Lo sguardo critico dei “nuovi alpinisti”

“Care amiche e cari amici, invio per libera lettura ‘Lepontica’ del mese di gennaio 2021. Se ritenete, potete inoltrarla alla vostra rete di contatti. Ovviamente è tutto gratuito, perché la cultura è bene comune. Buone cose (per il presente e per il futuro) e un timido ma saldo augurio di Buon Anno”. Con queste parole Paolo Crosa Lenz ci fa avere, come ogni mese, il suo opuscolo di memorie e riflessioni sulle amate valli ossolane da cui è tratto questo racconto intitolato “Nuovi alpinisti” che riguarda, sono sue parole, “un paese di vecchi che sono ancora giovani”. Lo pubblichiamo, ringraziando Crosa Lenz per aver dato il modo a MountCity di iniziare degnamente il nuovo anno. E con la fondata speranza che siano in tanti, tra gli amici che bazzicano questo sito, a goderne la lettura.(Ser)

Crosa Lenz: così cambia la montagna

Ho passato la vita sulle montagne. Ho capito una cosa. In montagna si va quando si è felici (con gli altri in prolungate scorribande vocali); si va da soli quando bisogna fare qualche conto con se stessi (“Un uomo solo e un vecchio cane / vanno nel meriggio alla campagna …”); si va in due quando bisogna fare pace. 

Gli alti monti coperti di nevi (sempre meno “eterne”) ricordano Dino Buzzati: 

“Altri sono giunti da lontano 

e hanno conosciuto le strade della pianura. 

Ma ormai le hanno dimenticate, 

le vie infinite e polverose, bruciate dal sole. 

Laggiù non c’era ombra né vento 

e rare erano le fontane.”

Nel Verbano Cusio Ossola (mai nome di Provincia fu più sfortunato!) in pochi chilometri in linea d’aria si passa dalla dolce armonia dei laghi prealpini (il Lago Maggiore, d’Orta e di Mergozzo) alle severe solitudini del Monte Rosa, la seconda montagna d’Europa. Un luogo unico in Italia. 

Una delle realtà dell’Italia di oggi è che siamo un paese di vecchi che sono ancora giovani. Un tempo si andava in montagna la domenica e sotto l’egida del CAI che organizzava le gite. 

Oggi, sempre più, gruppi informali e svincolati dalle associazioni alpinistiche, frequentano le montagne tutti i giorni della settimana e tutte le stagioni dell’anno. Hanno nomi stravaganti: i Trotapian, i Murmata, i WiniwoniCui dal giobiaThe lions on wednesday, ecc. È una fantasia bella! Questo grazie a pensionamenti giovani (oggi un sogno del passato!), per qualcuno grazie alla crisi, per tutti grazie ad una cultura nuova che vede nella frequentazione della montagna un’occasione per costruire buoni rapporti di amicizia e di solidarietà che vanno oltre il tempo e lo spazio dell’escursione. Questo prima e speriamo dopo il coronavirus. 

Questi “nuovi alpinisti” non sono gente che va in giro con gli occhi bendati. Cambia la società e cambia la montagna. Non sempre in bene. 

Spesso hanno uno sguardo critico su un “nuovo” uso del territorio e sui problemi che esso pone: il proliferare di strade pagate con soldi pubblici e usate privatamente, la menzogna delle “piste agro pastorali” (in realtà accessi a seconde case), torrenti e ruscelli sempre più asciutti indice di un bene pubblico (l’acqua) che produce enormi profitti privati. 

Un mio amico caro ha scritto un libro (Gianpaolo Fabbri, Verbano Cusio Ossola con lo zaino in spalla – 237 escursioni sulle Alpi Occidentali, Grossi, Domodossola, 2020) che invita a camminare. 

Pensate: andando in montagna almeno una volta la settimana (ma vi auguro di più!) ci vogliono quattro anni per fare tutte le gite. Al fondo c’è un’idea che condivido. La montagna è una natura amica e, per dirla con le parole del grande vecchio Mario Rigoni Stern, “un mondo da (ri)conquistare per vivere meglio”. Anche un mondo da difendere da nuovi pirati e speculatori. 

Nelle parole su carta di Gianpaolo Fabbri c’è anche questo: scalare le montagne non è solo momento ludico, ma anche libera scelta di impegno sociale, capacità di denuncia del male che sta accadendo sui nostri monti e coraggio di presa di posizione. È scomodo farlo, comodo non farlo. 

C’è un’immagine straordinaria e simbolica in questo libro. È quella di uno stambecco solitario con un corno solo, fotografato sugli strapiombi sotto la vetta della Punta d’Aurona all’alpe Veglia. Quel corno rotto forse è stato spezzato nelle feroci lotte per l’affermazione del capo branco e la conquista del diritto all’accoppiamento durante la stagione degli amori. Un inno alla vita.

Paolo Crosa Lenz

(da Lepontica, gennaio 2021)

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