Di chi è la montagna? La spiegazione è nella ròsta

Assecondare sempre la natura della montagna, sentirla patrimonio di tutti e fare ognuno il proprio dovere. Sulla base di questi tre elementi lo scrittore Antonio G. Bortoluzzi cerca di offrire una possibile risposta a un quesito che capita frequentemente di porsi: di chi è la montagna? MountCity è lieto di ospitare questo suo scritto (già apparso in altitudini.it) in cui affronta l’argomento da una prospettiva originale. Bortoluzzi è uomo di montagna. E’ nato nel 1965 in Alpago, Belluno, dove tutt’ora vive e lavora. Al 2010 risale il suo romanzo per racconti “Cronache dalla valle”. Nel 2019 ha pubblicato il romanzo “Come si fanno le cose” (Marsilio Editori) e, nel volume collettivo “Lettere da Nordest” (Helvetia Editrice), il saggio “Un’invenzione spettacolare: la montagna come solitudine”. E’ stato più volte premiato: nel 2017 con il romanzo “Paesi alti” (Biblioteca dell’Immagine) ha vinto il Gambrinus – Giuseppe Mazzotti XXXV ed è stato finalista al Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo 2016 e al premio letterario del CAI Leggimontagna 2015; nel 2013 il suo romanzo “Vita e morte della montagna” ha vinto il premio Dolomiti Awards 2016 Miglior libro sulla montagna del Belluno Film Festival; infine è stato segnalato dalla giuria del Premio Italo Calvino nel 2008 e 2010. E’ membro accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (GISM).   

Antonio G. Bortoluzzi (ph. F. Cerpelloni). In apertura una ròsta, torrentello regimentato. L’immagine è dello stesso Bortoluzzi.

Di chi è la montagna è una grande domanda, e di sicuro prevede molti tentativi di risposta. Nei giorni scorsi mi sono fermato in un luogo, che avevo sotto gli occhi da decenni e che mi ha fatto riflettere.

Passo ormai da 55 anni lungo la vecchia strada della Valturcana, una piccola e quasi disabitata valle che è stata abbandonata negli anni successivi all’alluvione del 1966, si trova nella conca dell’Alpago, in provincia di Belluno; la strada sale tutta curve tra borghi e vecchie stalle dall’abitato di Cornei a quello di Tambre, tra i 500 e i 900 metri sul livello del mare. In Valturcana ho la casa vecchia dove sono nato e che cerco di tenere in piedi, due pezzetti di prato ripido da falciare, un boschetto piantato da mio padre dove i frassini svettano diritti verso il cielo. 

Oggi mi sono fermato a guardare una ròsta, un torrentello regimentato, lo stesso che osservavo quando ero bambino e ci passavo a piedi per raggiungere una stalla più a monte con mio nonno, mia madre e i miei cugini. A quel tempo avevamo sempre un attrezzo in spalla o uno zaino con qualcosa per il pranzo. Magari ci fermavamo un momento per prendere fiato vicino alla fontana: non era una vita facile fare i contadini sui prati ripidi, cercare di ricavare qualcosa dal lavoro delle braccia, dalle bestie in stalla. In ogni caso tutti dovevano darsi da fare, per amore o per forza, anche i bambini, appena riuscivano a tenere in mano un attrezzo, poniamo il rastrello, che è meno pericoloso della forca o della falce.

La prima cosa che ho notato è che l’acqua piovana scende da secoli, nelle stesse piccole vallette: in certi periodi dell’anno sono asciutte e sembrano quasi inutili, mentre quando piove forte fanno impressione e l’acqua arriva alla strada. Mi sono detto che quella buona norma di lasciare liberi gli alvei, di non interrarli e di non costruirci vicino l’abbiamo sempre saputa, ed è curioso che quando accade qualche tragedia ci vengano ricordate queste norme del buon senso contadino.

La seconda cosa che ho visto è una targa: Corpo Forestale 1952. In anni odierni, quelli del localismo esasperato (per cui ogni problema sembra venire da Roma o dall’Europa) vedere quel manufatto dello Stato, proprio dell’amministrazione pubblica, mi ha fatto un certo effetto. Lo Stato ha finanziato l’opera di regimentazione delle acque in una povera valle delle Prealpi. Probabilmente dentro quel piccolo lavoro degli anni ’50 ci sono delle Lire che venivano da chissà quale lavoratore, da chissà quale posto d’Italia attraverso le tasse. 

La terza cosa che ho visto, osservando la ròsta, non è un ragionamento ma un insegnamento: le persone che vivono a ridosso di questa piccola acqua hanno cura dei loro prati, degli alberi, delle stalle. Di più, queste persone hanno cura di chi sta a valle e ogni giorno hanno l’occhio attento e la mano laboriosa per governare la terra falciando i prati, liberando le cunette. E non lo fanno da un giorno o da un anno, ma da secoli e perfino oggi, senza che nessuno dica loro grazie.

Il “quadro” che ho visto in Valturcana mi ha mostrato queste tre cose: assecondare sempre la natura della montagna, sentirla patrimonio di tutti e fare ognuno il proprio dovere.

E c’è una cosa personale, una specie di desiderio impossibile: se potessi tornare indietro di 40 anni e dire a mio nonno che ho capito solo di recente quanto era importante quello che facevamo allora, anche controvoglia e bestemmiando, sarei felice. Perché la montagna, come i figli e i nipoti, è di chi ne ha cura.

Antonio G. Bortoluzzi

www.antoniogbortoluzzi.it

I monti d’Alpago (Belluno) dove Bortoluzzi è nato a tutt’ora vive e lavora.

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