Artesulcammino. Courbet, innamorato della verità

Paesaggi innevati, animali nei boschi, animali uccisi dai cacciatori, marine tempestose e quiete, faraglioni illuminati da squarci di luce improvvisi, boschi, paesaggi segnati dalla presenza di rocce calcaree, laghi e montagne sono sempre presenti nella produzione di Gustave Courbet (1819-1877). Al pittore francese è dedicata questa puntata della rassegna che Flavia Cellerino mette a disposizione dei lettori di MountCity. Per ciò che riguarda le precedenti tappe di questo affascinante percorso va segnalato che di recente è stato “di scena” il Monviso la cui vetta compare in un dipinto che Oddone Pascale realizzò nel 1535 su commissione di Francesco Ludovico, signore di Saluzzo. In precedenza gli scritti di Flavia Cellerino hanno riguardato  l’incantevole Svizzera illustrata nei dipinti di Caspar Wolf (1735-1783) che conquistarono i parigini “lanciando” i monti elvetici tra le più ambite mete turistiche d’oltralpe. Un omaggio è stato reso all’inizio di questo ciclo alla sublime bellezza della montagna coniugata con la rappresentazione offerta nei secoli dai pittori. Con il corredo di bellissime immagini si è parlato anche dell’ Appennino dipinto fra Trecento e Quattrocento. Storica di professione e appassionata di montagna, Flavia Cellerino è responsabile del progetto culturale “Artesulcammino” dell’organizzazione Celeber srl.

In “Bonjour Monsieur Courbet” (1854. Museo Fabre Montpellier) il pittore si rappresenta con lo zainetto e gli attrezzi da lavoro.

Un pittore alla ricerca di sè e del mondo

Al piano d’accesso del Museo d’Orsay, prima di ascendere al livello consacrato agli impressionisti, è allestita una sezione con due quadri di grandi dimensioni, accumunati dalla firma dell’autore: Gustave Courbet. “Funerale ad Ornans” e l'”Atelier dell’artista”, realizzati negli anni ’50 dell’Ottocento, furono opere spartiacque per approccio, composizione d’insieme, modalità e temi descrittivi: produssero nella critica posizioni opposte, generando rifiuto e disgusto o, al contrario, riconoscimento di originalità, creatività e forza.

Nato a Ornans nel 1819, tra le montagne calcaree del Giura francese, Gustave Courbet è indiscusso protagonista della scena artistica di Parigi – e non solo – animato dalla sua carica eversiva, cullata da un’indubbia autostima. In un panorama segnato da contrastanti tendenze, in cui – però – il desiderio e la necessità di aggiornare la pittura su soggetti, temi e sensibilità non rigorosamente accademiche era sempre più forte, Courbet si muove con agilità e originalità.

 
“Grande panorama delle Alpi” (1877, Museo delle Arti Cleveland). In apertura “Capanna in montagna” (1874, Museo Pushkin, Mosca). 

La formazione è solida, tecnica, alimentata dalla sua conoscenza dei grandi classici che ha ammirato e studiato al Louvre e durante i suoi viaggi. Courbet sa rompere le righe e i riti compiacenti di pittori e artisti troppo vincolati alla critica e al potere, rivendicando la sua libertà, quando nel 1855 si inventa (imprenditore di sé stesso) un padiglione autonomo all’Esposizione universale (dalla quale era stato rifiutato), che intitola “Padiglione del realismo”. In esso espone quaranta tele, in cui soggetti anomali (come gli spaccapietre o il suo autoritratto a guisa di pazzo, o – ancora – due lottatori) dominano la produzione. 

Tra i quadri presentati vi è “Bonjour Monsieur Courbet” in cui il pittore si rappresenta in una posa nuova: con lo zainetto sulle spalle e gli attrezzi da lavoro, mentre incontra un amico. Il pittore cerca le sue ispirazioni “on the road”, non più e non solo nella tradizione. Ed è un uomo in cammino, quindi alla ricerca di sé e del mondo.

Verità e realtà sono i perimetri entro i quali egli si muove, consapevolmente e orgogliosamente, come ribadisce in una sua lettera a Eugène Garcin: “Io non solo sono un socialista ma anche e soprattutto un repubblicano. In altre parole, partigiano di ogni rivoluzione ma sopra ogni altra cosa realista… Realista significa autenticamente innamorato della verità vera”.

E’ questa sua ricerca e attitudine che lo portano a scegliere soggetti anomali per la produzione artistica del suo tempo e ad attirare su di lui consensi o riprovazione, a seconda dei punti di vista dei critici e intellettuali che visitano le esposizioni.

Il pittore è sulla bocca di tutti e lo sarà ancora nel 1866 con il suo “l’Origine del mondo” in cui dipinge, le gambe divaricate di una donna nuda, per un committente privato.

Eppure, accanto a questa vis polemica, alimentata da frequentazioni amicali con gli intellettuali del suo tempo come Baudelaire o Zola, e rivelata dai suoi scritti, dalle sue lettere, dalle sue osservazioni, Courbet alimenta anche un’anima contemplativa e narrativa che dialoga con la natura, e su di essa si sofferma a lungo. Paesaggi innevati, animali nei boschi, animali uccisi dai cacciatori, marine tempestose e quiete, faraglioni illuminati da squarci di luce improvvisi, boschi, paesaggi segnati dalla presenza di rocce calcaree, laghi e montagne sono sempre presenti nella sua produzione.

Foto di gruppo a La Tour-le-Piltz. Courbet è in piedi al centro con barba lunga e impugna un pennello.

La verità non è solo nelle convulsioni della vita urbana, nei riti borghesi o proletari, nelle schizofrenie sociali: la verità è anche nella natura, quella natura che egli ben conobbe fin da bambino nei dintorni di Ornans, poi nei frequenti viaggi in Svizzera, circondato dalle montagne, oppure in Normandia, dove l’Oceano e il suo movimento perenne erano una sfida costante per la pittura. 

Gli anni Cinquanta e Sessanta del suo secolo sono, per Courbet, gli anni del fasto, del successo, dell’impegno artistico che è anche, inevitabilmente, impegno politico. Durante l’ultimo sussulto rivoluzionario della Francia ottocentesca, i moti comunardi del 1871, è abbattuta la colonna di Place Vendome. Courbet l’anno prima aveva scritto una petizione per il trasferimento della stessa, simbolo delle campagne napoleoniche, presso Les Invalides: sarà giudicato responsabile dell’azione e condannato a rifondere tutti i danni. Gli anni finali della sua vita saranno segnati dalle conseguenze dell’azione giudiziaria e dalle costanti, ossessive, preoccupazioni finanziarie.

Courbet si rifugia in Svizzera, che considera una sorta di nuova patria, e dal 1873 al 1877, anno della morte, si concentra su laghi e montagne, che dipinge continuando a cercare aderenza alla verità, e proseguendo a organizzare mostre a Vienna, a Londra, a Boston.

Vive per la maggior parte del tempo a La Tour-de-Peilz, località posta sulla riva nord del lago di Ginevra, non lontano da Montreux e da Chillon. Qui gode della vista sul Massiccio del Dents du Midi e del Grammont, che compaiono più volte nei suoi lavori da angolature diverse.

Queste pitture, come già quelle dedicate all’Oceano, realizzate negli anni in cui a Parigi domina, ormai, il gruppo degli Impressionisti, sono una rappresentazione non oleografica, a tratti trasfigurata della montagna. Una rappresentazione che, non a caso, sarà molto apprezzata da Cezanne che comparerà Courbet a Michelangelo, dicendo che nel suo modo di dipingere egli era proprio come uno scultore.

Zola guardando le ultime opere del maestro sosteneva che oramai aveva perso ogni capacità di essere “contemporaneo” e sulla scorta del giudizio di Zola molti critici hanno sottostimato la produzione degli anni svizzeri. 

“Capanna tra le montagne” del 1874, è un esercizio di volumi quasi pre-cubisti, straordinariamente efficace con la massa bianco grigia delle alte montagne dissolta in pennellate rapide, l’ondulato profilo del vallone risolto dal verde avvolgente e la casa, abitata, in primo piano, la struttura della quale è contenuta e avvolta dalla natura circostante. 

Le cime del Midi e del Grammont sono indiscusse protagoniste di uno studio dedicato essenzialmente ed esclusivamente ai profili e alle loro forme, una lettura “fotografica” e ingrandita realizzata nel 1876, forse studio preliminare al Grande Panorama delle Alpi, che rimase incompiuto a causa della morte di Courbet.

Il Grande panorama (150 x 210 cm) era destinato all’Esposizione Universale di Parigi del 1878. Sta in questa scelta di rimettere al centro la natura e le montagne, l’ultimo scandalo di Courbet. Mentre il progresso stava cavalcando la tecnologia, e la celebrazione delle “magnifiche sorti e progressive” invadeva l’Occidente, Courbet riportava gli occhi al silenzio delle vette. Lassù, oltre l’ultimo orizzonte, stava la ricerca della sua verità e della sua realtà.

Flavia Cellerino

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