Montagne e frequentatori pandemici

Mi capita quasi per caso tra le mani questo volumetto “leggero” nell’edizione preziosa dell’Ediciclo editore. S’intitola “C’è sempre per ognuno una montagna” di Giancarlo Bregani. E lo leggo d’un fiato. La mia non vuole essere una recensione bensì solo una riflessione. Perché mai più di adesso, questo adesso “pandemico”, il titolo sembra così azzeccato. 

Per quale motivo dico questo? Perché, nel rispetto dei vari DPCM, ultimamente mi è capitato di incontrare in montagna persone assolutamente inesperte che, senza abbigliamento e/o attrezzatura adeguati, si erano messe in cammino su sentieri (anche facili) ignorando completamente dove si andava a finire percorrendo quel sentiero, ignorando come fossero le condizioni (neve, ghiaccio o altro), ecc. 

In apertura folla su un sentiero della Val di Rabbi.

Purtroppo gli effetti della pandemia si vedono bene anche sulle montagne. Le costrizioni, i limiti imposti per gli spostamenti hanno deviato e, oserei dire, canalizzato i flussi delle masse inesperte verso l’ambiente di montagna. Così non è un caso incontrare gente, anche da sola, che se ne va per le montagne senza alcuna cognizione di causa, senza capire l’ambiente in cui si trova, senza conoscere eventuali rischi, senza valutare la propria condizione fisica per affrontare una salita… 

Non è un caso assistere a situazioni di sovraffollamento come è capitato in più di una valle la scorsa estate. Bregani scrive nel capitolo XII del suo libro (capitolo dal quale prende poi il titolo): “C’è sempre per ognuno una montagna adatta a chi la sa cercare, a chi veramente ama la montagna. C’è sempre una montagna per chi sa riconoscere i propri limiti e dosare le proprie ambizioni”. Questo vale per gli inesperti e irrispettosi che si dirigono verso questo ambiente ma vale anche per quei “montanari” che non sanno rispettare e capire i propri limiti (si vedano i tanti incidenti successi nell’ultimo anno).

Certamente il libro di Bregani è scritto da un uomo che ha praticato un alpinismo adatto alle sue possibilità (come lui stesso afferma), un libro che svela un autore intimamente legato alla montagna. Un libro che, tuttavia, per certi versi, mette in luce la sconsideratezza di alcuni attuali frequentatori della montagna.

Così il perno fondamentale di una lettura in cui il suono, i rumori della natura, la musica sono il sottile e silenzioso filo di un pentagramma che guida il lettore tra parole e ricordi, diventa la coscienza dell’andare in montagna. L’esperienza narrata dall’autore nel capitolo IV è riferita a quanto vissuto da lui, in prima persona, durante il corso di alpinismo del 1953, ma certamente ben si applica anche a chi scorrazza in montagna di questi tempi, senza esserci mai andato prima, e prendendo questo ambiente come unico e possibile spazio di evasione.

Di fatto la montagna va rispettata, ce lo dice elegantemente Bregani, e il sentimento che si rivolge ad essa deve essere accompagnato dalla cognizione dei pericoli soggettivi e oggettivi che vi si possono correre. Incontrare sui sentieri persone che si lamentano del fatto che “il sentiero è tutto sassi e ghiaccio, ed è terribile da percorrere” (citazione reale), vuol dire che c’è davvero un vizio di fondo, vuol dire che persone di questo tipo mai hanno frequentato la montagna e si trovano lì aspettandosi un sentiero fatto “a strada” per raggiungere non si sa bene cosa, senza guardarsi intorno e apprezzare la natura e i suoni che la popolano, senza capire che (forse!) quello non è proprio l’ambiente adatto a un escursionista inesperto… Ma non solo questo.

La montagna va capita, ci si deve proprio “entrare dentro” per respirarne l’essenza, e non essere solo “di passaggio” senza goderne nulla, senza vedere alcunché. “Conoscere una montagna è salirla, è lasciare pezzetti di te, frammenti di ricordi, brandelli del tuo animo sulle rocce. E’ amarla, circuirla, possederla e portartene via nella vita quell’appiglio, quella quinta sulla destra della fessura, quella stretta cengia. Conoscere una montagna è anche il volto di chi era con te. Conoscere una montagna è sentirsi seduto sulla cresta, sulla cima, attento e silenzioso al miracolo di un mondo che ritrovi tale e quale ogni volta, non per la sua conformazione, ma per il suo spirito. E’ provare il distacco profondo, lontano, nel conscio e nell’inconscio, quando vieni via e senti che potrai tornare lì, ma molto più facilmente non ci tornerai più e quello che resta di te, un attimo dopo aver cominciato a scendere, non è già più lo stesso e vorresti essere uguale“. (Capitolo VIII). 

Molte persone che si fiondano sui monti cercando evasione dalle ultime “costrizioni” e imposizioni dovrebbero capire prima di tutto questo pensiero. E dovrebbero capire che un sentiero può diventare il “sentiero della vita” in tutti i sensi, nel bene e nel male, perché la montagna può essere tanto meravigliosa quanto spietata. 

La parola fine nel testo di Bregani assume un significato di “raggiunta tranquillità interiore”. Nel caso di questa mia riflessione la parola fine vuole essere un augurio di raggiunta saggezza per le masse che ultimamente si riversano sulle montagne.

Ambra Zaghetto

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