DoloMitici. Cino degli spiriti, inventore dell’alpinismo invernale

Cino Boccazzi ci lasciò nel 2009 a 96 anni. Ma non ci lasciò a mani vuote. Del suo talento e della sua attività di “nomade delle rocce” rimangono libri appassionanti e documentatissimi. Tutti i volumi per lo più riguardano i suoi viaggi in Africa e Medio Oriente dove Cino era di casa. Nel corso della sua lunga vita fece ben ventidue traversate del deserto del Sahara, dodici viaggi all’interno dello Yemen e si occupò di scavi archeologici in Giordania e Siria. Fu alpinista accademico, pioniere con Bepi Mazzotti dell’alpinismo invernale nelle Dolomiti. Tracciò quaranta vie nuove su tutta la catena alpina. A lui si deve la nascita della scuola di alpinismo invernale nelle Dolomiti dedicata a Emilio Comici.

La sua figura di intellettuale, ricercatore e uomo d’avventure viene opportunamente rievocata nell’autunno del 2020 nel periodico Lo Zaino, organo degli Istruttori lombardi di alpinismo del Cai. Un modo per mantenerne vivo il ricordo, anche se questo compito venne egregiamente assunto nel 1998, undici anni prima della sua scomparsa, da Bepi Pellegrinon che con una certa fatica lo indusse a raccontarsi nel bel libro “Il nomade delle rocce” che figura nei listini di Nuovi Sentieri, la sua casa editrice.

“Cino ha sempre nutrito”, scrive Pellegrinon nella prefazione, “quel senso di misterioso, intimo attaccamento riservato di solito proprio al primo amore, per dirla con il più banale dei luoghi comuni. Forse è per questo, per una sorta di discreto pudore a rivelare un sentimento tanto profondo, che ha atteso e ci ha fatto attendere tanto prima di darci in punta di penna, come solo lui sa fare, questa ‘prima’ unica testimonianza del suo rapporto con la montagna”.


Dino Buzzati, Gabriele Franceschini e Cino Boccazzi nel 1950.

Non fu proprio l’unica testimonianza, in verità, quella raccolta da Pellegrinon. Nel 2004 Silvana Rovis, firma autorevole delle Alpi Venete purtroppo recentemente scomparsa, incontrò e intervistò Boccazzi nella sua Treviso, quando era ancora vivo e vitale, approfondendone la personalità come lei sapeva fare nel fascicolo datato 27 febbraio di quell’anno (anno LX, numero 1, primo semestre) della rivista allora diretta da Camillo Berti.

Impresa non facile fu per Silvana quella di raccontare Cino imponendosi un indispensabile lavoro di sintesi. Perché Boccazzi, come specificò la Rovis, fu alpinista, scrittore, viaggiatore, esploratore, pilota, paracadutista, soldato, partigiano. “Cino comincia a raccontarmi, a dirmi, e posso assicurare”, annotò la Rovis a proposito di quel suo incontro, “che non mi basterebbero le pagine di LAV. La sua voce dai toni bassi, roca, è una voce che cattura, che affascina, che ha la capacità di coinvolgere l’interlocutore nelle sue scorribande, nel deserto e nella ricerca di città perdute. Mi era già capitato d’incontrarlo, allorquando molti anni fa ero andata a sentirlo a Vicenza di ritorno da uno dei suoi viaggi. Ricordo di esserne rimasta ammaliata e contagiata, con il desiderio di ripercorrere quelle piste, dov’erano passati Lawrence d’Arabia e Padre de Foucault”.

Una foto a cui Boccazzi teneva molto riguarda la prima scalata invernale senza guida compiuta il 6 gennaio 1927 con Bepi Mazzotti, uomo al pari di lui piuttosto fuori dalla norma, al quale è dedicato il prestigioso premio “Gambrinus Giuseppe Mazzotti”. Cino l’aveva ritrovata questa foto fra antichi ritagli di giornale che, spiegò, lo avevano riempito di nostalgia. “Altri tempi lontani”, osservò. “Alpinismo antico, amici che non ci sono più, e avevano vent’anni”.


La prima scalata invernale senza guida al Cimon della Pala negli anni 30 compiuta da Cino Boccazzi con Giuseppe Mazzotti.

“Della salita invernale al Cimon della Pala”, si legge in una lettera che Cino mandò al redattore del notiziario mensile del Cai, “è rimasta questa foto che ne riassume le difficoltà: venti metri di corda tesi dal vento e io aggrappato a un macigno sulla cresta”. Il merito di quella salita fu di avere iniziato l’alpinismo invernale senza guida nelle Dolomiti. Seguirono le prime invernali del Sass Songher, del Murfreid, delle Torri del Sella, della Grohmann. E poi venne la costituzione della prima scuola di alpinismo dolomitico invernale.

“L’avevamo preparata questa scuola con Emilio Comici che avevo conosciuto al Cai Padova della cui sezione ero socio. Eravamo diventati molto amici. Come persona, Emilio era straordinario. Si è detto di lui una cosa bellissima, che arrampicava come se avesse le ali di un angelo. Bravo, buono, intelligente”, raccontò Boccazzi. “La Scuola la realizzammo a Plan de Gralba dopo la sua tragica caduta nella Valle Lunga e in suo onore. Io stesso la diressi. La scuola aveva come istruttori Casara, Reginato (medaglia d’oro in Russia) e Marsili. L’attività era seguita attentamente dal Ministero della Guerra che progettò di farci fare le salite in gennaio e sempre quando faceva cattivo tempo (erano i mesi di gennaio e febbraio 1941). Fummo di parola. Furono fatte decine di salite nelle peggiori condizioni e fu un allenamento straordinario”.

Peccato che l’allenamento di quei ragazzi fosse destinato alla discesa in campo dell’esercito fascista mandato al macello accanto alle milizie di Hitler. “Molti degli allievi”, precisò Cino, “finirono poi in Russia e tutti fecero splendidamente il loro dovere di soldati. Onore alla memoria. Per questa Scuola siamo stati chiamati a Roma e abbiamo avuto l’elogio del Duce, con la consegna, appunto, di fare tutta l’istruzione nelle peggiori condizioni meteorologiche. Ma poi scoprimmo che tutto questo era in previsione di un’azione di sabotaggio che avremmo dovuto compiere in Crimea, per far saltare i depositi di benzina. Per fortuna nostra, la cosa non si fece”.

Sui giornali locali si lesse in quel 1927 che i giovani Boccazzi e Mazzotti, entrambi del Cai Treviso, impiegarono per scalare il Cimone, salito precedentemente in inverno una sola volta nel 1929 dalle guide Zagonel e Angera, oltre venti ore in condizioni meteorologiche difficilissime, nella tormenta e con un freddo intenso, tanto da essere costretti ad affrontare il ritorno al rifugio Rosetta con un metro di neve fresca e al buio perché l’umidità aveva fatto esaurire le pile.

“Quello invernale era un alpinismo difficile, specie in quegli anni”, raccontò Boccazzi alla Rovis. “Questa mia passione nasceva dal fatto di essere valdostano e perché quella di mia madre (che era una Bich) era una famiglia di grandi guide che hanno girato il mondo, partecipando a tutte le spedizioni del Duca degli Abruzzi. La nostra base in quegli anni era il rifugio ‘Olivo Sala’ al Popèra, dove oltre al gruppetto di Treviso c’era anche il fiumano Arturo Dalmartello, un grande amico. Umberto Calosci, ufficiale degli Alpini nel gruppo del Popèra, è sempre stato in cordata con me. Insieme abbiamo salito una guglia, IV – V, che abbiamo dedicato a D’Annunzio. E ancora, la parete Sud della Gobba Grande, 300 m di V e passaggi di VI: tutte vie nuove. Era l’estate 1937. Con Reginato e Pietrobon abbiamo poi compiuto – tra il 31 dicembre 1938 e il 1° gennaio 1929 – la prima ascensione invernale della parete SO della Pala di Popèra, 2582 m. La Tribuna di Treviso scrisse: ‘L’ascensione durata 10 ore, è stata fatta da tre studenti trevigiani con scarponi chiodati, con 35-40 gradi sotto zero. Uno degli alpinisti ha avuto un inizio di congelamento a una mano. La parete era vetrata e ghiacciata’”.


L’incontro con Walter Bonatti nel 1996 alla cerimonia della consegna del premio Gambrinus Giuseppe Mazzotti (ph. Serafin/MountCity)

Non esitò Boccazzi a condividere le sorti dei partigiani comandando con il nome di battaglia di tenente Piave un battaglione della Osoppo. Come volontario accettò di far parte di una missione per la Special Force inglese e venne paracadutato sul Monte Ioanaz. “Era notte, c’era vento, buio assoluto”, racconta, “e ho fatto una caduta da 3 mila metri. Ho sbattuto e sono svenuto con un dolore tremendo, e per un momento ho pensato: ‘Ieri sera ero a Bari al Grand Hotel, pieno di soldi, di whisky, in buona compagnia, guarda come sono ridotto!’. Subito è arrivato Guido Pasolini ‘Ermes’, fratello di Pier Paolo, con altri partigiani e mi hanno portato a malga Porzus”.

Dopo varie peripezie venne catturato dal Battaglione Valanga della X Mas e portato a Chievolis, non lontano da Tramonti di Sotto. “Mi volevano fucilare. A un certo punto ho sentito che avevo in tasca ancora un pacchetto di sigarette. Ne ho tirato fuori una e l’ho messa in bocca. ‘Ma lei sa che cosa stiamo per fare?’ mi chiese uno di loro. ‘Si, mi state per fucilare’. ‘E fuma?’. ‘Cosa vuole che faccia…’. Qualcuno cominciò a dire che non si poteva fucilare un ufficiale in divisa, per di più catturato in combattimento. Si sono confusi e hanno sospeso la fucilazione. L’ho scampata bella”.

Cino Boccazzi è nato ad Aosta nel febbraio 1916. A Treviso si laureò in medicina e chirurgia. Ma i suoi interessi, oltre al campo professionale, spaziarono come si è visto dall’alpinismo all’archeologia e fu anche uno scrittore di successo, finalista al Premio Selezione Campiello nel 1999. Sua madre Emma, donna colta e intelligente, oltre a frequentare i salotti aostani, dialogava volentieri con le anime dei morti, cosa che continuerà a fare anche a Fontane, in quel di Treviso, dove la famiglia si era trasferita quando il padre Isotto venne nominato ispettore scolastico: esperienza che influenzerà la vita di Cino che a sua volta si appassionerà ai fenomeni paranormali. Delle sue due figlie, una ne ha seguito la strada, spostandosi in Africa e scrivendo. Il titolo di un suo libro è “Sognavo l’Africa”, lei si chiama Kuli Gallman.


Cino con il suo diabolico gatto Pecchio.

Viaggiatore curioso e appassionato, Cino raccolse in 26 libri le esperienze, le scoperte e le cose viste in una lunga navigazione fra i deserti durata oltre trent’anni. Tra questi “Il cimitero dei dinosauri” scritto con Virgilio Boccardi, affascinante documentazione del più grande cimitero fossile del mondo; “Il fiume scomparso”, racconto storico-archeologico lungo le tracce del fiume sommerso che attraversava il Sahara duemila anni fa; “Città perdute nel deserto”, viaggio tra i ruderi di una colossale necropoli; “Pagine di pietra”, incursioni fra i graffiti sahariani vecchi di millenni; “Sabbie d’Africa”, romanzo in parte autobiografico ambientato al tempo della guerra di liberazione algerina.

“L’uomo di Tamanrasset”, “Lawrence d’Arabia” e “Il condottiero dei Tuareg” sono tre libri che invece ripercorrono le gesta di altrettanti uomini del deserto. Tra gli imperdibili di tutti i tempi rimane “La lunga pista” che l’editore Capobianco pubblicò nel 1993 e Boccazzi dedicò alla memoria di Freya Stark, indimenticabile frequentatrice delle piste d’Arabia e sua grande amica.

Nelle pagine de “La lunga pista” si rispecchia lo stile di vita di questo “nomade delle rocce” elegante, colto, innamorato della vita. Come quando a pagina 34 racconta si una visita a sorpresa ricevuta nella sua casa di Treviso. Un appartamento che la Rovis descrive “pieno di presenze” evocate ineluttabilmente dai tanti libri e oggetti che convivevano tra quelle mura avendo ancora dentro gli spiriti millenari delle loro terre di origine. Ma erano anche presenze vive, vivissime, quelle che si palesavano nella sua casa: un cane, Kiki, e quattro gatti che sul divano, come ricorda la Rovis, si muovevano sinuosamente e morbidamente.

Una mattina suona dunque il campanello di casa Boccazzi e a presentarsi è l’amico tuareg Boudhala Quider. “E’ salito con circospezione in ascensore”, racconta Cino, “e mi si è presentato con il volto velato dal litham, come se avesse appena lasciato il suo bivacco. Veniva diretto da Tamanrasset via Roma e Venezia e di là in treno fino alla stazione di Treviso, dove aveva temuto di perdersi, lui abituato all’immensità del Sahara…

“La notte mentre dormiva da me, il nostro gatto persiano Pecchio che non aveva mai visto un uomo vestito così e per di più velato, era andato a spiarlo e nel cuore della notte gli era balzato sul petto fissandolo con i suoi grandi occhi da civetta. E il mio amico Quider, che pure aveva visto bestie, uomini, dei, streghe, spiriti, rocce parlanti e sentito le voci delle comete, fu terrorizzato da quella apparizione notturna. Tornato nel Sahara, alla sera, al fuoco del bivacco, raccontava la storia del ‘chat de Cino’ che a ogni racconto diventava sempre più grande, come un asino, un cavallo, un cammello, poi la mano non arrivava più a indicare l’altezza…”.

“Affascinante affabulatore, Cino era anche rigoroso ricercatore scientifico. Era inimitabile nell’invenzione arguta, nella battuta bruciante”. Così lo ricorda Renzo Secco che fu a lungo presidente del Cai Treviso. “La sua fu una vita avventurosa”, concluse Silvana Rovis, “una vita vissuta, possiamo dirlo, goliardicamente, rincorrendo sempre e solo i suoi magnifici sogni che lui è riuscito a materializzare. Ma che, mi disse, non gli hanno mai fatto guadagnare un soldo”. Una raccomandazione: se in una biblioteca del Cai o altrove vi capita di trovare il libro “Il nomade delle rocce” (Nuovi Sentieri, 1998) chiedetelo in prestito senza esitare. E’ davvero imperdibile. (Ser)

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