S.O.S. zecche. Il lungo calvario di Valeria

Zecche, un problema emergente. Sull’argomento, che ha suscitato un notevole e più che giustificato interesse tra i lettori di MountCity, si era espresso il 28 novembre 2019 il dottor Giancelso Agazzi prendendo spunto da un convegno di specialisti svoltosi presso l’Ordine dei Medici di Bergamo.

Sono trascorsi due anni ed è ancora, purtroppo, il caso di riparlarne. Anche perché non risulta che vengano prese nella giusta considerazione le principali malattie trasmesse dal morso delle zecche eventualmente contaminato: il virus dell’encefalite da zecca e la malattia di Lyme, dovuta a un batterio, la Borrelia Burgdorferi, scoperto nel 1981. Quest’ultima infezione, se non contrastata in tempo, può portare a gravissimi disturbi neurologici e persino alla morte.

Su questi aspetti ci ragguaglia cortesemente Giuseppe “Popi” Miotti, scrittore e alpinista valtellinese che in precedenza, come molti noi, non ha dato troppo peso a questI sgradevoli incontri durante le escursioni. Dopo essersi accuratamente documentato e averci fornito i link per documentarci ulteriormente, Miotti riferisce su un caso gravissimo di contaminazione di cui è venuto a conoscenza.

Con l’amico Miotti non resta che condividere la speranza di richiamare l’interesse delle strutture sanitarie su questo preoccupante problema prima che possa degenerare. Basta e avanza, dopotutto, la pandemia da cui l’umanità nel suo complesso sta disperatamente cercando di liberarsi (Ser)

La testimonianza di Miotti

Una ventina di anni or sono in una guida del Club alpino svizzero trovai un capitolo di ben sei pagine intitolato “Le zecche e gli uomini”. La cosa mi parve tipicamente… svizzera e pensai che solo loro potevano occuparsi del pericolo insito nella puntura di quello che ritenevo un orribile ma innocuo insettino. È passato molto tempo e girovagando fra i monti qualche zecca me la sono presa pure io senza troppo preoccuparmi. “Cosa vuoi che sia”, mi dicevo, “la prendi, la togli e via”. Chissà perché, pensavo che le zecche di montagna fossero in qualche modo più “pure” di quelle di fondovalle, dove girano topi e altri animali meno nobili del cervo e del camoscio. In parte non avevo torto perché fino a non molti anni or sono le zecche scomparivano sopra i 1200-1400 metri, ma oggi, con le temperature in aumento è accresciuta anche la loro diffusione altitudinale.

L’infezione

Il ciclo vitale dell’acaro, perché di questo si tratta, parte dall’uovo da cui nasce una microscopica larva che attende il suo ospite fra gli strati bassi della vegetazione. Una volta trovato un animale ospite la larva si nutre del suo sangue e poi si lascia cadere a terra avviando la metamorfosi che la porterà allo stadio di ninfa. Anche la ninfa è affamata di sangue e, riposizionandosi sulla vegetazione, attenderà un altro ospite che la sazierà; poi cadrà a terra trasformandosi in adulto (maschio o femmina), per riprodursi e ricominciare il ciclo. 

Il primo anello della catena è dunque proprio l’acaro che, succhiato il sangue infetto, propaga il contagio dalla larva fino all’individuo adulto. Sfortunatamente è persino possibile che la femmina infetti le sue stesse uova, moltiplicando esponenzialmente il numero di soggetti pericolosi. 

Due sono le principali malattie trasmesse dal morso contaminato: il virus dell’encefalite da zecca e la malattia di Lyme, dovuta a un batterio, la Borrelia Burgdorferi, scoperto nel 1981. Quest’ultima infezione, se non contrastata in tempo, può portare a gravissimi disturbi neurologici e persino alla morte. Alle prime due si associano spesso co-infezioni prodotte da altri germi: bartonella, babesia, ricketia, erlichia, anaplasmi. 

Le prime avvisaglie

Purtroppo in Italia non ci sono test diagnostici specifici e le linee guida terapeutiche non tengono conto delle co-infezioni che sono spesso di origine protozoica e quindi resistenti agli antibiotici generici. Ciò obbliga i malati ad avvalersi di laboratori esteri o persino di centri veterinari (per rilevare patogeni tipici degli animali e pressoché ignorati dalla medicina umana). 

L’aumento delle segnalazioni circa i morsi da zecche infette mi ha richiamato alla mente quel vecchio articolo; ma ancor più allarmante è stata la vicenda che ha coinvolto Valeria – la chiameremo così – figlia di una mia cara amica. La minuscola insidia, forse una quasi invisibile larva, la morse nell’orto di casa o chissà dove. Lei non si accorse di nulla, non presentò neppure il classico eritema ad anello che è il primo segnale indicante l’infezione in corso. Forse fu punta fra i capelli, zona ove è praticamente impossibile verificare, o forse come in tanti altri pazienti l’eritema non comparve. 

Poco tempo dopo si manifestarono le prime avvisaglie: spossatezza, dolori articolari, emicranie, tremori. Inizialmente si pensò a qualche forma di grave influenza, ma col passare del tempo questi fenomeni si acuirono. L’assenza di palesi segni indicatori una infezione da Borrelia orientò i medici verso le solite diagnosi e la successiva comparsa di gravi crisi nervose, simili a quelle epilettiche, e di stati allucinatori, spinse qualche specialista a decretare che la ragazza soffrisse di un disturbo mentale. 

Fondamentalmente pareva che i dottori si stessero comportando un po’ come il sottoscritto, poco al corrente della grave proliferazione delle zecche e tendente alla sottovalutazione. Intanto l’infezione si impossessava pian piano del sistema nervoso della giovane e devastava i tessuti aggravandosi di giorno in giorno senza che alcuno avesse una spiegazione che non fosse quella della pazzia o di sintomi esageratamente enfatizzati. Del resto i normali esami del sangue non mostravano evidenze. 

Finalmente, all’ennesima gravissima crisi, un neurologo più scrupoloso pensò di praticare una rachicentesi alla paziente, scoprendo la causa di tanta sofferenza. Era passato però già moltissimo tempo e le potenti cure antibiotiche si stavano rivelando poco efficaci se non dannose per il fegato e i reni, costretti a un superlavoro per smaltire le sostanze iniettate. 

Le terapie

Il lungo calvario di Valeria, che da anni convive con la Lyme, è costellato di dolore e speranza in un continuo e straziante altalenarsi: medicinali sempre più costosi perché molti non sono reperibili nel nostro Paese, viaggi della speranza che dall’Italia si spostarono nelle nazioni dove più avanzata era la ricerca medica. Inoltre quasi tutti i sistemi sanitari e le assicurazioni sulla salute, rifiutando di riconoscere la borreliosi come una malattia, causano anche un’ingiusta e drammatica discriminazione sociale fra chi può permettersi le cure e chi economicamente non ce la fa. 

Il tutto aggravato dal fatto che non esiste una terapia univoca e che in ogni caso il sistema immunitario, indebolito, facilita l’insorgere di altre infezioni complicando non poco il trattamento. Ora il batterio s’è impossessato del cervello della ragazza e resiste pervicacemente a ogni cura al punto di ribellarsi alle terapie causandole spasmi di dolore acutissimi. 

La diffusione

Il caso di Valeria è purtroppo fra i tantissimi che ormai interessano tutto l’emisfero settentrionale. Del resto basta dare un’occhiata alla mappa che indica la diffusione dell’epidemia per rendersi conto della gravità e dell’estensione del fenomeno. Ora, sebbene con grave ritardo, si stanno prendendo i primi provvedimenti e nel 2018 un gruppo di deputati ha posto la questione al Parlamento europeo: è essenziale che tutta la popolazione sia informata, i medici in particolare. 

Questa incompleta narrazione mostra solo parzialmente il problema e, pur nella sua crudezza, rimando al filmato visibile all’indirizzo internet https://www.lymeepidemie.nl/documentary/?lang=en da cui è tratta l’immagine qui pubblicata in apertura. Le testimonianze di medici e di pazienti formano un documento quasi al limite dell’horror: si pensi che il batterio può trasmettersi persino al feto durante la gravidanza. 

Come ho scritto le cose stanno cambiando e già in molte nazioni come in alcune nostre regioni è possibile per lo meno vaccinarsi contro il virus dell’encefalite. Resta il fatto che sono ancora molti i medici che interpretano i sintomi narrati dei pazienti come fantasie o che sottovalutano le evidenze come ad esempio la comparsa dell’eritema ad anello. 

Prima che sia tardi è urgente un intervento che unisca le nazioni in uno sforzo comune per debellare la minaccia: diversi virologi e gli specialisti avvertono che la Lyme potrebbe essere la prossima pandemia. Da qualche anno sulle Alpi si è riscontrata anche la presenza della Borrelia miyamotoi che provoca sintomi simili alla sclerosi multipla. Come del resto si sospetta per il Covid, buona parte della diffusione del morbo è ascrivibile al comportamento umano, al riscaldamento globale dovuto per lo più al nostro sistema produttivo e alle auto, al consumo sempre crescente di carne, alla conseguente riduzione delle foreste, alla sempre maggiore interazione fra uomo e ambiente naturale. 

Nei boschi indossiamo sempre pantaloni lunghi e possibilmente un copricapo…

Come difendersi

Naturalmente ciò non deve farci abbandonare le nostre amate montagne, le gite, le scalate: possiamo difenderci da questa insidia. Intanto durante escursioni in prati o foreste indossiamo sempre pantaloni lunghi, magari anche un copricapo, e cerchiamo di attenerci al sentiero, infine spruzziamo un repellente sulle parti nude. Sostiamo possibilmente in zone con erba bassa o su affioramenti rocciosi. 

Una volta a casa è buona norma una auto ispezione verificando anche i punti più nascosti del corpo. In caso si trovi una zecca la cosa migliore sarebbe farsela togliere al pronto soccorso. Esistono però dei kit con pinzetta, spray paralizzante e disinfettante per intervenire personalmente, ma in questo caso si faccia attenzione: è importantissimo che l’acaro sia asportato interamente. Agendo di fretta si rischia di lasciare il rostro nella pelle. 

Non coprite la zecca con olio, o altre sostanze, la si irriterebbe solamente con conseguente liberazione di maggiore saliva. Il metodo più semplice è quello di paralizzare l’animale con lo spray, toglierlo con la pinzetta e quindi disinfettare. Anche dopo questa procedura tenete sotto osservazione la zona interessata almeno per un mese, controllando l’eventuale comparsa dell’eritema ad anello anche se non sempre si manifesta. 

Portate il parassita all’Istituto Zooprofilattico più vicino per un’analisi che escluda l’eventualità che sia infetta. Per una indagine sierologica è bene sapere che il test Elisa per evidenziare gli anticorpi Borrelia è di scarsa attendibilità per l’alta percentuale di falsi negativi; è quindi consigliabile fare subito il test Wester blott in laboratori attrezzati. Possiamo anche provvedere ai nostri amici a quattro zampe che spesso ci accompagnano nelle passeggiate: la migliore protezione sono gli appositi collari che hanno un’efficacia di circa otto mesi coprendo l’arco temporale fra primavera e tardo autunno in cui le zecche sono più attive. 

Giuseppe “Popi” Miotti

In Italia è attiva l’Associazione Lyme Italia

che fornisce informazioni

e assistenza ai malati e alle famiglie

https://www.associazionelymeitalia.org/.


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