Località sciistiche da riconvertire, occorre pensarci subito

“Partire ora per essere pronti tra dieci anni, quando sotto i 1500 metri la neve non ci sarà. Ma serve una politica forte, che non c’è”. Sulla riconversione delle località sciistiche ormai “decotte”, argomento del giorno, interviene Carlo Guardini, ex direttore dell’Apt di Trento e grande esperto di turismo oltre che sciatore abile e appassionato. L’intervista, a cura di Luca Petermeier, è apparsa il 28 novembre 2020 sul quotidiano “Trentino” con il titolo “Sci, le località decotte vanno riconvertite”.

L’intervista a Carlo Guardini

Sul quotidiano “Trentino”, da giorni, si cerca di capire se il Trentino è pronto e strutturato con offerte turistiche complementari rispetto allo sci o se – su questo fronte – c’è ancora molto lavoro da fare. Ma soprattutto si cerca di capire se il modello “sci-centrico” che abbiamo negli anni imposto in quasi tutte le stazioni turistiche sia ancora oggi vincente o se non sia invece il caso – anche partendo dalla lezione del Covid – di spingere in modo più convinto verso una diversificazione dell’offerta a seconda delle aree. Lei, Guardini, che cosa ne pensa?

“Già da molti anni, in epoche non sospette, avevo sostenuto che sarebbe opportuno da parte della politica provinciale individuare una serie di strategie riguardo all’universo delle stazioni turistiche trentine”.

Strategie differenziate?


“Già. È noto da anni, e ormai sotto gli occhi di tutti, che abbiamo stazioni sciistiche che stanno in piedi da sole e si sostengono economicamente e altre no. Le prime hanno competenze e know how, ma soprattutto hanno infrastrutture, una storia, un brand forte da vendere, un ambiente circostante, un’altitudine che le agevola”.

“E’ inutile fare gli ipocriti: nei prossimi 20 anni, sotto i 1500 metri non nevicherà più”. Qui e nella foto di apertura ciaspolate nel Trentino.


E poi ci sono quelle che non si sostengono…


“È inutile fare gli ipocriti. Tutti gli scienziati convergono sul fatto che nei prossimi 20 anni, sotto i 1500 metri non nevicherà più e non ci saranno nemmeno le temperature per produrre neve programmata”.

Quindi si chiudono stazioni?


“Occorre essere selettivi. Individuare una griglia di stazioni che potranno continuare a vivere puntando forte sullo sci e altri territori che dovranno invece riconvertirsi ad un’offerta turistica differente. Ma questo va fatto in modo graduale, sono processi lunghi. Bisognerebbe iniziare subito. Siamo già in spaventoso ritardo”.

Quali sono le stazioni sciistiche a rischio?


“Guardi, è facile da dire. Secondo gli esperti entro i prossimi dieci anni la quota neve si alzerà di circa 150 metri. E, oltre alla neve naturale, come dicevo verranno gradualmente meno anche le condizioni per usare i cannoni. Vuol dire che tutte le stazioni del Basso Trentino sono a rischio”.

A lei pare che, in questi anni, si sia affrontato in modo organico questo tema?

“Assolutamente no. La politica si ostina a fare convegni e non si muove nemmeno quando, durante quei convegni, i grandi esperti confermano le tesi sul riscaldamento globale. Oggi, anziché sostenere economicamente i territori per gli impianti di innevamento programmato bisognerebbe mettere mano al portafoglio per sostenere processi di riconversione nei territori che non hanno un futuro con lo sci”.

Provi lei, però, ad andare in quei territori e dire che bisogna smantellare gli impianti. Gli operatori economici, temo, la accoglierebbero coi forconi…

“Probabile. Ma questi processi si avviano solo se c’è una politica forte che li governa. È la politica che deve guidare queste rivoluzioni. Oggi, invece, la politica non è fatta da leader coraggiosi e lungimiranti, che immaginano un futuro diverso e sono in grado di convincere e coinvolgere anche gli operatori, ma da mediocri che si limitano a promettere risorse a pioggia in cambio di un consenso da spendere nell’immediato”.

Però è solo lo sci, al momento, che sa riempire i posti letto e che tiene in piedi gran parte delle filiere, questo è innegabile.

“Bisogna ragionare in termini sostenibilità. Non più tardi di quattro-cinque anni fa, la Provincia ha ripianato i debiti di tutte le società impiantistiche, comprese quelle decotte. Queste sono operazioni suicide. Non è sbagliato in sé sostenere economicamente le società, ma vanno aiutate quelle che hanno reali spazi di sviluppo e crescita. Del resto, questo è un principio che vale già per tutte le imprese”.

Però gli impianti a fune, magari in perdita, sono comunque quelli che reggono l’economia di un’intera valle…

“Non è sempre vero perché spesso società impiantistiche decotte corrispondono a località turistiche anch’esse decotte, di serie B. Ripeto: bisogna essere selettivi oggi per prepararsi al domani, ma questa politica non potrà mai esserlo perché è debole e accontenta tutti. I processi di forte cambiamento vanno iniziati per tempo, in modo graduale, devono essere condivisi, accompagnati”. 

Questa strana stagione invernale che non partirà a causa del Covid potrebbe essere l’occasione per affrontare finalmente in modo strutturale questi temi oppure, secondo lei, finiremo per tappare il buco, salvo poi ripartire come prima?

“Temo che finiremo per tappare il buco. Ci si illude che tutto torni come prima e invece bisogna fermarsi, studiare, analizzare, prefigurarsi scenari. Bisogna capire, soprattutto, che il turismo trentino deve lavorare sulla domanda, non sull’offerta. Da decenni, invece, noi continuiamo ad agire esclusivamente sull’offerta trascurando che la domanda globalizzata ormai identifica il Trentino in due poli, due brand: lago di Garda e Dolomiti. Tutto il resto è accessorio. Complementare, ma comunque accessorio. E noi invece continuiamo con 15 Apt…”.

Luca Petermeier

Trentino, 28 novembre 2020

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