemente si è parlato di un Motti di cui non si sono sufficientemente apprezzati gli arricchimenti, l’ideologia, i monologhi interiori, anche se sono passati 17 anni da quel giugno del 1983 in cui si dimise dalla vita suicidandosi. Tuttora i giudizi si alternano: che cosa sostanzialmente ha rappresentato nei suoi vent’anni di dedizione alla montagna a corrente alternata? E’ l’autore di una delle più accreditate storie dell’alpinismo e il filosofo prismatico del “Nuovo Mattino” oppure purtroppo l’interprete del suo celeberrimo articolo “I falliti”? Certamente era un innovatore e un creativo (quasi surreale). Un intellettuale acuto e un inquieto, quindi un idealista. Una figura anticonformista e articolata, ma per certi versi intricata ed enigmatica. Incanalata verso crisi esistenziali e nel contempo propensa alla meditazione orientale. Una raccolta di scritti dunque labirintica, d’obbligo, anche un memoriale di inattese situazioni psicologiche.

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Recentissimamente è stato registrato un buon riscontro di consensi nei confronti del libro di Carlo Caccia – Matteo Foglino “Uomini & Pareti 2”, Edizioni Versante Sud, Milano 2009. Sedici interviste ad alcuni dei protagonisti mediatici dell’alpinismo mondiale di questo millennio. Una sventagliata di sedici spaccati di vita, ognuna con un ritaglio diverso, apertamente spoglio, senza infingimenti, senza orpelli eroicizzanti. Colloqui che con spigliatezza guardano alla ricchezza di questo “verticale” contemporaneo, che, sì, ha demistificato la filastrocca della inutilità dell’arrampicata, ma che pur sempre rimane una esperienza strettamente privata ed emblematica. Dunque non clichés misurati nei diagrammi abituali, ma resoconti di vicende al di fuori dell’ordinario, ma anche da implicazioni moralistiche. Non giova qui fare elenco dei personaggi prescelti. Ci sono tutti quelli che conta conoscere. Ragion per cui c’è da far andare in sollucchero chiunque, perché sono pungoli e risposte aderenti alle attese del lettore medio, che si compiace un mondo se sta in bilico tra l’esplorazione psicanalitica e il fascino dell’incomparabile vissuto del “campione”.

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Ancora. Giuseppe Saglio – Cinzia Zola “In su e in sé – Alpinismo e psicologia”, Priuli & Verlucca Torino 2007. Due professionisti che traducono in chiave psicologica i grandi temi che hanno affascinato (e conturbato) l’alpinismo d’ogni tempo, operando su due fronti. Nella prima parte del volume indagano sui variegati versanti del pensiero alpinistico: la scoperta dello spazio incognito, la sindrome eroica, la spiritualità e la mitologia della vetta, il gioco e l’avventura, l’aspirazione alla superiorità e lo stile di vita. Nella seconda parte entrano nello specifico e si impegnano in serrati vis à vis con dieci personaggi: Giovanni Bassanini, Cristian Brenna, Pietro Dal Prà, Alessandro Gogna, Luisa Iovane, Cesare Maestri, Andrea Mellano, Nives Meroi, Enrico Rosso e Giovanni Turcotti. Sono pagine che catturano l’intervistato, esplicite, succose, didascaliche anche. Sopratutto in considerazione che, volere o no, nell’approccio al fenomeno alpinistico, chiunque si trova in qualche modo coinvolto.

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E per concludere, arrivato alla decima “fatica”, con cento acri rimorsi per le tante care amiche disseminate lungo il sentiero, un ultimo nome: Goretta Traverso “La via della montagna – Un cammino possibile” Priuli & Verlucca, Torino 2008. Qui la moglie di Renato Casarotto delinea fin dalle primissime righe, con grande immediatezza e decisione, la propria fisionomia esistenziale. Non è il revival di un lungo e assolutizzante vincolo matrimoniale e di una tragica lacerazione distruttiva. E non è nemmeno la certificazione d’un debito di fedeltà al proprio uomo. Il narrare di Goretta non adombra parafrasi, a volte affronta lucide puntualizzazioni, a volte non usa parole, ma scandaglia concetti. Rievoca trasparenze improvvise, però altrove quelle trasparenze le assopisce. In questo mostrarsi (anche se nel libro non c’è nemmeno un’immagine) e narrare denuncia a chiare lettere la donna che è, ricca di una forte emotività e di una sua pregnante pietas. In chiusura scrive: “Comprendere, accettare il mistero della vita e della morte non è così facile. Alla morte ci si deve avvicinare come ci si avvicina a una montagna, con riverenza…E con molta gratitudine verso la vita… a ciò che la vita porta come tempo di vita e come somma di esperienze vissute.” 

Immagini di profonda commovente saggezza con le quali è veramente bello chiudere questa folle scorribanda in biblioteca.

Armando Scandellari

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