“I giganti dell’alpinismo, la Grigna e io”. Intervista a Spreafico

Alacre cacciatore di cacciatori di emozioni, per una vita (quella professionale, perlomeno) Giorgio Spreafico ha atteso che le superstar dell’alpinismo si presentassero nella sua Lecco, al cospetto delle Grigne, per dialogare con loro e poterne riferire ai lettori del quotidiano “La provincia” di cui è stato a lungo caporedattore nonché curatore di pagine alpinistiche imperdibili e informatissime.

Cinquanta delle interviste realizzate dal giornalista – che è anche uno dei più agguerriti storici dell’alpinismo, autore di una discreta serie di volumi spesso premiati – consentono oggi non solo di scoprire che cosa si nasconde in certe scelte di vita sicuramente fuori dall’ordinario, ma di ripercorrere stagioni alpinistiche che, dagli anni Ottanta del Novecento a oggi, hanno lasciato tracce indelebili dalle Alpi alla Patagonia, dalla California all’Alaska, dalle falesie alle vallate più sperdute, fino agli Ottomila himalayani. 

Sono incontri, quelli recuperati dallo scrigno di Spreafico, che rappresentano l’attraente tessuto narrativo del volume “Il richiamo della Grigna” (Teka Edizioni, 336 pagine, 48 foto, 16 euro) già presentato in MountCity. Nelle cui pagine l’autore colloca, con stile accattivante anche per i non addetti ai lavori, aneddoti e retroscena di tanti giganti dell’avventura. 

Di questa lunga cavalcata compiuta come cronista, Spreafico ricorda in particolare “l’emozione dei primi faccia a faccia con leggende come Jerzy Kukuzka, Patrick Berhault, Erhard Loretan, Jim Bridwell. O come Kurt Diemberger, il migliore di tutti nel racconto”.  Indimenticable resta per il giornalista l’incontro con il francese Pierre Béghin “che aveva l’eleganza di un principe”, con Alain Robert “di una simpatia speciale”.  

“Mi ha colpito molto”, racconta Spreafico in questa intervista a MountCity, “anche la testimonianza di normalità di giganti come gli inglesi Ron Fawcett e Mick Fowler. Per la profondità del loro pensiero, poi, tra gli indimenticabili metto Alberto Iñurrategi, Lionel Daudet e Christophe Moulin”.

Si nota però nel libro qualche assenza eccellente. Come spiegarla?

“Le assenze ci sono e le dichiaro nel capitolo introduttivo. Il fatto è che i miei protagonisti dovevano aver ceduto al ‘richiamo della Grigna’ venendone raggiunti in altri Paesi e io dovevo averli incontrati di persona, perché il mio racconto potesse essere (era la speranza) originale”.

Per caso, in quarant’anni di cronache alpinistiche sulla Provincia ti sei fatto qualche nemico?

“Sono orgoglioso di avere lavorato con tutta la mia passione nel quotidiano italiano che ha dedicato più spazio ed energie alla montagna e all’alpinismo. Qualche nemico so di essermelo fatto proprio nell’ambiente lecchese, cioè ‘in casa’, anche se spero sia tutta acqua passata. Davo notizie, gradite o no che fossero, e cercavo di darle per primo, in autonomia e nel modo più documentato. Una voce critica, talvolta, e mai smemorata. Circostanze imperdonabili, per qualcuno. Ma io ho fatto solo il mio mestiere”.

Dieci alpinisti vittime della loro passione su 50, non ti sembrano troppi?

“Sono troppi, sì, e lo sarebbero anche se fossero la metà. Noi però chiamiamo fuoriclasse gli alpinisti che si pongono obiettivi straordinari e che riescono a realizzarli. E quel genere di sfide, lo sappiamo, in montagna spesso si gioca dalle parti della sottile linea rossa dove un piccolo errore o un evento al di fuori delle possibilità di controllo possono condurre all’irreparabile”. 

Hai mai invidiato qualcosa ai tuoi interlocutori?

“A tutti ho invidiato la dedizione assoluta alla loro passione: nessuno si è accontentato del talento avuto in sorte. Io invece non saprò mai se potevo diventare un chitarrista jazz degno di questo nome”.

Mettendo insieme i tratti dei vari intervistati potrebbe venire fuori l’immagine di un superman dell’alpinismo?

“È difficile pensare di poter ‘aggiungere’ qualcosa ai protagonisti del libro. Per stare al gioco e indicare solo una delle molte combinazioni possibili, però, nulla sarebbe impossibile a chi sommasse le capacità dell’inglese Tim Emmett su ghiaccio, dell’americano Steve House nel misto, del giapponese Yuji Hirayama nell’arrampicata libera su roccia. E poi la resistenza alle quote estreme del polacco Kukuczka, il coraggio dello sloveno Tomaž Humar, la creatività dello svizzero Loretan e la velocità del suo connazionale Ueli Steck”.

Quali problemi sono ancora da risolvere?

“Nel primo capitolo del mio libro, Kukuczka ricorda di avere avuto da Casimiro Ferrari la proposta di una spedizione da compiere insieme alla Ovest della Torre Egger. Era il 1988. Cento pagine e vent’anni dopo, lo svizzero Stephan Siegrist indica la diretta della stessa parete come un progetto che gli toglie il sonno. Ebbene, nel frattempo sono passati altri due lustri e quel problema non è ancora stato risolto. Io tifo perché a spuntarla sia Ermanno Salvaterra, riuscito ad arrivare molto in alto dopo ben quattro tentativi”.

Riservi un trattamento galante alle alpiniste anche se proclami che non si deve più parlare di alpinismo di genere. Silvia Vidal è dolce e tenerissima, il sorriso di Gerlinde Kaltenbrunnen illumina un pomeriggio lecchese, Ines Papert è metà ninja e metà farfalla, Steph Davis è una bella ragazza arrivata dall’altra parte del mondo con un’aria da liceale cresciuta, Pemba Doma Sherpa ha issato metro per metro il suo sogno di bambina…

“In famiglia hanno cercato di educarmi anche al rispetto e alla gentilezza verso tutti, tanto più nei confronti delle ragazze perché ‘se lo meritavano’. Da allora il mondo è cambiato e i guanti di velluto pare non si usino più. Io però spero che i miei non abbiano infastidito nessuna delle alpiniste che ho raccontato. Sono convinto che, con il loro charme e la loro sensibilità, le donne siano le sole a poter aggiungere bellezza alla meraviglia delle montagne”.

Hai affrontato di frequente il tema della paura e ciascun intervistato ti ha confidato la sua ricetta per vincerla. Sono riusciti a convincerti?

“Il pilota di Formula 1, l’astronauta, il sub d’alta profondità – per fare solo qualche esempio –  non temono ciò che li attende quando entrano in azione. L’eccitazione di poter vivere quel che amano è troppo grande. Non è diverso per gli alpinisti estremi, per i quali le situazioni limite sono una condizione esistenziale. Quando qualcosa gira storto, loro usano la paura come un interruttore che attiva ulteriori riserve di energie fisiche, tecniche e mentali. Hanno esperienze personali alle quali rifarsi, si conoscono a fondo, sanno di poterne uscire e non si arrendono, convinti sempre che sia valsa la pena di ritrovarsi là dove stanno”.

Ueli Steck si definisce drogato di emozioni come tutti gli alpinisti.  E’ anche questo il tuo parere?

“Penso anch’io che la straordinaria intensità delle emozioni sperimentate a getto continuo dagli scalatori possa dare dipendenza e rendere difficile accettare il loro venir meno. Per questo mi auguro che Igor Koller – l’uomo della leggendaria via del Pesce in Marmolada – riesca a convincere tutti i ‘colleghi’ quando nel libro dice che l’alpinismo ha in serbo doni preziosi per ogni stagione della vita”.

Racconti che l’americano Steve House ha scritto “Bonatti is God” (Bonatti è un dio) sulla fiancata del suoi camper. Bonatti a parte, l’alpinismo italiano ti sembra in buona posizione nell’immaginario di questi stranieri?

“Di scalatori italiani in attività i miei interlocutori hanno parlato pochissimo. Anche se mi secca un po’, spero sia solo colpa mia e non di un loro immaginario sguarnito.  Forse sui ‘nostri’ avrei dovuto fare qualche domanda in più”.

Ti ripeto, per concludere, una delle tue domande fatte nel 2004 allo sloveno Stremfeli: il fascino dei campioni e delle loro imprese oggi si è offuscato?

“Il fascino dei campioni resta, per storie vissute e scorci di mondi interiori rivelati. Tuttavia non ci sono più soltanto alcuni cavalieri che si stagliano sulla scena con i loro elmi scintillanti. E l’affollamento (di per sé un importante segno di vitalità) non aiuta l’epica, che deve farsi largo tra molto rumore di fondo. Certi eccessi di comunicazione – con il rilievo dato tramite social media a circostanze insignificanti – non rendono un buon servizio neppure all’alpinismo. Vuoi mettere la bellezza di un silenzio, interrotto solo con parole o immagini capaci davvero di farsi ricordare?”.  (Ser)

“Il richiamo della Grigna viene da lontano e lontano è arrivato” spiega Giorgio Spreafico, qui con lo storico Renato Frigerio, un altro lecchese che ha contribuito a fare della sua città un centro propulsore del grande alpinismo a livello mondiale (ph. Serafin/MountCity)

Spreafico vive a Lecco, la città dove è nato. Più volte premiato per la sua attività di giornalista e scrittore, ha firmato anche “Orme su vette lontane” (2002), “Enigma Cerro Torre” (2006), “Il prigioniero dell’Eiger” (2008), “Torre Egger solo andata” (2010), “Cerro Torre – la sfida” (2013), “La bici di Coppi e la sfida del Ghisallo” (2014), “La scala dei sogni” (2015) e “L’uomo delle Parole Incrociate” (2018). Assieme al fratello Antonio ha pubblicato “Luce” (2013) e “L’ultima bolla” (2014). Il libro sulla Grigna è pubblicato con il contributo di Camp, Cassin, df Sport Specialist, Rock Experience e del gruppo alpinistico Gamma e Uoei Lecco. E’ disponibile in libreria e sul sito tekaedizioni.it

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