Caccia all’orso nel primo western dolomitico

locandina-orsoIntervistato da Fabio Fazio in Tv, Marco Paolini non ha voluto saperne di essere paragonato a Leonardo DiCaprio. Eppure entrambi gli attori si cimentano in sequenze memorabili lottando sanguinosamente con l’orso, un mostro sbucato da tenebre ancestrali: DiCaprio nel film “Revenant – Redivivo” di Alejandro Gonzàles Inarritu, 156 minuti da incubo nel west selvaggio nei primi anni dell’800, e Paolini (autore anche della sceneggiatura) nel più recente “La pelle dell’orso” di Marco Segato ambientato in un villaggio delle Dolomiti negli anni ’50 e non a caso definito un western dolomitico, forse il primo. Occorre però osservare che dei classici western c’è solo una parvenza nel film di Segato che mette a frutto il suo talento di documentarista alle prese con un orso in carne, ossa e pelliccia, rinunciando a pasticciare con il computer o con bestioni impagliati. A dargli la caccia per riscattarsi da una vita grama è il personaggio di Paolini, ma il film ruota soprattutto attorno alla figura di un dodicenne, figlio del protagonista, coinvolto in un’esperienza unica, spaventosa ed eccitante in cui è la natura a dettare la legge. L’orso del film è ormai diventato una leggenda nella valle: terribile, gigantesco, feroce. L’attesa per la sua apparizione riempie tutto il tempo della proiezione, i dialoghi sono ridotti al minimo, i silenzi si accompagnano a sonorità tenui ma di grande suggestione, la telecamera indugia su rocce, acque che gorgogliano, nuvole che si rincorrono ridisegnando continuamente i profili dei monti pallidi. “La pelle dell’orso” richiede allo spettatore una certa partecipazione e un briciolo di indulgenza specie se si è abituati a un cinema d’avventura caciarone come oggi si usa. Ideale è gustarselo in un pomeriggio di pioggia a Milano come è capitato a chi scrive, nel confortevole cinema Mexico di via Savona dove confluiscono produzioni cinematografiche spesso ai margini della grande distribuzione che qui trovano il loro pubblico. Come è successo tempo fa per “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti che proprio al Mexico, gestito con sensibilità e lungimiranza, ha avuto la sua consacrazione.

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