L’alpinismo e i valori del volontariato e della solidarietà

“Ha ancora senso parlare di scuole di alpinismo?” è il titolo dell’articolo che Beppe Guzzeloni, Istruttore di alpinismo del Club Alpino Italiano, ha proposto a MountCity come “semplice ipotesi”. In realtà nella testimonianza che molto volentieri viene ripresa in questo sito, l’amico Beppe affronta diversi temi lungo un percorso che si riallaccia all’infanzia in una casa di ringhiera milanese e con la montagna che già fa capolino in famiglia, e all’incontro con un missionario che gli fece apprezzare il senso di comunità. In seguito l’ingresso nella scuola di alpinismo Alpiteam lo portò a comunicare la sua passione per la montagna a persone con particolari fragilità, a mettere in pratica un’attività didattica in grado di diventare strumento di pensiero oltre che di azione.

Una passione che può orientare una vita. Primi fiocchi di neve, anche in pianura, in questo inverno falcidiato dall’irruenza pandemica. Guardo fuori dalla finestra, mentre ascolto musica e sorseggio thè. Sono ormai più di venti giorni che non vado in montagna e mi sento in colpa per ciò che mi irrompe in testa per un’assenza che non ha pari con il dolore per inaccettabili lutti che stanno ribaltando affetti e prossimità di molti.

Quelle intimità mi rimandano indietro nel tempo e i pensieri iniziano a innaffiare i miei ricordi di una Milano primi anni sessanta del secolo scorso, di una casa con ringhiera e due locali dove la promiscuità non ha mai avuto il sopravvento. Ho rischiato la mia infanzia per la distanza dei genitori; lavoravano insieme per la famiglia.

Mia madre, carattere piemontese, affettività calibrata ma tenace. Mio padre, sette anni di guerra. Strano, ma più dolce. Mai un livido sul mio corpo da memorizzare, mai parola incarognita, mai sofferenza vissuta con astio. La dignità era un modo di essere in famiglia.

Io ultimo di tre. Più vicinanza con il secondo. Il primo già autonomo. Ci univa la montagna.

“L’amico m’insegnò a non essere vincolato ad alcuna obbedienza, ma a essere libero di esprimermi come meglio ritenevo” 

Sbandavo in adolescenza, a scuola ero agli ultimi banchi, sonnecchiavo e guardavo fuori dalla finestra, le interrogazioni erano silenzi o balbettii in dialetto che mettevano ilarità nella classe. Guardavo i miei compagni avanzare più veloci di me nel mondo. Bocciato agli esami (allora esistevano ancora) di seconda elementare, piansi senza sapere per quale colpa. Respinto da una scuola che voleva plasmare i suoi alunni, raddrizzare i loro caratteri e le loro storture. Una scuola in cui l’apprendimento significava inculcare conoscenze e impedire qualsiasi forma di pensiero critico. 

Un giorno, avevo 12 anni, si presentò a scuola un missionario, Padre Giancarlo, a raccontarci delle sue avventure in India; guardammo fotografie e diapositive che illustravano luoghi altri con vite spezzate da fame e povertà. Il prete fu in India a nome di un Dio di cui era cronista di guarigioni e futuri di speranza e terre promesse. Scoprivo che c’era più Sud che Nord nel mondo, il Sud era maggioranza del pianeta, il Nord un’arroccata minoranza. Anch’io mi sentivo come sottrazione, come un messo da parte, uno scarto nemmeno riciclabile, ma era tempo di aggiungere giorni alla vita, la mia.

Decisi di azzardare il mio primo passaggio chiave. Il racconto di Padre Giancarlo fu per me scuola, accensione di desiderio, un’ora della sua lezione stava spostando la mia vita in un’altra direzione. E nel corso di essa altre ore di lezione hanno fatto nascere in me domande senza risposte precostituite, ma incise dall’inatteso e da incontri inediti con la parola dell’altro.

Mio padre e mia madre sbalordirono davanti alla mia richiesta di voler entrare in collegio per studiare e per tentare un nuovo sguardo. Accolsero il mio desiderio, non giudicarono e non disprezzarono. I miei fratelli posero la loro mano sulla mia spalla. Sperimentai per la prima volta il senso di comunità. Fecero un passo indietro e tacquero l’amore. Fu un’esperienza breve, quella del collegio, ma restò in me come segno, come risveglio.

Ho scoperto lo stupore dei libri, i miei primi turbamenti, i dubbi, l’esperienza della separazione. Le lacrime per l’assenza familiare, taglio utile per il domani.

La fede nel Dio l’ho intravista nella lettura dei testi sacri, in quegli anni. Ormai in me radici nascoste, ma vive. A modo mio.

Ho arrancato sulle pagine scolastiche, mi sono sfiancato per il diploma. La laurea in seguito, con l’esperienza dell’utilità e con il sapore di non sapere, ma con il desiderio di sapere come condizione trasformativa.

Con mio padre, che era ammesso tra i poveri del quartiere, ho incrociato la domanda dell’altro e i suoi bisogni. Il Dio della Buona Notizia appariva abbarbicato a quelle esistenze, non remote, sconosciute, ma abitanti dei paraggi.

Il mio arrancare nella giovinezza trovava un po’ di pace nella solitudine altrui. Gli ultimi, i devianti, il disagio erano la mia fonte cui bere. Bevevo di me, ma l’ho saputo più tardi nell’incontro con la parola di un docente universitario che mi aprì, ancora una volta, un altro sguardo verso il mondo. E così accadde in un incontro amoroso, nell’impatto tra parola e corpo, nell’incarnazione di una testimonianza. 

Ho campato di lavoro; la mia paga puntuale a fine mese. Ho vissuto con amicizie mai rotte per anni con l’amalgama delle montagne, amate e odiate per avermi strappato dalle mani degli amici. Nessuna colpa, se non la libertà di vivere anche nel rischio.

Come quella volta, a 17 anni, con mio fratello più vicino di età, alla guglia Angelina in Grignetta. La mia prima arrampicata, mese di ottobre, primi freddi, pieno di fiducia in lui, Io analfabeta di scalate, ma ingordo di avventura. Noi due, quattro anni di differenza, stavamo in cordata come le tegole sul tetto, che si passano l’acqua una con l’altra: mio fratello forzava un sorriso, sperando in un mio.

 
“Amicizie mai rotte per anni con l’amalgama delle montagne, amate e odiate per avermi strappato dalle mani degli amici”. 

Dalla cima, nella Porta dell’Inferno, bisognava scendere. A metà discesa mi trovai con la corda in mano pendolando per l’insipienza nostra della doppia tradizionale. Mi agganciai ad un filo di ferro su sosta della Polvara. Mio fratello mi raggiunse con il senso di colpa che debordava dal suo pallore in volto; poi a prendere il treno. Il nostro silenzio ci accompagnò fino a casa. E’accaduto, perché così doveva.

Quel giorno per me fu un battesimo, il secondo, a secco stavolta. La montagna mi aveva chiamato a sé e io sentivo il forte desiderio di apprendere, non solo tecniche, non solo informazioni, ma un modo di essere e di stare in montagna. Senza desiderio di sapere non c’era possibilità di apprendimento soggettivato del sapere. Il silenzio tra me e mio fratello fu una sorta di transfert, dove il suo non sapere si offrì a me come possibilità di aprire nuove esperienze.

E così mi iscrissi al corso roccia dei Ragni di Lecco, era il 1975, ai miei vent’anni. I miei maestri, Donato Erba, Giuliano Maresi e lo stesso Cassin che mi accompagnò sulla normale del Campaniletto.

Da loro nessuna applicazione fredda del loro sapere, ma trasmissione di desiderio e spinta a rendermi autonomo nel vivere la mia passione. 

Poi fu l’incontro della mia vita alpinistica, ma non solo, quando incontrai la guida alpina ed amico Gino Battisti di Moncion, terrazzo che sbircia su Pozza di Fassa, con cui m’imbattei nell’abbraccio della verticalità dolomitica e nella conoscenza di molti angoli del gruppo del Catinaccio. Gino fu anch’egli maestro con poche parole, ma con la tranquilla testimonianza del come muoversi sulle crode. Guida alpina e contadino, oltre che marito e padre presente, importante figura di riferimento per me nei primi anni della mia esperienza alpinistica. 

Al pari di Socrate, Gino fu in grado di offrire il vuoto al mio bisogno di imitazione, di essere non tanto come lui, ma lui. Gino non voleva questo, non voleva rimpinzarmi di nozioni e di saperi, di ammonirmi o indottrinarmi attraverso morali, né tanto meno soffermarsi su spiegazioni teoriche, ma mi sospingeva unicamente alla mia trasformazione da oggetto dove applicare il suo sapere a soggetto che si attiva ricercando nell’altro quello che gli manca. Arrampicare con lui è stato un mettermi in movimento verso nuove esperienze e avventure.

Il periodo, tre anni, con Gino Battisti, con il quale ci si alternava alla conduzione della cordata, non fu un periodo infantilizzante, che dà vita all’identificazione verticale con il capo e che istituisce un legame gregario da tenere in una condizione di assoggettamento e dipendenza acritica. Questo fu il dono che mi lasciò in eredità l’amico Gino: non essere vincolato ad alcuna obbedienza, ma essere libero di esprimermi come meglio ritenevo. Consapevole che ciò che volevo essere era frutto degli incontri precedenti, con i miei maestri.

Fu entrando a far parte, fin dagli inizi, siamo nel 1985, della scuola di alpinismo Alpiteam, che potei esprimere quanto appreso e vissuto e di come poter essere, a modo mio, “istruttore” e cioè di trasmettere la mia esperienza e comunicare la mia passione per la montagna a persone con particolari fragilità. Essere istruttore non vuole istruire come atto imposto, ma offrire opportunità attraverso informazioni, lezioni didattiche, esperienze pratiche che non esigano, volontariamente o meno, che l’allievo segua le sue orme, del che “faccia come lui”, ma fare in modo che questi apprenda per incamminarsi per la propria via. Non pretende di misurare, di valutare, di definire le vite che ha di fronte. Tacere il proprio bisogno di istruire come inculcamento è il fondamento di ogni autentica pratica didattica.

Qual è la funzione sociale di una scuola di alpinismo del CAI nei confronti dei soggetti più fragili e in condizioni di vulnerabilità e precarietà? L’alpinismo può offrire loro un’opportunità di inclusione e di sperimentazione di sé in un modo diverso? 

Tentare una risposta a queste domande è il frutto di un processo, non ancora appieno in atto, che dovrebbe vedere come protagoniste le scuole di alpinismo del CAI che devono effettuare un salto di qualità verso una maggior consapevolezza del loro ruolo. Esse svolgono una funzione, oltre che tecnica, di rilevanza sociale, di indirizzo e di proposta culturale. La cosiddetta “attività didattica” non deve essere solamente schiacciata sulla dimensione puramente cognitiva, ma porta in sé una funzione valoriale e affettiva, dove l’istruzione si integra con l’educare, con l’obiettivo di creare opportunità di trasformazione di sé che potrebbe iniziare in montagna e che dovrebbe continuare nella vita di tutti i giorni.

L’alpinismo non è solo azione, ma anche strumento di conoscenza (Massimo Mila) che non riguarda solo la pratica della montagna, ma la fatica della sua elaborazione da parte dell’alpinista. E cioè che quella pratica possa rendere più capaci di comprendere, di illuminare altre pratiche nelle quali siamo immersi tutti i giorni.  

L’ attività didattica può diventare strumento di pensiero oltre che di azione. Può diventare “luogo” educativo in cui provare a costruire percorsi in cui poter abitare spazi di interiorità, spazi smarriti, muti e che solo la sua pratica con la sua energia, rinforzi il riconoscimento e ritrovamento di sé. 

Un istruttore di alpinismo è una persona che porta in sé e con sé un’esperienza alpinistica ed una  competenza tecnica specifica che trasmette senza retribuzione perché crede nel valore del volontariato e della solidarietà.

 
“Fu entrando a far parte, fin dagli inizi nel 1985, della scuola di alpinismo Alpiteam, che potei esprimere quanto appreso e vissuto”.

L’alpinismo e l’andare in montagna avranno storia finché sarà uno degli strumenti in grado di soddisfare un bisogno umano (il “tempo libero”) che sta diventando sempre più urgente e generalizzato. L’attività didattica di una scuola di alpinismo del CAI, a parer mio, dovrebbe “accompagnare” i soggetti a produrre il proprio desiderio singolare, una passione che possa orientare la loro vita. 

E un istruttore porta in sé un’eredità che lo conduce a reinventare ciò che ha ricevuto dall’altro in modo singolare, sintomatico e generare uno stile proprio che non nasce mai dal nulla, ma sorge sempre da stratificazioni multiple, impronte, tratti identificatori, memorie. Nessuno stile è mai puro, poiché in ogni stile residua sempre lo stile dei nostri maestri. E’ il tema dell’eredità: nessuno si costituisce da sé ma solo nella ripresa singolare di ciò che l’altro ha fatto di lui.

Per finire, l’istruttore è colui che dovrebbe insegnare, nel senso di lasciare un segno, un’impronta, una traccia, un segno nell’allievo che ha appreso a divenire un soggetto autonomo, un alpinista e una persona che segue la propria strada.

Beppe Guzzeloni

Fotografie di Alvaro Mariani

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