Pagine di storia. Orrore, lo sci invade il Breuil

Solo gli impianti e le piste da sci possono salvare la montagna? Se lo chiede in un appassionato intervento Franco Micheli nel sito di Mountain Wilderness di cui è Garante internazionale. Scontata la risposta che da solo si dà questo rinomato scrittore, esploratore, geologo e attivista dell’ambiente. “Se i milioni senza fine che si spendono per continuare ad ampliare e adeguare a standard iper-sofisticati gli impianti sciistici”, spiega Michieli, “fossero investiti per finanziare i giovani della montagna nei loro corsi di studi e nella formazione esperienziale, il patrimonio umano delle terre alte si dimostrerebbe ben più fruttuoso di quello infrastrutturale sciistico in perenne affanno”. 

Niente di nuovo sotto il sole. Contro la “valorizzazione” delle montagne mediante teleferiche e nuove strade si batté in piena era fascista il fascistissimo presidente del Cai Angelo Manaresi. Aveva appena saputo, scandalizzandosi, che alla conca del Breuil si sarebbe saliti con l’auto anziché a dorso di mulo. Che facoltosi imprenditori si erano mobilitati per trasformare quel paradiso in un luna park. Che le montagne si sarebbero avvicinate. E Manaresi sospettò che quelle non fossero buone notizie.

La rabbia del presidente si tradusse in un indignato editoriale sullo Scarpone del 16 novembre 1934. Senza poterlo sospettare. il focoso Manaresi si avventurò tuttavia in una battaglia persa in partenza. Ciò per il semplice motivo che l’avversare strade e funivie era palesemente in contrasto con gli interessi del regime. Gigantesche opere che colpivano l’immaginazione delle masse contribuivano in quegli anni ad aumentare il consenso per il Duce. E la nascita della funivia più alta d’Europa era sicuramente tra queste.

No, quella strada che salendo da Valtournenche avrebbe violato la splendida conca del Breuil, secondo Manaresi non s’aveva da fare “né ieri, né oggi, né mai”. Di questo era convinto il presidente del Cai. “E, se alberghi hanno da sorgere”, aggiunse schiumando di rabbia, “essi siano intonati all’ambiente e sia rispettato il verde e il bosco, e l’orribile reclame non urli, al cospetto di sì divine bellezze”. 

“Un piano regolatore s’impone”, scrisse ancora il presidente, già podestà di Bologna, “ma non fatto da albergatori che altro non conoscono se non il proprio guadagno e la comodità dei clienti podagrosi e asmatici”. Chiaro che la sua era una battaglia contro i mulini a vento. Ridicola con gli occhi di oggi. Basta vedere che cos’è diventato il Breuil. Curioso è che tali e quali appaiano oggi le battaglie in corso da parte degli attivisti del terzo millennio, con le raccolte di firme degli indignati che si battono sui social contro i tentativi di “avvicinare le montagne” a suon d’impianti e condotte per alimentare i cannoni della neve artificiale. Montagne dove non c’è niente da avvicinare ma ci sarebbe solo da rispettare una naturalezza sopravvissuta come per incanto.

Poi Manaresi fu costretto a rassegnarsi, ma questo non significa che oggi dobbiamo seguire il suo esempio. Le sorti del Breuil erano peraltro già decise in alto loco. Solo così fu possibile in soli tre anni trasformare la conca in un divertimentificio con alberghi di lusso pieni di “gagà” e di funivie che dilagavano fino a quota tremila e oltre, in un tripudio di cavi e piloni d’acciaio. 

Il fiero presidente, trasformatosi in uno strepitante don Chisciotte, tenne duro ancora per un po’. Gli fece da sponda il suo amico Guido Rey, il poeta del Cervino. Con lui Manaresi condivise “il senso amaro e sconsolato, come di profanazione intollerabile, che provano coloro – e sono anime elette – che amano, del Cervino, l’isolamento aspro e superbo, e i divini silenzi e la difficile conquista. E che, del picco scagliato verso il cielo, conoscono tutti i segreti, di nevi e di ghiacci, di vette e di saette, di cenge e di strapiombi”. 

Stanco e malato, Rey replicò a Manaresi. In risposta al perentorio invito del presidente a “tenere d’occhio il Cervino”, si espresse con le seguenti parole: “Possa questo Tuo alto monito essere raccolto ed obbedito. Nei sogni della febbre il terrore di quanto stanno preparando lassù mi angoscia più che io non voglia dire. Penso che i miei pacifici pastori vecchi amici e vicini stanno vendendo agli invasori i loro bei prati, possesso avito e sicuro…Sì, ciò che più di tutto mi spaventa per l’avvenire della montagna è questo sostituirsi delle antiche colture con le nuove imprese di cittadini ignari della grande bellezza naturale dei monti, tesoro inesausto, possesso delicatissimo che non ritorna più quando sia distrutto”.

Ieri erano Rey e Manaresi a preoccuparsi per le sorti del Cervino, oggi tocca a Michieli o a chi per esso deplorare “i milioni senza fine spesi per continuare ad ampliare e adeguare a standard iper-sofisticati gli impianti sciistici…”. Analoga oggi appare la rabbia che accumuna pochi o tanti di noi ai progenitori in camicia nera per una montagna incapace di rinnovare le sue attrattive che non siano quelle offerte dagli skipass e dal rombare nottetempo dei “gatti” battipista mentre i cannoni sparano folate di neve programmata. 

Poteva forse immaginarsi ai suoi tempi Angelo Manaresi che quasi un secolo dopo la sua posizione sull’inopportunità degli impianti che stavano per stravolgere le amate montagne avrebbe trovato in un certo modo riscontro nell’atteggiamento del “suo” Club alpino? Non per caso proprio in questi giorni, mentre le località invernali pagano duramente il prezzo della pandemia con la chiusura degli impianti di risalita, in un documento della Commissione per la Tutela dell’Ambiente montano (“Cambiamenti climatici, neve e industria dello sci”) si legge che “è da ritenere ormai insostenibile la dipendenza della monocultura dello sci alpino per il turismo invernale”. Musica per le orecchie di Manaresi… 

Per concludere, Manaresi non fu il solo a inquietarsi in quegli anni trenta in cui si ebbero le prime avvisaglie del turismo invernale di massa. Il suo contemporaneo Bepi Mazzotti, primo salitore della est del Cervino nel 1932 con le guide Maurizio Bich e Luciano Carrel, autore del celeberrimo “La montagna presa in giro”, se oggi rinascesse non potrebbe che ripetere quanto all’epoca già scrisse. Quando cioè affermò di trovare insopportabili “le gravi offese e gli sconvolgimenti che un turismo di massa maleducato e travolgente arreca alla fragile natura alpina”. E ci vuole poco a sognare che Mazzotti possa davvero risorgere dall’avello impugnando lo staffile come Sant’Ambrogio con gli infedeli. (Ser)

Agli albori, la salvezza della montagna non dipendeva solo dallo sci…(ph. F. Crudele). In apertura il presidente generale del Cai Angelo Manaresi al fronte con i suoi soldati durante la seconda guerra mondiale.

One thought on “Pagine di storia. Orrore, lo sci invade il Breuil

  • 19/12/2020 at 00:10
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    Nel 1898 gli Svizzeri avevano completato la ferrovia del Gornergrat sul versante opposto del ghiacciaio del Monte Rosa-Cervino. Il dado era tratto già da trenta anni quando il nostro Manaresi si inquietava per quello che ormai era la realtà che avrebbe portato tanti soldi e turismo alle valli alpine di Svizzera e di Italia. Quella che è mancata completamente al Breuil è stata la visione di insieme. Manaresi parlava di piano regolatore e aveva ragione, perché è stata l’assenza di piani regolatori che ha rovinato non solo alcune valli alpine ma anche tantissimi centri italiani che sono stati cementificati e eternit-izzati senza alcuna rispetto per la natura e la tradizione. Ora non ci resta che convivere o sopravvivere con tanti mostri… e cercare di non continuare a commettere gli stessi errori in futuro.

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