Letture. Gli anni ruggenti dei conquistatori del cielo

Raramente, anzi rarissimamente, un libro di montagna è entrato nelle hit parade in questo 2020 (per fortuna) in dirittura d’arrivo. Eppure la pandemia non ha cancellato il gusto di andare in montagna, anzi lo ha per certi versi incentivato. Un libro però ha colpito l’immaginazione più di altri. “Sull’Everest, e di corsa!”, titolava nel presentarlo il domenicale del Sole 24 Ore dell’8 novembre. A Maria Luisa Colledani era affidata la bella recensione di “I conquistatori del cielo. Gli anni ruggenti dell’alpinismo himalayano” di Scott Ellsworth edito da Corbaccio (404 pagine, 26 euro).

Il libro racconta come, mentre cresceva la tensione fra le potenze europee negli anni Trenta del XX secolo, in Himalaya si stava già combattendo una battaglia di altro genere. I migliori alpinisti provenienti dal Regno Unito, dalla Germania nazista e dagli Stati Uniti avevano attrezzato i loro campi base alle pendici degli Ottomila, sperando di conquistare le vette più alte, comprese l’Everest e il K2. 

Diversamente dagli alpinisti di oggi, quei valorosi (o incoscienti?) disponevano di pochissime mappe e fotografie, non avevano bombole d’ossigeno efficienti, indossavano scarponi di cuoio e giacconi di tweed. Ma contro ogni pronostico, andarono più in alto di quanto fosse possibile immaginare. E non appena raggiunsero dei record di altitudine straordinari, su di loro si concentrò l’attenzione dei media e della politica mondiale. 

Si organizzavano spedizioni, come nota la Colledani, perché era una forma di soft power, come accade da sempre con lo sport. Piantare la propria bandiera in vetta così come salire su un podio olimpico significava avere più potere sullo scacchiere internazionale. E infatti, non per caso, nei corridoi del ministero nazista per la propaganda, i gerarchi scoprivano l’importanza di piantare la bandiera tedesca su un Ottomila.

Gli alpinisti negli anni ruggenti di cui racconta Ellsworth venivano assediati dalla stampa alle stazioni dei treni indiani, erano celebrati in film e in rappresentazioni teatrali. James Hilton creò la mitica Shangri-La in “Orizzonte perduto” mentre un eccentrico alpinista inglese di nome Maurice Wilson partiva per il Tibet per scalare l’Everest da solo e a bordo di un biplano che aveva appena imparato a pilotare. 

Ambientato a Londra, a New York, in Germania, in Tibet e in India, “I conquistatori del cielo” è una storia non solo di alpinismo, ma anche di passione e ambizione, coraggio e follia, tradizione e innovazione, tragedia e trionfo. Ellsworth si muove fra le strade di Manhattan e di Berlino e le pareti scoscese del Nanga Parbat, in mezzo alle rivolte nel Kashmir e nel paesaggio rarefatto della Nuova Zelanda, dove un uomo di nome Hillary sognava di salire in cima all’Everest.

Ci voleva proprio Ellsworth, storico dell’Università del Michigan e giornalista di testate quali “New York Times”, “Washington Post” e “Los Angeles Times”, per ripercorrere con nuovi strumenti d’indagine la storia delle conquiste himalayane. “Si va verso un less is more”, si leggeva ancora sul Sole 24 Ore. “Al contrario delle ingombranti spedizioni himalayane con i loro complessi problemi di trasporto (che tuttavia sono in auge anche negli anni Cinquanta come dimostrano gli italiani al K2 e, più tardi, per la prima volta vincitori sull’Everest con gran spiegamento di elicotteri militari, NdR) si pone l’enfasi sulla leggerezza dell’equipaggiamento e sulla mobilità dell’organizzazione”. 

Le bombole di ossigeno usate da una spedizione britannica all’Everest del 1922 (ph. Serafin/MountCity). In apertura Eric Shipton che nel 1951 guidò una spedizione sull’Everest individuando la via attraverso il ghiacciaio del Khumbu.

A tante tribolazioni vissute con scarsi o minimi successi corrisponde anche un’indiscutibile bellezza. Come perlomeno, nel libro di Ellsworth, ricorda Eric Shipton (1907-1977): “Tutto a un tratto le montagne alzarono la gonna e le nubi si dissolsero. I cinque uomini fissarono a bocca aperta la magnificenza selvaggia tutto intorno a loro. Il Nanda Devi pareva fluttuare staccato da terra. Poi seguirono uno alla volta i giganti bianchi delle catene senza nome più a nord, finché ci sembrò che davanti a noi, bagnato dallo splendore del sole morente, si parasse l’intero reame delle montagne”.

Quanto all’Everest, dopo la conquista del 29 maggio 1953 da parte di Hillary e Tenzing, si pose il problema di ribattezzarlo. Quel nome, notò il “Peking People’s Daily”, onorava un amministratore coloniale e imperialista. Meglio scegliere Chomolungma, che in tibetano significa “madre dell’universo”. (Ser)

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