Lo sci non è tutto. Anche i nostri nonni lo capirono

Il futuro ha un cuore antico almeno quanto lo sono il sogno e l’utopia di un ritorno alla natura, all’anticonsumismo e alla disobbedienza civile. Concetti che la pandemia sembra avere rimesso in questi giorni in circolazione (niente sarà più come prima?) in vista di tempi migliori. Argomenti che l’americano Henry David Thoreau (1817-1862) elaborò nel mirabile “Walden. La disobbedienza civile” (1854) ripubblicato da Mondadori con la prefazione di John Updike. Quale sarà il futuro dello sci? La risposta, se una risposta ci può essere, deve tenere conto della stagnazione duratura del mercato, della forte concorrenza internazionale, dei cambiamenti climatici in corso e dei conflitti con la protezione della biodiversità. Un bel rebus. Ma è chiaro che urge un ripensamento, di qualsiasi tipo esso sia, dell’economia legata allo sci da discesa e alle aree montane in generale. 

Non che i nostri nonni non si fossero posti il problema di una monocultura sciistica sempre più invasiva o addirittura devastante. Già agli albori di tale monocoltura che da anni alimenta l’economia turistica invernale – si parla degli anni 30 dell’altro secolo – qualche avveduto cronista ebbe sentore che un mondo stava cambiando in peggio e che i cosiddetti “campi da sci” si sarebbero presto trasformati in rutilanti luna park.

Non potevano immaginare i nostri nonni (o forse si) che nel decennio 2010-2019, il numero di italiani praticanti un’attività sportiva invernale in montagna si sarebbe attestato attorno ai 4 milioni. E che in alcune stazioni sciistiche si sarebbero previsti ampliamenti dell’area sciabile a una quota più elevata rispetto a quella originaria oppure sulle superfici sofferenti dei ghiacciai.

L’opuscolo con l’articolo di Raimondo Collino Pansa sugli albori dello sci al Livrio pubblicato il 20 gennaio 1931 sul periodico Lo Scarpone e recentemente ristampato in copie numerate per un ristretto gruppo di amici.

Sulla nascita dello sci estivo tra i ghiacci oggi in liquefazione dello Stelvio (una tradizione che risale ai primi anni trenta quando il Cai di Bergamo costruì il Rifugio Livrio) va segnalata una testimonianza di cui il gentile Raffaele Occhi, grande amico della montagna, ha fatto sapientemente dono agli amici in occasione delle recenti festività. Un testo su cui meditare, stampato in un opuscolo numerato. 

Le 12 paginette dell’opuscolo racchiuse nella copertina color paglierino con un disegno tratto da “Le Alpi Orobiche” del Cai Bergamo, contengono un articolo rivelatore di Raimondo Collino Pansa, scrittore arguto e brillante, fondatore dello Sci Club di Cuneo. L’articolo apparve nel 1931 sullo Scarpone. Intitolato “Il rifugio del Monte Livrio”, alzò un imbarazzante (per l’epoca) velo su quelle nevi estive su cui da poco si organizzavano settimane bianche e si faceva baldoria con la complicità del regime. 

“Tutto sommato lo spettacolo è triste”, annotò Collino Pansa nella corrispondenza dallo Stelvio. “Le auto si accodano facendo ressa e strepito; nel bar, lucente, pomposa, troneggia la macchina espresso”. Alla rispettabile quota di 2760 metri, Collino Pansa notò anche “comitive scamiciate, con molti fiaschi, come se fossero a merendare nel castagneto”.

Un presagio di movida? L’autore scrisse che “l’Ortler, dall’alto del suo torrione nevoso, guardava mortificato. Pensava: è mai possibile che io, gigante celebrato per la splendente vetta, mi veda buttare ai piedi le scorze di limone, le carte delle caramelle, i mozziconi di sigari, di quella folla di sfaccendati?”. 

Non fosse che per queste annotazioni, l’articolo è da segnalare come un’impareggiabile distopìa, una rappresentazione di una realtà che preannunciava già allora una deleteria esperienza di vita. Lo scenario turbò in quegli anni anche il presidente del Cai fascista Angelo Manaresi. Riferendosi alla conca del Breuil che in quegli anni trenta stava per essere invasa dalle auto diventando il divertimentificio che sappiamo, Manaresi ingenuamente si augurò in un editoriale sullo Scarpone che “gli alberghi fossero intonati all’ambiente e fosse rispettato il verde e il bosco, e l’orribile reclame non urlasse, al cospetto di sì divine bellezze”. 

Ma ormai il destino stava per compiersi. Ci sono voluti più di ottant’anni e una pandemia perché quel tipo di “progresso” venisse messo in discussione senza riserve. Perché la pandemia facesse esplodere un sistema già fragile che a giudizio unanime va cambiato. E perché il quotidiano La Repubblica di venerdì 15 gennaio 2021 dedicasse a questo tema un’intera pagina intervistando Enrico Camanni, alpinista e scrittore che da tempo si spende come vice presidente dell’associazione “Dislivelli” per una ragionevole revisione del turismo alpino.

Dialogando con Dario Cresto-Dina, il saggio Camanni si è augurato un “ritorno alla semplicità, a un altrove non troppo lontano”. In tal modo il giornale ha titolato a tutta pagina “Lo sci non è tutto”. Come se già non se ne fossero accorti i nostri nonni. (Ser)

L’intervista del quotidiano La Repubblica a Enrico Camanni. In apertura, tre giovani ed entusiasti allievi della scuola estiva di Giuseppe Pirovano al Livrio in attesa del via alla gara di fine corso. Erano gli anni ’50. 

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