“Dislivelli”, lo sci e il grido di dolore stonato

Il nuovo numero (n. 107, novembre 2020) di Dislivelli.eu, la rivista in pdf su ricerca e comunicazione in montagna dell’Associazione Dislivelli, è dedicato al dibattito pubblico che ha investito le stazioni sciistiche delle nostre montagne in concomitanza con l’emergenza sanitaria che impone misure fortemente restrittive, compreso il rinvio a tempo debito della riapertura degli impianti, fatta salva qualche scappatoia per le  festività natalizie che il governo sta studiando mentre scriviamo queste note. Una serie di esperti impegnati nel campo della comunicazione, da Franco Michieli a Giorgio Daidola, da Paolo Cognetti a Luca Mercalli, spiegano nella rivista diretta da Maurizio Dematteis (è possibile scaricarla gratuitamente al link sopra indicato) che il futuro della montagna non può essere legato solo all’indotto dello sci. Anche se questo, per alcune realtà, è ancora un settore determinante. Sull’argomento interviene Enrico Camanni nell’editoriale di Dislivelli intitolato “Non facciamo finta”, testo che circola nei social e che qui MountCity è lieto di riproporre. Con estrema chiarezza, lo scrittore torinese vi mette a fuoco le non poche incongruenze di un sistema che il riscaldamento climatico e la crisi economica hanno già totalmente incrinato. E’ giustificato, in vista di queste anomale festività, il grido di dolore delle lobby dello sci e del turismo di massa per la forzata chiusura degli impianti? Non solo stonato, ma decisamente fuori misura, spiega Camanni. Buona lettura. (Ser)

L’editoriale di Camanni

Negli ultimi giorni di novembre, qua e là sulle Alpi, s’è celebrata la solita inquietante liturgia: cannoni che sparano neve finta sui versanti secchi, temperature altissime per via dell’inversione termica e bulldozer che sbancano e pareggiano i pendii, perché lo sci di oggi non tollera gobbe e inciampi. Tutto ciò che inciampa va spianato e distrutto.

Sono molti anni che Dislivelli, senza acredine e senza pregiudizio, mette in dubbio le scelte unilaterali dell’industria dello sci di massa, sostenuta da ingenti finanziamenti pubblici (cioè dai soldi di quei pochi cittadini che sciano e di quei tanti che non sciano affatto), che come tutte le industrie dai piedi pesanti non è in grado di adattarsi ai cambiamenti (climatici, economici, estetici), ma cerca con insistenza, talvolta con violenza, di adattare il mondo alle sue esigenze di sviluppo illimitato. Sono anni che esprimiamo pacatamente i nostri dubbi, però questo non è un anno come gli altri, perché mentre i cannoni sparavano neve finta per le improbabili vacanze dei privilegiati dello sci, gli ospedali erano costretti a rifiutare le cure ai malati “ordinari”, le scuole erano chiuse dalla prima media in su, il mondo della cultura e dello spettacolo era paralizzato dalla pandemia e buona parte della popolazione italiana si trovava senza lavoro, senza risarcimento e senza futuro. Non pochi, schiacciati dai debiti.

Enrico Camanni

In questa situazione, il grido di dolore delle lobby dello sci e del turismo di massa appare stonato e decisamente fuori misura, non tanto perché difende uno dei tanti comparti produttivi del paese (che, come tale, sarà probabilmente ristorato), quanto perché non immagina neanche lontanamente di sfruttare l’opportunità della crisi per ripensare l’offerta turistica invernale, che comprende molte possibilità trascurate come lo scialpinismo, il fondo, le ciaspole, i sentieri innevati e non. Quanta gente cammina d’inverno sui versanti assolati!

Non ha più senso l’equiparazione “sci di pista-montagna”, perché è un concetto ampiamente superato dalla realtà, frutto di un pensiero dominante che, in cambio di denaro, ha reso la montagna un banale oggetto di consumo. E quando la vetrina è vuota, sembra che intorno non ci sia più niente.

Invece c’è moltissimo: la neve, e parliamo di quella vera, il silenzio, l’ambiente naturale, il distanziamento naturale e intelligente, non quello forzato dalla pandemia. Come scrive Michele Serra su “Repubblica”, “il messaggio che arriva in queste ore sulla “distruzione dell’economia alpina” se le piste di sci rimangono chiuse è un messaggio autolesionista. Cattiva pubblicità. Riduce la montagna a una monocultura invadente e fragile: quella degli impianti di risalita”.

Tornando alla pandemia, le crisi mondiali come l’infezione da covid non sono dardi mandati da un dio crudele a punire la terra e le persone, sono piuttosto i detonatori di ciò che già prima non funzionava, o stava deragliando, e con la crisi scoppia, si frantuma. Utilizzando la metafora del re nudo, la crisi è quel colpo di vento che gli strappa l’ultimo abito di dosso.

In questo senso il dibattito di questi giorni sulla riapertura degli impianti dello sci sembra più che mai logoro e senza prospettiva, perché presuppone il fatto che dopo la tempesta non si veda l’ora di tornare come prima, senza un ripensamento ecologico, economico e anche etico, aggiungerei. Invece potrebbe essere l’occasione epocale, è il caso di dirlo, per ripensare un sistema che il riscaldamento climatico e la crisi economica avevano già totalmente incrinato, anche se facevamo finta di niente…

Enrico Camanni

Dislivelli, (n. 107, novembre 2020)

dislivelli.eu

Ha ancora senso l’equiparazione “sci di pista-montagna”? In apertura un’immagine tratta dalla copertina di “Dislivelli”, ovvero il Natale sugli sci che tutti vorremmo ma che quest’anno non ci possiamo permettere.

One thought on ““Dislivelli”, lo sci e il grido di dolore stonato

  • 01/12/2020 at 18:54
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    Sono d’accordissimo.
    Possibile che si continui a parlare tanto e su tutti i media se aprire gli impianti sciistici nell’interesse di pochi e a scapito della maggior parte dei cittadini italiani?
    Ignorando sistematicamente, su tutti i media, i faraonici progetti di nuovi impianti ad alta quota, osteggiati solo dagli odiati ambientalisti e in rarissimi casi dagli abitanti dei territori coinvolti.

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