Conquistò l’Everest e cambiò sesso. L’addio a Jan Morris

Luciano Santin, giornalista triestino, scrittore e storico dell’alpinismo che per sua fortuna MountCity può annoverare fra le firme più apprezzate, offre questa volta ai lettori la storia di/della Morris, reporter 007 d’eccezione, oltre che, poi, pioniere/a dei diritti LGBT (sigla usata per indicare collettivamente la comunità Lesbica, Gay, Bisessuale e Transgender). Scomparsa meno di un mese fa il/la Morris “fu una persona che, obliquamente, mi era cara per il suo straordinario libro su Trieste”, spiega Santin che ha allegato al suo scritto la foto di gruppo qui pubblicata in cui si distinguono Hillary, Norgay e, sulla destra, Morris. Gli alpinisti sono accolti trionfalmente in Gran Bretagna dopo avere conquistato l’Everest nel 1953. Nella foto in apertura Jan Morris appare nell’età matura, da tempo diventata madre di cinque figli mentre ai tempi dell’esperienza in Himalaya era considerata di sesso maschile. Nella foto in basso James Morris, non ancora Jan, è in abiti maschili prima di sottoporsi a un decisivo intervento per il cambio di sesso.

I protagonisti della spedizione inglese che nel 1953 conquistò l’Everest. Si distinguono Hillary, Hunt, Norgay e, sulla destra, Morris. 

Lottò per i diritti dei transgender

Nel clamore sulle tante figure di spicco che l’annus horribilis ci ha portato via, è passata inosservata la scomparsa della novantaquatrenne Jan Morris, ultima superstite della vittoriosa spedizione all’Everest. Preliminarmente occorrono due precisazioni: all’epoca Jan si chiamava James, ed era di sesso maschile. Inoltre, per essere precisi, un testimone non britannico vive ancora: Kancha Sherpa, chiuso in un monastero. presso Namche Bazar.

E’ il 1953, un eone fa. La CECA avvia il lento processo di avvicinamento tra i Paesi dell’Europa Occidentale che porterà all’UE. A Est muore Stalin e gli subentra Kruscev. In America trionfa il maccartismo, i Rosenberg vanno alla sedia elettrica e Chaplin, accusato di filocomunismo, lascia il paese. Elvis Presley incide il suo primo single.

L’armistizio di Panmunjeom pone fine alla guerra di Corea. A Cuba Fidel Castro assalta la Caserma Moncada, dando il via alla rivoluzione dei barbudos.

James Watson e Francis Crick pubblicano su Nature la loro ricerca sulla doppia elica del DNA. In Italia divampano le polemiche per la “legge truffa” (non funzionerà: Pella succederà a De Gasperi) e i bambini vengono protetti dalle scandalose indiscrezioni  sul “caso Montesi”. Crolla la cuspide della torinese Mole Antonelliana mentre si inaugura lo stadio Olimpico di Roma, in vista dei futuri giochi. A Trieste ci sono violenti scontri irredentisti, con morti, perché il Territorio libero amministrato dagli alleati venga assegnato all’Italia.

E da Trieste parte un giovane militare nelle forze di occupazione, che diventerà, col tempo, una scrittrice di successo. Tra i suoi libri ci saranno Trieste and the meaning of nowhere, e Coronation Everest.

James Morrison viene aggregato alla spedizione Hunt all’Everest, come inviato del Times. Non è mai stato sui monti, e ha il delicato compito di far conoscere l’esito dell’iniziativa, in segreto, schivando la spietata concorrenza delle agenzie e delle altre testate.

L’Everest ha un grande valore simbolico, per l’Impero, che è uscito dalla guerra vincitore, ma stremato, e ha perduto l’India. La corsa ai Poli è finita, e la Britannia, esploratrice per eccellenza, non l’ha vinta. Per riscattarla rimane, appunto, l’inviolato “terzo polo”, punto più alto del pianeta.

Il primo problema che si pone – racconterà poi Morris – è quello di trasmettere le notizie: tra la montagna e il più vicino ufficio telegrafico o telefonico ci sono 180 miglia di territorio impervio e senza strade. Vengono presi in considerazione sistemi di ogni tipo, anche molto strampalati: piccioni viaggiatori, fuochi segnalatori, dispacci da far fluire in contenitori stagni sul corso del Dush Kosi, e persino la telepatia dei lama, sinché la scelta cade, realisticamente, sulle staffette sherpa: runner che, in un lasso di 8-10 giorni avrebbero portato i dispacci a Kathmandu, da dove sarebbero stati trasmessi via radio all’ambasciata britannica in India, e da lì al ministero degli esteri a Londra, che l’avrebbe passata in esclusiva al Times.

Per timore di incidenti, viene predisposto anche un piano B: una squadra che, attraversando la jungla del Terai possa portare le notizie alla stazione ferroviaria di Jogbani, e di lì a Patna, a un gesuita di sicuro affidamento e in grado di trasmetterli in Europa.

James Morris ai tempi in cui in abiti maschili partecipò alla spedizione del 1953 all’Everest. In apertura, ribattezzato Jan, appare nella sua veste di madre e presumibilmente nonna.

Mentre si organizza l’operazione, Morris scopre che a Namche Bazar un avamposto dell’esercito indiano dispone di un collegamento radio con l’ambasciata indiana a Kathmandu. Una soluzione più agevole e veloce, che pone però il problema della segretezza, perché altri giornali si erano installati a Katmandu con scanner radio, e la Reuters aveva addirittura allestito una base nel monastero di Thyangboche. Si decide per un codice, con alcuni termini innocui, da utilizzare esclusivamente per dare la notizia più importante. 

Mentre l’ascensione procede, il neofita James assaggia l’alpinismo d’alta quota: con l’aiuto degli sherpa passa l’Icefall e arriva sino al Campo IV («Anime gentili con la corda, in qualche modo, mi hanno tirato oltre i crepacci, sollevato su blocchi di ghiaccio, spinto oltre vertiginosi ponti improvvisati, trascinato attraverso il deserto di ghiaccio sbriciolato»).

Il 26 maggio, dopo un fallito tentativo di Tom Bourdillon e Charles Evans, ci prova Edmund Hillary, con lo sherpa Tenzing Norgay, un portatore d’alta quota di enorme esperienza, che l’anno prima, con la spedizione svizzera, aveva toccato i 8.595 metri, record assoluto di altezza. 

Il 29 maggio, alle 11.30 i due sono in vetta.

La notizia arriva al campo IV, e, grazie all’aiuto di un altro alpinista, inciampando e scivolando Morris si precipita avventurosamente al campo base, che raggiunge ben dopo il tramonto.

All’alba del giorno successivo due corrieri partono per la stazione radio dell’esercito indiano. Il messaggio da trasmettere è “Condizioni della neve pessime stop Avanzata base abbandonata in attesa di miglioramento stop. Tutto bene stop”. 

“Condizioni di neve cattive”, in codice, significa “Everest scalato”, “Base avanzata abbandonata” vale “Hillary”, e “In attesa di miglioramento” sta per “Tenzing Norgay”.

Per un’incredibile coincidenza, la notizia arriva a Londra e al Times in tempo per essere “sparata” in coincidenza con l’inaugurazione della ventisettenne Elisabetta, il 2 giugno (“Il più bel diamante aggiunto al suo diadema”, si disse allora).

Finita la sua straordinaria avventura al Tetto del mondo, Morris inizia una carriera giornalistica di inviato speciale, in guerre ed eventi di grande importanza (tra cui lo scoop dell’attacco francese al Canale di Suez e le corrispondenze dal processo Eichmann), e poi una seconda, da scrittore e storico. 

Del 1959 è il matrimonio con Elizabeth Tuckniss, figlia di un piantatore di tè di Ceylon, consapevole della condizione del consorte “donna intrappolata in un corpo da uomo”. Dopo che dall’unione sono nati cinque figli, nel 1964 James inizia l’iter medico per cambiare sesso, e nel 1972, in Marocco, diventa fisicamente Jan. Al suo rientro in patria, però le leggi le impongono di divorziare (la tormentata vicenda è narrata nel libro Conundrum, “Enigma”). La coppia non si separerà mai: nel 2008 potrà ricelebrare il matrimonio nel villaggio gallese di Llanystumdwy, dove Jan vivrà accanto a Elizabeth sino al 20 novembre scorso.

Il ricordo della sua figura rimarrà nella storia delle prime lotte per i diritti dei transgender, e anche per il ruolo di protagonista/reporter di un’epopea lontana, di quando l’Himalaya era una terra vergine e nessuno avrebbe potuto immaginare i telefoni satellitari e Internet. 

Luciano Santin

Commenta la notizia.