L’addio al celebre “ragno delle Dolomiti”

Les dieux s’en vont. Anche Cesare Maestri, il “ragno delle Dolomiti”, se ne è andato. Aveva 91 anni. La notizia l’ha data in Facebook il figlio Gian alle ore 14 di martedì 19 gennaio 2021. “Questa volta”, ha scritto Gian, “Cesare ha firmato il libro di vetta della scalata della sua vita. Un abbraccio forte a chi gli ha voluto bene”. Si è spenta così una stella fra le più luminose nel firmamento dell’alpinismo mondiale.

Con l’adorata nipote Carlotta alla partenza nel 1996 per una spedizione nelle montagne dell’Himalaya. Ph. Serafin/MountCity

Maestri era nato nel 1929. Faceva parte di una famiglia di attori. Tutta la vita l’ha trascorsa in Trentino, a Madonna di Campiglio, dove la sua “bottega” rappresenta da tempo immemorabile una calamita per i turisti. Partecipò alla guerra di Liberazione, poi divenne alpinista e guida alpina scalando sempre al limite delle possibilità umane.

L’attività extraeuropea di Maestri va quasi esclusivamente riferita al Cerro Torre. Con questa cima delle Ande patagoniche aprì un conto fin dal lontano 1959. In quell’anno partecipò infatti con Toni Egger e Cesarino Fava, alla scalata al cosiddetto “grido pietrificato”.

La spedizione, che affrontò la parete nord, si concluse con la morte di Toni Egger per una valanga durante la discesa. Maestri dichiarò di aver raggiunto la vetta con Egger ma di non disporre di prove concrete. Questo fatto sollevò moltissime polemiche. Reinhold Messner sostiene, e non è il solo, che Maestri quella volta non raggiunse la cima e ha scritto un libro per dimostrarlo.

Al TrentoFilmfestival l’incontro con altre due celebrità dell’alpinismo: Bruno Detassis (a sinistra) e Riccardo Cassin (ph. Serafin/MountCity)

Nel 1970 Cesare Maestri tornò comunque sul Cerro Torre, questa volta risalendo lo spigolo sud-est con l’uso di un compressore per piantare i chiodi sulla roccia fino al limite del fungo di ghiaccio terminale, senza però giungere in vetta. Anche in questo caso vi furono polemiche sia per l’uso del compressore sia per la mancata scalata dell’ultimo tratto terminale sul ghiaccio.

Nel corso della sua attività alpinistica Maestri ha portato a termine circa 3.500 salite di cui almeno un terzo in solitaria. Ma è giusto ricordarlo anche per l’attività di soccorritore. 

I suoi interventi come tecnico del Soccorso alpino non si contano come risulta dalla motivazione della giuria che nel 2011 gli assegnò a Pinzolo (Tn) la Targa d’argento della Solidarietà Alpina. MountCity ricorda il grande, indimenticabile “ragno delle Dolomiti” con la testimonianza, qui pubblicata, in cui Maestri spiega come divenne soccorritore e come operò sempre con dedizione e con un’immensa pietà. Ma talvolta anche con rabbia al cospetto di certe vite gettate. Addio carissimo Cesare, la terra ti sia lieve. (Ser)

Maestri venne nominato nel 2009 socio onorario del Club Alpino Italiano. Qui un suo intervento a una riunione del Consiglio centrale del Cai. Alle sue spalle, da sinistra, Gabriele Bianchi e Annibale Salsa. (ph.Serafin/MountCity)

Sempre pronto a correre in aiuto

Quando sono diventato portatore all’inizio degli anni Cinquanta mi sono trovato per legge nelle condizioni di dovere intervenire nelle operazioni di soccorso in montagna là dove era necessario che l’azione si svolgesse in parete. I volontari ci seguivano ai piedi della parete e poi aspettavano che la parte più tecnica e complessa della missione si compisse. Prelevavano i feriti o i morti per caricarli sulle barelle o sulle slitte dopo che noi guide alpine li avevamo strappati alla montagna.

A ciascuno il suo, tutti avevano un bel da fare. Più tardi sono cominciate le esercitazioni, ma a quell’epoca il soccorso era ancora tutto da inventare. Poi il dottor Scipio Stenico ha cominciato a diffondere i primi attrezzi ed è arrivato, molto atteso, il cavo Gramminger che ci avrebbe agevolato nelle calate. Ricordo benissimo quando ci calavano dalla cima con quel filo metallico. Era una corda di circa 6 millimetri, dicevano che fosse monitorizzata ai raggi X, dunque integra e affidabilissima. Era formata da vari spezzoni con degli occhielli per poter aggiungere altri cavi. 

“Ma porco can…tegniralo?”, mi chiesi la prima vola che usai quel cavo sul Catinaccio. Mentre mi calavo avevo fieri dubbi che tenesse fino in fondo. Perché succedeva questo: che il cavo s’incastrava nella roccia nei punti di giuntura e c’era come un intoppo che produceva un inquietante sobbalzo. L’elicottero? Sulle prime era un semplice mezzo di trasporto, si limitava a portare in cima tutto quel materiale che prima ci caricavamo sulle spalle.

La gratitudine? Una sola persona salvata me l’ha espressa. Ma ho sentito dire che anche ai chirurghi succede qualcosa di simile. C’è un’inesplicabile forma di rancore nei confronti di chi ti ha salvato le penne, come a volere cancellare una parentesi negativa della vita in cui sei stato costretto a delegare qualcun altro a provvedere alla tua sopravvivenza. Ma ogni operazione in montagna finita in tragedia è stata per me un pesante trauma.

Ogni qualvolta chiudevo nel sacco-salma un alpinista caduto avevo la sensazione di incastrargli dentro anche un pezzo di me stesso. Per reazione, avevo imparato ad assumere un distacco che poteva sembrare cinismo ma che in verità era solo un modo per non morire un po’ anch’io a ogni missione. Non è umano provare rancore verso un morto che fino a un attimo prima parlava, pensava, amava, era atteso, nutriva speranze e cullava sogni. Eppure, ogni volta che recuperavo il corpo di una persona in qualche modo responsabile della propria morte, sentivo dentro di me un sentimento di pietà misto a rabbia. La rabbia di non riuscire a trovare una risposta alla domanda: perché un uomo deve gettare via la propria vita?

Cesare Maestri

da “Soccorsi in montagna” di Roberto e Matteo Serafin, Ferrari editore, 2004

“La gratitudine? Una sola persona salvata me l’ha espressa…”