Giornata della Montagna, i temi in evidenza

Venerdì 11 dicembre ricorre la Giornata internazionale della montagna istituita dalle Nazioni Unite in occasione dell’Anno mondiale delle montagne nel 2002 e riproposta annualmente con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza dell’importanza di questi territori per la salute del pianeta e per il benessere delle persone e di mettere in evidenza la varietà e la ricchezza delle culture di montagna.

Per ragionare su questi temi, sui valori della montagna e su quale ruolo le zone di montagna possono avere in questo periodo di emergenza sanitaria e nel futuro, il valdostano Luciano Caveri, Assessore regionale all’istruzione, università, politiche giovanili, affari europei e partecipate, invita a seguire il meeting in diretta streaming venerdì 11 dicembre 2020 alle 11.30 (vedere la locandina) organizzato con il supporto del Centro Europe Direct Vallée d’Aoste. Gli ospiti collegati sono Mariano Allocco, Piero Ballauri, Eloise Barbieri, Nicolas Evrard, Alberto Faustini, Don Paolo Papone e Cristina Parisotto.

Da notare che proprio in questi giorni la Vallée è turbata dalla rivelazione del quotidiano La Stampa sulla telecamera oscurata a Cervinia “per nascondere gli assembramenti” (così si legge in un titolo del giornale). Un caso non del tutto chiarito nonostante un comunicato della società che gestisce gli impianti. Chiarezza verrà fatta nella Giornata della Montagna?

Nel pomeriggio, dalle 18 alle 21.30 sulla pagina Facebook e sul canale Youtube del Cai, si parla invece del Camminaitalia con il Vicepresidente Antonio Montani, il regista Luca Bergamaschi, l’editore Francesco Cappellari e l’autore Franco Faggiani.

Sempre in occasione della Giornata Internazionale della Montagna, l’associazione Mountain Wilderness ha infine deciso di cogliere al volo l’occasione del festival “Leggere le montagne”, ideato dalla Convenzione delle Alpi, per avvicinare amanti della lettura e della montagna. Sulla montagna che accoglie ecco qui sotto il contributo originale di Beppe Guzzeloni, istruttore del Cai, attivo promotore del sociale nelle attività in quota. 

L’importanza di una pietra

Era un grosso e vecchio masso, squadrato e levigato nel tempo e dal tempo, lo chiamano erratico, che faceva da guardia ad un vecchissimo sentiero di montagna che portava ad un alpeggio, al limite boschivo, su cui era incastonata una vecchia e larga pietra.

Mi dicono, i valligiani, che questo sentiero era, fin dalla remota antichità, il luogo di passaggio di una folla di invasori, di viaggiatori, di pellegrini, di pastori e di contrabbandieri, di escursionisti e alpinisti e che centinaia e centinaia di persone prima di me l’avevano calpestata quella pietra senza riuscire a consumarla.

La guardo, scavata come un quarto di luna, levigata come un ciottolo, e contemplando quella pietra dura, che dura, testimone impassibile, sono preso da vertigine davanti alla mia fragilità.

Chi sono io che passo così in fretta di fronte a lei che rimane? Ha sostenuto il peso di una moltitudine di persone da tempi lontanissimi, e io non sono che un passo, fra milioni di altri passi, passi che sono svaniti, mentre lei veglia, immobile, amata dalle montagne che la guardano dall’alto e che hanno attraversato stagioni e tutti i fenomeni naturali che le hanno scalfite, ferite, cambiate, pur restando fedeli alla propria bellezza.

Quali tracce hanno lasciato tutti quei viaggiatori del tempo, folla infinita di donne e uomini vissuti prima che io nascessi? Quali storie di vita, quali esistenze, quali desideri hanno appoggiato il loro destino su quella pietra? A milioni uniti, sono riusciti a fatica a piegare il dorso di quella pietra indurita da millenni geologici.

Dove sono dunque adesso, quelle storie transitanti, quando oltrepassato quell’alpeggio, o ancora oltre, più in alto, sono cadute ad una ad una fuori dal tempo, al termine del camino della loro vita? Dove sono quelle innumerevoli esistenze di scomparsi? Non li vedo più, non li sento più, non so nulla di loro…mentre vedo quella pietra dura, che dura, per ricordarmi della mia vulnerabilità.

Chi sono dunque io che sono così piccolo, e mi vorrei così grande? Io che conto i miei giorni, i miei anni, e non sono che un istante! A che serve a vivere, se la mia vita non è che un secondo in milioni di anni? A che serve lottare, se i miei sforzi e la mia sofferenza non sono che sospiri impercettibili nell’immenso clamore dell’infinita umanità? 

Qual è il peso della mia vita, di ogni mio passo, di ogni mio gesto, di ogni mia parola, di ogni mia lacrima o sorriso, di ogni mio bacio, di ogni mia scalata? A che serve contemplare un tramonto o un’alba cavalcando una cresta di neve, o con stupore restare colpiti dallo sguardo di un capriolo attraversando un bosco, al punto di sognare per tutto ciò la dimensione dell’eternità?

Ma soprattutto, come accettare la mia fragilità al cospetto della grandiosità delle montagne? Quelle montagne che da millenni ci danno da vivere, che accarezzano le nostre tristezze o che si entusiasmano del nostro essere felici; quelle montagne che, pur cambiando a causa di fenomeni naturali e, soprattutto, per l’insipienza umana, hanno saputo mantenere la loro capacità di accoglienza e ospitalità a patto che le si rispetti.

Le montagne ci amano e la nostra vita per loro è preziosa. Ognuno di noi la riceve, ognuno di noi deve donarla. Le montagne ci donano la loro vita, noi dobbiamo esprimere con tutto il cuore la nostra gratitudine. Come quella pietra dura che non si è mai lamentata, né rivoltata, né infastidita per il nostro millenario passaggio, inconsapevoli della sua importanza e di fondamentale supporto al nostro cammino.

Beppe Guzzeloni

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