Centenari. La lezione del cavalier Leoni

Con saggia sobrietà commisurata ai tempi in cui viviamo si sono celebrati nel 2020 i cent’anni dalla morte dell’ossolano Giovanni Leoni (1846-1920) detto Torototela, facoltoso commerciante che all’inizio del secolo scorso amò svisceratamente le sue montagne (Devero, val Divedro e valle Antigorio in primis) descrivendole in versi e in musica. Il cavalier Leoni ebbe molti meriti. Creò un rifugio in vetta al monte Cistella quasi tutto con denaro di tasca sua, fu presidente del Club Alpino Italiano a Domodossola e fu lui a prendersi per primo cura dell’Alpe Devero promuovendone l’immagine. Oggi non sarebbe azzardato definirlo un combattivo ambientalista avanti lettera, ovvero una figura estremamente attuale. 

Giovanni Leoni (1846-1920) e la moglie Ida. In apertura posa in vetta al monte Cistella dove volle costruire un rifugio che oggi porta il suo nome.

A Leoni, autobattezzatosi Torototela come i cantastorie che giravano di paese in paese, è stata per l’occasione dedicata una birra artigianale denominata “del centenario”, prodotta con cereali coltivati biologicamente in valle Antigorio. Gabriella Boni Andreis, scrittrice milanese legata a Leoni per ragioni di famiglia, ne ha raccolto gli scritti in un libro pubblicato in proprio. Del resto, anche le fin troppo misconosciute “Rime ossolane” del cavalier Leoni, furono date alle stampe per iniziativa di un nipote diversi anni dopo la sua morte. 

In memoria di Leoni, un istruttivo incontro virtuale è stato organizzato in due puntate il 18 e il 22 dicembre con la partecipazione di intellettuali, assessori ed editori ossolani. L’evento è stato promosso dal Comune di Crodo e dal comitato “Torototela 100 anni dopo” guidato da Graziano Biancossi. Si sono nel frattempo ascoltati brani composti dal Torototela ed eseguiti dal pianista Enzo Sartori. 

La figura del cavaliere innamorato delle sue montagne si staglia sullo sfondo dell’Italia umbertina insieme con quelle di altri illustri paladini delle montagne. Anche per questa positiva “concorrenza” forse si è parlato e tuttora si parla poco del Torototela. Peccato. Diversi furono infatti i Vip che all’epoca, al pari del cavalier Leoni, si presero cura delle vette di cui si erano perdutamente invaghiti.

Volendo ben riflettere, ogni settore dell’arco alpino ebbe i suoi tutori più o meno illustri. Il Piemonte poté disporre nientemeno dello statista Quintino Sella (1827-1884), ingegnere minerario, padre del Cai e delle sue “succursali” tra le quali quella di Domodossola che fu presieduta con profitto dallo stesso cavalier Leoni. In valle d’Aosta all’ombra del Cervino visse e operò Guido Rey (1861-1935), nipote di Quintino, discreto uomo d’affari così come lo fu il cavalier Leoni. Al pari di Leoni, Rey sviluppò un rapporto romantico e letterario con le cime, anche se a differenza del Torototela non ebbe dimestichezza con la poesia. Ci lasciò tra gli altri il libro “Il monte Cervino”, un capolavoro recentemente ristampato da Hoepli.

In Lombardia cantò le bellezze del Bel Paese e delle sue montagne l’abate Antonio Stoppani (1824-1891), che fu anche presidente della sezione milanese del Club Alpino Italiano, sodalizio a cui si iscrissero all’epoca celebrità come Pippo Vigoni, gran viaggiatore, che fu sindaco della città, e poi il professore di chimica al Politecnico Luigi Gabba e Vigilio Inama, illustre letterato. Tutti nomi che fecero grande Milano e grandi le sue montagne.

La Valtellina annovera Alfredo Corti (1880-1973) che diede un fondamentale contributo alla conoscenza delle Alpi Retiche e delle Orobie mediante studi, articoli, monografie e guide alpinistiche. Degli splendori valtellinesi s’invaghì però, prima del citato Corti, il conte Francesco Lurani Cernuschi (1857-1912), un ricco milanese innamorato della Valmasino alla quale dedicò la monografia “Le montagne di Val Masino – appunti topografici e alpinistici” come ci ricorda Lorenzo Revojera nel volume “Un patrizio milanese fra arte, alpinismo, letteratura, musica e scienza” (2004).

Le Dolomiti ufficialmente vennero scoperte e valorizzate dal gentiluomo viennese Paul Grohman (1838-1908) come si può dedurre dal volume “La scoperta delle Dolomiti, 1862” (Nuovi sentieri, 1982) in cui l’autore si augura, con una modestia forse sconosciuta al focoso Leoni, che questa sua “lieve fatica possa essere di qualche utilità ad una regione che giudico una delle più belle delle Alpi”. 

Julius Kugy (1858-1944)

Bisogna spingere lo sguardo fino alle Alpi Giulie per scoprire un personaggio che le rappresenta come nessun altro, così come il “vate” Giovanni Leoni più che mai rappresentò e ancora rappresenta l’Ossola. Si tratta in questo caso di Julius Kugy (1858-1944) che l’alpinismo delle Giulie ha beatificato dedicandogli una bronzea scultura. Dapprima importatore di merci coloniali, Kugy fu scienziato, scrittore e studioso oltre che alpinista appassionato.

Kugy era un idealista, una persona saggia, come tutti i benemeriti personaggi fin qui citati. Era innamorato delle piante e della natura incontaminata. Si dice che senza di lui le Giulie oggi non esisterebbero alpinisticamente e culturalmente. Lo stesso discorso potrebbe valere con buone ragioni per l’ossolano Giovanni Leoni. Che anche senza essere stato profeta in patria, un bronzeo busto al cospetto del “suo” Cistella se lo meriterebbe. O se ne riparlerà nel bicentenario? (Ser)

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