I segugi Blood Hound avevano fiutato giusto…

Lazzaro
Federico Lazzaro duetta affettuosamente con uno degli invincibili Blood Hound di cui si prende cura. (ph. R. Serafin)

Si chiamano Wallace e Joker, sono due cani di razza Bloodhound, scelti e addestrati per il loro fiuto eccezionale. Sono i “cani molecolari”, simpatici ed esuberanti, che nel 2010 sono stati impegnati in provincia di Bergamo, a Brembate, nelle ricerche di Yara Gambirasio, la ragazzina di 13 anni scomparsa il cui corpo privo di vita è stato ritrovato tre mesi più tardi. Oggi che il tremendo fattaccio si avvia verso la conclusione con l’arresto di cui i media sono strapieni, c’è una giustificata esultanza nel Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico a cui gli animali appartengono. Anche perché a un certo punto si era dubitato dell’efficacia di Wallace e Joker e la direzione stessa del Soccorso alpino era stata indotta a giustificare il proprio operato pur ribadendo la massima fiducia nelle scelte dei suoi tecnici. Mentre oggi alla luce dei fatti risulta che i due segugi dal muso raggrinzito avevano fiutato giusto entrando nel cantiere che è stato teatro del turpe episodio, e arrivando fino a 800 metri dal punto di ritrovamento di Yara.

Come noto, a differenza dei segugi “tradizionali”, questi animali non rilevano l’odore umano nell’aria, ma annusano un oggetto della persona sparita e poi, con il naso a terra, individuano la scia che inconsapevolmente tutti ci lasciamo dietro: cellule morte, capelli, goccioline di sudore. Molecole appunto. In condizioni ottimali, possono dare ottimi risultati anche dopo una decina di giorni, ma setacciare il terreno può rivelarsi più complicato.

“Le condizioni ambientali influiscono molto sul loro lavoro: l’acqua, il fango e l’asfalto delle strade trafficate peggiorano la situazione”, spiega Federico Lazzaro, a lungo responsabile tecnico nazionale delle unità cinofile da ricerca molecolare: un’autorità assoluta in questo campo dopo essere stato  responsabile della Scuola per unità cinofile di superficie.

Lazzaro non ha mai dubitato sull’efficacia dei suoi cani. Lo confortano, del resto, questi dati: nel 2012 su 98 interventi con otto cani il 70% ha avuto un esito positivo, nel senso che le persone disperse sono state in effetti trovate. “Quando le Unità cinofile non ottengono risultati”, spiega Lazzaro, “ciò dipende dal fatto che vengono impiegate in punti dove il disperso non c’è. Punto e basta. Il blood hound consente maggiori probabilità di riuscita rispetto ad altri cani perché tende a identificare con esattezza tale zona. Potente e agile, non ha problemi su qualsiasi terreno. Il problema semmai è del conduttore il quale deve sempre tenerlo al guinzaglio. E in mezzo a pietraie e su terreni particolarmente ripidi, si capirà che ciò richiede un bell’impegno. Anche perché quando cerca, il blood hound è una macchina da guerra e sviluppa una potenza micidiale. E, soprattutto, non vede i pericoli: se il ricercato è finito in un burrone c’è il rischio che, se non trattenuto, ci finisca a sua volta dentro”.

“Ma ciò che distingue il blood hound da qualsiasi altra razza”, spiega ancora Lazzaro, oggi giustamente soddisfatto alla luce degli sviluppi del caso Yara, “è la sua capacità di identificare la molecola specifica lasciata dal corpo umano: un segno che, al pari delle impronte digitali, è unico per ognuno di noi. Quindi riesce a immagazzinare questo odore nella sua mente e solo quello segue. Ma importantissimo è anche il costante contatto con il conduttore durante il lavoro, in ciò agevolato dall’uso del guinzaglio. E’ necessario però che il conduttore sappia controllare la sua emotività perché il blood hound è un animale molto sensibile. Quanto alla resistenza”, specifica Lazzari, “nessun problema: il cane può pistare per quattro o cinque ore e per più di sette chilometri con dislivelli anche di 1200 metri”.

Da almeno sette anni anni Lazzaro si occupa di questi meravigliosi “samaritani con la coda” che provvede a svezzare in una tenuta nei pressi di Stresa, ma la sua esperienza di cinofilo risale ben più addietro. Aveva 16 anni quando ha iniziato, poi ha diretto la Scuola per unità cinofile di superficie del Soccorso alpino e ha lasciato l’incarico per seguire questo progetto in cui nutre una fiducia assoluta.

“Quando ho letto dell’efficacia dei blood hound nel libro ‘Il cane utile’ dello Scanziani, considerato la bibbia degli addestratori, mi è venuto da sorridere. Ma quando io stesso li ho provati ho capito. Lavorare con i blood hound è duro, impegnativo, ma oggi questo lavoro non lo cambierei con nessun altro”.

Ser

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